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Joyce Carol Oates

Traduttore: V. Curtoni
Editore: Il Saggiatore
Collana: La cultura
Anno edizione: 2014
Pagine: 502 p., Brossura
  • EAN: 9788842820192
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Recensioni dei clienti

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    Anna

    08/05/2017 14.42.28

    Non mi è piaciuto e non sono riuscita a finirlo. Troppo lungo e ripetitivo.

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    Giuseppe Russo

    21/01/2015 11.42.30

    Tra i bersagli privilegiati della Oates c'è, e fin dagli inizi della sua lunga carriera, la volontà di smascherare la struttura dispotica della famiglia nucleare borghese per spostare in primo piano i meccanismi violenti sui quali si basa, le asimmetrie di cui si nutre per restare in piedi. Alla base di «We Were the Mulvaneys» (1996) c'è una lunga riflessione sulla possibilità che, nonostante questi orrori, la soggettività dei singoli possa ugualmente formarsi, e quindi sia possibile indagare su di essa in forma di romanzo per comprenderla. Il percorso è però ostacolato dai giochi identitari che ci permettono di continuare a vivere tra mille compromessi e più rare oasi di pace momentanea. Quindi non è un'operazione semplice, ma d'altra parte «non c'è nulla tra gli esseri umani che non sia complicato, ed è impossibile parlare di esseri umani senza semplificare e procedere per approssimazioni» (p. 422).

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    NervidInchiostro

    25/12/2014 02.12.52

    Il primo tomo che mi ha fatto amare il genere racconto -e si, avevo provato anche i grandi. SU PER BO. A parte un due racconti dell'inizio, un' impressionante maestria, al contrario ad es. di "Misfatti. Racconti di trasgressione"(redattori centrali?). Quasi non sbaglia un colpo, tutti diversi, tutti finestre semplici e micidiali su grandi spazi di vite e di menti, dove non è banale neanche la voglia di piacere di una ragazzina, che ci si posa con la stessa autorevolezza della nebbia densa dei mattini metropolitani, le voci di uomini, adolescenti, professori-amanti, assassini o suore turbate, fidanzatini, tutto privo di scandalo perchè tutti sotto il velo imperturbato di verità spoglie e complesse, intimità di vite che strattonano dallo stereotipo in un trionfo di originalità: ogni cosa è prima, a sè, pensieri come piccole gocce private, distillati di qualità, che traggono le storie da semplici iconografie di spaccati quotidiani, in corse verso la scoperta, di una storia tra mille. Quando non invece storie inconsuete, reali all'osso ma quasi fantasmagorie, un surreale metafisico silenziato nella routine più prossima, che ammalia sottocoperta. Ricorda un iperreale alla Linch, ma dove ancora tale è la maestria dell'autrice che si rimane - dimentichi dello straniamento-appesi al filo dei pensieri dei protagonisti e delle loro azioni iperbariche. Ma poi, ancora, con quale semplicità e quando essenzialità veniamo nutriti di dedali eleganti e avvincenti introspezioni, tra un'attesa scena e l'altra, che anzichè distanziarcene ci immergono ancora nella carne cruda di uomini di tutti i giorni o delitti di tutti i giorni (!), alchè ti pare d'esser finita in una trappola, che unisce un genere spartano alla Kerouac,Carver in ampolle di poesia fonda e memorabile, con bagliori di forza e violenza pulsante in microcosmi vitali, a volte virali, comuni e impensabili. Tutto senza il minimo sforzo da parte del lettore, che deve solo star dietro alla sua sete.

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    Giuseppe Russo

    22/01/2014 14.54.41

    Tra i bersagli privilegiati della Oates c'è, ed opera fin dagli inizi della sua carriera, la volontà di smascherare la struttura dispotica della famiglia nucleare borghese per spostare in primo piano i meccanismi violenti sui quali si basa, o almeno le asimmetrie di cui si nutre per restare in piedi. Alla base di «We Were the Mulvaneys» (1996) c'è una lunga riflessione sulla possibilità che, nonostante questi orrori, la soggettività dei singoli possa ugualmente formarsi, e quindi sia possibile indagare su di essa in forma di romanzo per comprenderla. Il percorso è però ostacolato dai giochi identitari che ci permettono di continuare a vivere tra mille compromessi. Quindi non è un'operazione semplice, ma d'altra parte «non c'è nulla tra gli esseri umani che non sia complicato, ed è impossibile parlare di esseri umani senza semplificare e procedere per approssimazioni» (p. 422).

