Editore: Einaudi
Anno edizione: 2009
Pagine: 344 p., Brossura
  • EAN: 9788806196257
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L'estate che perdemmo Dio è il difficile secondo romanzo della rigogliosa Rosella Postorino. Due anni fa era uscito infatti La stanza di sopra (Neri Pozza), accolto da buon consenso della critica militante. Si trattava di un libro singolare, di atmosfera creata da una lingua astratta, quasi gelida; a tratti, però, quasi lirico nella sua diffusa cupezza. A distanza di due anni, le strutture morfosintattiche di Postorino sono anche più raffinate; e soprattutto c'è una storia forte che, come nel libro d'esordio, parla di fuga.
Stavolta però la fuga non è individuale, ma di famiglia: il padre Salvatore, la madre Laura due sorella: Caterina e Margherita. La fuga è da Nacamarina, dalla 'ndrangheta, annunciata con un clamoroso incipit: "Chi focu chi 'ndi vinni. La frase fu pronunciata da zia Nuccia, nel corridoio, non troppo distante dall'ingresso, la mano sulla testa, poi era scivolata sulla guancia, aveva tappato la bocca, come per impedire di pronunciarla ancora, una frase che, per anni, per sempre, a ripensarci Caterina avrebbe avuto i brividi, e forse anche sua zia, non lo sa, non gliel'avrebbe mai chiesto". Caterina, dodici anni, è il punto di vista scelto dall'autrice per sviluppare la storia. L'artificio è di notevole difficoltà: per quanto ancora piuttosto giovane, è da tempo che Postorino non ha più dodici anni. Eppure la voce di Caterina suona autentica, al modo che del tutto verosimile è la sua attenzione ai dettagli, alle sfumature delle persone, delle cose, degli eventi che le capitano attorno. A complicare le cose, il tempo della narrazione è diviso fra un passato di morte cruenta e il presente dell'emigrazione forzata in Altitalia, sito concreto e intanto, da subito, anche luogo del pensiero, del silenzio, di colpe inconfessabili e inconfessate. L'adolescente Caterina ha lo sguardo feroce di Rosella Postorino. Adulta prima del tempo, osserva e intende più di quanto gli altri intuiscano. Alla tragedia iniziale se ne aggiunge un'altra: la morte dello zio 'Ntoni, che costringe il padre Salvatore al rientro nella natia Nacamarina per i funerali. Il romanzo offre infine, non senza qualche sorpresa, una specie di timido happy ending, che il recensore ha l'obbligo di non rivelare.
Qualche parola ancora sulla lingua di Postorino. Senza indulgere a finti mistilinguismi italodialettali per fortuna già passati di moda, la scrittrice adopera il calabrese per dare ulteriore credibilità ai personaggi. D'altro lato, la costruzione del periodo e soprattutto il ritmo e la tensione del racconto presentano una varietà desueta nel romanzo italiano recente. Ricorda Daniele Barbieri in Nel corso del testo (Bompiani, 2004): "Il testo deve suscitare curiosità, aspettative, e poi gestirne oculatamente la soddisfazione". Il secondo romanzo di Rosella Postorino offre tutto ciò in quantità abbondanti, e il lettore ne è grato. Ancora, questa Estate è anche una stagione di sensi: quelli dei protagonisti e quelli di paesaggi costruiti con buon gusto musicale e pittorico. Siccome questo è davvero un romanzo del suo tempo, non sfugge tuttavia a un difetto già notato in autori più o meno coetanei di Postorino: è troppo lungo. 344 pagine sono, per esempio, più o meno la lunghezza della Trilogia degli antenati di Calvino, scritta d'altronde in un tempo in cui la soglia d'attenzione del lettore era più alta che ora. Salvo questo rilievo, L'estate che perdemmo Dio conferma i talenti di una scrittrice in crescita se non, ma qui si eccede in simpatia per l'autrice, forse già matura.
Giovanni Choukhadarian

Recensioni dei clienti

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    gea albanese

    19/10/2009 18:25:41

    "L'estate che perdemmo Dio" è un titolo bellissimo, stavo in libreria e mi chiedevo chissà cosa accadde quella estate, me lo chiedo ancora oggi che il libro l'ho letto purtroppo e mi sono annoiata moltissimo. Sono nata nel sud e vi garantisco che ci sono splendide donne anziane coraggiose e amorevoli e non solo vecchie brutte ossessionate dal vivere in simbiosi con i figli, ci sono uomini e donne che anche vivendo lontani dal paese di origine sono sereni e felici. Mi dispiace tanto.

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    luchino

    29/08/2009 11:09:57

    Spiace doverlo dire ma a mio avviso questo libro appartiene alla categoria dei libri brutti. Quella che dovrebbe essere una concezione di stile di scrittura, con il ritorno al passato e al presente con i racconti di una bambina di come vede lei la vicenda, mette in mostra una confusione assoluta, una serie di ripetizioni nauseanti, una descrizione di personaggi ripetuta che non so come possano interessare il lettore. E pensare che la vicenda poteva portare a galla un problema attuale. Ho letto da qualche parte che vogliono fare un film tratto da questo libro. Non so, forse il film può anche riuscire. Chissà. Certo è che secondo me il libro in questione è veramente brutto.

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    remo

    06/06/2009 13:20:40

    Una scrittura matura, e questo colpisce vista la giovane età dell'autrice, un libro che spero abbia fortuna, perché sincero, vero, lontano dai prodotti commerciali che strizzano l'occhio. La stessa durezza con cui Rosella Postorino scrive la prime pagine è un atto di coraggio che, ne sono convinto, verrà premiato dai lettori e dal tempo.

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    Patrizia

    26/05/2009 18:12:34

    Anche io non appartengo a nessun gruppo (né dei parenti/amici né dei rosiconi) ma questo libro mi ha deluso tantissimo e non sono stupita che sia scomparso da librerie e giornali. Come punteggio regalo un 2 giusto perché il precedente libro mi era piaciuto abbastanza..

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    Federica

    20/05/2009 19:52:44

    Salve a tutti, io non faccio parte né degli "amici-parenti" né dei "rosiconi", ho semplicemente letto il libro. Secondo me L'estate che perdemmo Dio non è il capolavoro del secolo, però io l'ho trovato piacevole ed interessante da leggere. Tutto qui.

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    Cristina M.

    19/05/2009 11:09:54

    Il peggior libro dell'anno. Uno sconforto totale fin dalla prima pagina (non chiedetemi perché l'ho comprato, tutto merito della copertina e del titolo - le uniche cose buone di tutto il romanzo): ma perché Einaudi pubblica libri di così scarso livello? Sono lontani i tempi dei Cannibali... Sconsigliatissimo!

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    Sabrina

    16/05/2009 14:13:28

    Il parere di un lettore vero (e non di amici e genitori): lettura noiosa, ripetitiva, che cerca di avere uno spessore e in realtà si mostra povera di idee e iniziative. Insomma: sconsigliatissimo!!!

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    valina

    07/05/2009 21:13:02

    Sono d'accordo con gli altri "comuni lettori"...i commenti mi sembrano un pò di parte! Dire che ci troviamo di fronte ad una scrittura vera, priva di barocchismi è davvero eccessivo! Ogni frase, ogni minima descrizione è banalità pura... In sintesi, ci troviamo di fronte ad una scrittura tanto vera quanto le recensioni che ho letto qui (quelle da 5).... Sconsiglio questo romanzo, veramente superficiale e noioso.

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    edoardo

    29/04/2009 09:30:06

    Bene, dopo i commenti dei parenti dell'autrice torniamo a quelli dei lettori comuni. Il libro è una perdita di soldi e tempo, la storia è inesistente, forzata, dilatata su tempi inutilmente e prolissamente lunghi, non c'è un'idea che sia una, i personaggi sono meccanici, i dialoghi improbabili. Leggete qualunque altra cosa.