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    BARBARA BETTELLI

    17/09/2013 11.55.31

    I Mulvaney sono la famiglia perfetta, due genitori sorridenti e pieni di vita con 4 figli che sono degli splendori; vivono in una fattoria color lilla nello stato di New York, vicino a ruscelli e cascate, coltivano l'orto e allevano animali bellissimi e docili, cavalli, mucche uguali a quelle della Milka, cagnolini puffosi, gatti melliflui dal pelo lucido, canarini e fringuelli che allietano le loro mattine con canti celestiali. I Mulvaney non parlano, cinguettano. I Mulvaney non chiamano se stessi e i loro animali per nome, ma con nomignoli deliziosi: pizzicotto, focaccina, germoglio, bel faccino, piccipicci puccipucci, farfallina, tesoruccio, bambolina, fiordineve, passerotto, pesciolino. I Mulvaney sorridono in continuazione, si fanno complimenti, dormono sotto coloratissime e soffici trapunte, aprono le braccia ad ogni radioso nuovo giorno pieni di entusiasmo. Inutile dire che a pag. 20 mi si erano cariati gli incisivi superiori. A pag. 40 ero in piena crisi iperglicemica, a pag. 60 avevo ormai un piede nel polmone d'acciaio. Ma verso pag 70, quando avevo ormai deciso di gettarmi da una rupe e devolvere tutti i miei stracci alla Caritas, finalmente è arrivata lei: la cattiveria. Sì, perché il giorno di San Valentino del 1976 succede qualcosa di molto brutto a Marianne, il tesorino di casa, meravigliosa cheerleader invidiatissima, la preferita di tutti. Le accade qualcosa di non ben delineato nei dettagli, che permette a sentimenti di tutt'altra specie di insinuarsi nella casa, come una biscia che passa sotto la porta e lascia la propria viscida gelatina su tutto ciò su cui si posa. Ognuno degli abitanti della casa inizia più o meno inconsciamente a deteriorarsi ed irrompe il grande grande Silenzio. Interessante storia di incomunicabilità, di angoscia, di desiderio di vendetta e di fuga. Un po' lungo. Voto 7 e mezzo

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    Norma

    30/07/2013 14.35.20

    Libro molto bello ed emozionante, ricco di spunti di riflessione e capace di evocare ricordi d'infanzia assopiti, di sensazioni vissute ma dimenticate.

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    chiara

    27/08/2012 13.29.45

    mi associo all'ultima recensione. do un voto medio per la bravura della oates ma resta il fatto che il libro è molto faticoso.

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    elena

    08/10/2011 12.25.49

    le prime pagine di questo romanzo mi avevano fatto ben sperare. Ma alcuni capitoli eccessivamente ridondanti, e taluni salti temporali, affaticano la lettura. Non lo consiglierei.

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    elda

    27/08/2011 15.19.15

    Costituisce una lettura abbastanza piacevole, anche se, a mio parere, alcune parti sono un po' troppo prolisse.

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    Clara

    11/07/2010 16.30.46

    Libro bello e interessante, anche se molto molto triste. La descrizione della famiglia, di come le cose precipitino e peggiorino sempre piu', e' straziante ma al tempo stesso molto credibile. Ho provato molta pena per Marianne, costretta a lasciare la sua famiglia, ma anche per il padre, incapace di "gestire" la situazione in cui viene a trovarsi, che continua a cadere sempre piu' in basso. Il personaggio della madre per me e' invece insopportabile, con il suo falso buon umore e il perenne rispetto delle convenzioni. Nel complesso quindi un giudizio piu' che positivo, libro sicuramente consigliato.

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