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    alberto calligaris

    28/04/2009 23:10:17

    La letteratura di montagna è un buon modo per comprendere la differenza tra la scrittura femminile e quella maschile. L’uomo che scrive di montagna è maniacalmente ossessionato dal raggiungimento della vetta, la donna invece si muove esplorando il territorio, fermandosi ad osservare. La natura non diventa più un ostacolo da superare, bensì lo specchio nel quale riflettere e capirsi. Questa è la prima considerazione stilistica che intendo fare rispetto al libro di Rosella Postorino. Questo libro non è per chi ha bisogno soltanto di capire come va a finire la storia, per chi vuole sapere chi è il bene e chi è il male, chi vince o chi perde. Non è questa la necessità della scrittura. In secondo luogo questo è un libro dove i tempi narrativi - leggi i tempi della montagna - vengono stabiliti con forza dall’autrice. Non è il lettore che obbliga le pagine a seguire il proprio ritmo di lettura, ma è il lettore ad essere obbligato dai tempi e luoghi interiori dell’autrice. Questo libro ha un notevole proposito, e valore, ed è quello di voler addomesticare il lettore con le proprie parole. Addomesticare, farti tornare a casa. È naturale all’inizio recalcitrare, smarrirsi, provare disagio davanti a questo libro, perché quello che l’autrice vuole è cambiare il respiro di chi legge, rallentare la velocità di lettura, il battito. È un libro questo che cambia la muscolatura del lettore. Perché questo accada bisogna fidarsi. Perché ogni addomesticamento è sempre seduzione, e in un panorama letterario dove storie su storie vengono stampate con una frequenza inutile è importante che ci sia un libro come questo, dove è la bellezza delle parole a fermare il lettore. Dove le frasi hanno un preciso tempo poetico. Dove la storia non finisce con la fine del libro ma riprende nuovamente, in quel bisogno di tornare sulle pagine perché sono sentieri che riconosci, passaggi sottolineati, la vetta che diventa panorama.

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    Barbara Gozzi

    28/04/2009 09:16:11

    Non è facile affrontare 'certe' storie. Specialmente se le tematiche, gli intrecci, gli snodi sociali, sembrano impolverati, talmente digeriti da procurare nausea. Specialmente se la scrittura, lo stile, gli approcci chiedono. Attenzione. Pazienza. Ascolto. Apertura. Questo libro pare scontato, ma non lo è. Pare confuso, nebuloso, ma non lo è. Pare pericoloso. Lo è. Consiglio la lettura a chi è pronto a scavare, a non fermarsi ai soliti luoghi comuni acidi, a chi è disposto a mettersi 'panni' diversi, che spostano visuali e forse anche ragionamenti. Ma soprattutto, questa storia restituisce respiri rubati al quotidiano di ognuno; piccoli gesti, interazioni comuni, attese, sospensioni, paure, incertezze. Scelte. Un'autrice contemporanea italiana coraggiosa, disposta a mettersi 'in gioco' in una narrazione dove i facili fraintendimenti, le etichette veloci, ne segnano la forza. L'urgenza. L'impegno. Il bisogno di cogliere e raccontare.

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    Sabrina

    25/04/2009 16:50:16

    Questo romanzo è un viaggio, poetico e spietato allo stesso tempo, nelle viscere della famiglia, le sue liturgie apparentemente immutabili, i patti segreti stretti nel sangue, gli equilibri a volte precari tra amore e colpa, ostinata pretesa della felicità e generosità, i riti magici dell'infanzia, la crudeltà e la tenerezza che spesso convivono all'interno dello stesso momento, della stessa persona, la deriva rivelata da gesti piccoli, la rinascita costruita con gesti altrettanto piccoli. Lo sguardo dell'autrice alterna primissimi piani a campi larghi mai superflui, mai "folcloristici" su un Sud complesso, che innamora e respinge allo stesso tempo, un Sud in cui calore e gelo (quello della paura) convivono. Assolutamente consigliato.

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    matteo

    24/04/2009 22:41:37

    Trovo che "L'estate che perdemmo Dio" sia un libro importante. Sono nato in una grande città del sud, sono dovuto emigrare per questioni di lavoro, sto bene a Firenze, dove vivo ora, ma c'è qualcosa di me che andando via ho perso. L'ho trovato nel libro della Postorino, come parlasse proprio di me. Nella storia di una figlia che si sente responsabile della felicità dei suoi genitori; nella vita di una giovane coppia costretta a emigrare; nella trama di tenerezze, colpe, segreti, amore che lega i tanti personaggi di questo libro (ognuno necessario a chi legge, mai monodimensionale); nella necessità del perdono che, chi parte, sente il bisogno di chiedere a chi resta (senza averne il coraggio); nel tessuto linguistico frammisto di un italiano levigato e un dialetto sincero; nel dolente smascheramento della mafia che tutto pervade e decide come un dio sanguinario e invisibile, questa giovane scrittrice ha raccontato la storia di tutti. Ha scritto il romanzo delle piccole persone che non contano niente, che hanno sbagliato tutto. E invece è ancora possibile perdonare se stessi. La lingua, lo stile, il ritmo "musicale" di questo romanzo sono costruiti sulla nostra tradizione letteraria, senza però diventarne succubi. La trama non cade nelle facili seduzioni di ridondanti suspense e forzati colpi di scena, ma sa centellinarsi, crescere, e scoprirsi con parsimonia: perchè si arrivi all'ultima pagina ancora meravigliati, incuriositi, e si chiuda il libro sentendosi pieni. Il romanzo che non mi aspettavo, che cercavo, che ho voglia di regalare a mio fratello.

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    Antonella Lattanzi

    24/04/2009 14:58:11

    Ho letto il libro di Rosella Postorino in poche ore. L'ho mangiato. "L'estate che perdemmo Dio" è un libro nudo. Nudo di barocchismi, di stucchevoli virtuosismi, di autocompiacimento. Nudo come la sincerità, il Talento. E' la storia della perdita delle radici, della perdita delle parole, della presa di coscienza che l'adultità è spesso mancanza, terrore. E' la storia di un'Italia costruita sulla colpa ma anche sulla speranza, della famiglia italiana piegata dalla mafia, della collusione di ognuno e allo stesso tempo dell'innocenza più fulgida, più straziata. E' la storia di tutti quelli che devono scappare dalla propria terra, e che dalla propria terra non sapranno staccarsi mai. E' la storia di come la mafia, la politica, non sono sostantivi ma "fatti", "fatti" di piccole persone. Questo però non è un libro di alcun colore politico, o sociale. E' un libro libero. Che libera. Come nella migliore letteratura, qui lingua e trama si fondono: la mafia è non-dire, e qui non viene nominata: c'è. Così tutto il resto. Tra le cose che ho amato di più: nonno Cecè, i dettagli dell'infanzia di Caterina (che mi hanno riportato alla luce pezzi della mia infanzia, dimenticati), l'interazione tra Caterina e il ragazzo rapito, il "peccato dell'origine", i giochi tra sorelle, il terribile coraggio che lega Lena a sua padre, i genitori di Caterina - genitori adulti e giovani innamorati a un tempo -, la tremenda, meravigliosa potenza della vita. La Postorino sa dove finisce il diritto dello scrittore a dire, e dove inizia quello del lettore di creare. Un libro che consiglio assolutamente.

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    Davide Roma

    23/04/2009 22:36:30

    Io, invece, l'ho trovato ottimo. Nella mia copia ci sono interi capitoli disseminati di sottolineature e punti esclamativi. Ad esempio: la strepitosa descrizione del viaggio notturno in treno di Salvatore (da pag.16) così evocativa e ricca da catapultarmi su quel vagone, in mezzo a quei rumori, odori e fiati. La prosa di Rosella Postorino è imprevedibile nella sintassi e nel ritmo. Non si intuiscono mai, in anticipo, gli attacchi delle frasi e il modo in cui sono costruite (mentre nella narrativa di genere spesso si incappa in una monotona ripetitività). Assolutamente consigliato.

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    marco

    23/04/2009 17:50:47

    Banale, scontato, stile piatto, titolo pretenzioso, pieno di luoghi comuni sul sud. sconsigliato a tutte le età

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    samantha

    23/04/2009 11:07:45

    Ho comprato il libro in seguito ad una bella recensione di un magazine, ma sono rimasta molto delusa. La scrittura è lenta,meccanica e difficile da seguire;le idee sono confuse e poco originali.L'autrice è probabilmente troppo giovane per affrontare temi del genere: manca l'ancoraggio con la realtà. Da sconsigliare.

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    Luke

    23/04/2009 02:00:33

    Ho trovato questo libro sulla scribania di mio fratello, sopra c'era un post it con su scritto: "Davvero bello". Così mi sono incuriosito: mio fratello non è certo un gran lettore.. Era venerdì pomeriggio, fuori pioveva e non avevo niente da fare, perciò mi sono messo a leggere L'estate che perdemmo Dio. Adesso non starò a dire che l'ho chiuso solo una volta arrivato all'ultima pagina, però domenica notte l'avevo finito, e non mi sono annoiato di sicuro. Poi è chiaro, non ha la frenesia di un thriller americano, ma non penso fosse quello l'intento dell'autrice. Certi libri non vogliono choccare il lettore ad ogni costo, piuttosto lo invitano ad entrare nel loro mondo narrativo. Se si accetta di entrare nel libro di Rosella Postorino, dopo tutto quanto viene da sè, e solamente la lettura nel suo insieme è in grado di restituire tutte le sfumature dell'opera. Quindi, visto che mio fratello (involontariamente) l'ha fatto con me, adesso sono io che consiglio questo libro a tutti gli amanti della narrativa italiana di qualità.

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