Il fantasma esce di scena

Philip Roth

Traduttore: V. Mantovani
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2008
Pagine: 226 p., Rilegato
  • EAN: 9788806192198
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"Enter Ghost - Exit Ghost" è la didascalia che indica, nei drammi di Shakespeare Amleto, Macbeth e Giulio Cesare, le entrate in scena e le uscite di un personaggio defunto. Nell'Amleto la prima apparizione dello spettro agli occhi del pubblico, tanto fugace e silenziosa quanto terrorizzante, avviene nella gelida notte danese, davanti a Orazio, agli ufficiali e ai soldati di guardia al castello di Elsinore. È qualcosa di più che fantasia, immaginazione? ("something more than fantasy?") si domandano. Figura prodigiosa e perturbante, lo spettro viene dal luogo da cui non si fa ritorno per diventare – nel corso della rappresentazione e nei successivi dialoghi con Amleto – pagliuzza conficcata nell'occhio della mente, tragica rivelazione di verità e, al tempo stesso, smascheramento di quella menzogna e di quell'ipocrisia che covano nella società, nella storia, nel potere.
Il titolo originale dell'ultimo romanzo di Philip Roth, tradotto in italiano da Vincenzo Mantovani con Il fantasma esce di scena, è, non a caso, Exit Ghost. Un palcoscenico vuoto con un sipario rosso in copertina. Qui il primo fantasma a entrare in scena è il personaggio di Nathan Zuckerman, protagonista di gran parte della narrativa di Roth, da Lo scrittore fantasma (Einaudi, 2002) alla trilogia di Pastorale americana (Einaudi, 1998), Ho sposato un comunista (Einaudi, 2000) e La macchia umana (Einaudi, 2001). In Lo scrittore fantasma Nathan ha ventitré anni e incontra un vecchio romanziere, E. I. Lonoff, che si è ritirato dal mondo rifugiandosi sui monti del New England con la moglie Hope e una giovane studentessa, Amy Bellette. In Il fantasma esce di scena è Nathan che, settantunenne, dopo essere rimasto "nascosto" per undici anni in una casa nei boschi del New England dedicandosi soltanto alla scrittura, fuori da ogni comunicazione con il mondo, con la storia e con l'amore, torna a vivere "nel presente", nella New York post 11 settembre. Ed è lui stesso un sopravvissuto, scampato a un tumore alla prostata, ridotto a una condizione quasi infantile alle prese con pannoloni e incontinenza. Anche Amy Bellette si riaffaccia sulla scena, ma non è più la donna affascinante incontrata da Nathan nel 1956, quando stava per diventare l'amante di Lonoff; è una vecchia con il cranio mezzo rasato per un'operazione al cervello, inattendibile custode di una biografia sentimentale e intellettuale dello scrittore ormai scomparso, che uno spregiudicato giornalista, Richard Kliman, vuole rubarle per darla alle stampe.
Non è necessario avere letto gli altri romanzi di Roth e non occorre conoscere la vita passata di Zuckerman, di Amy Bellette o di Lonoff fuori dalle tracce che dà il testo stesso, per apprezzare questo romanzo. Perché la sua bellezza consiste prima di tutto in uno di quei geniali cambiamenti di prospettiva che la letteratura propone rispetto alla vita e al mondo comune. In Everyman la scrittura si faceva tanto più intensa e appassionante quanto più la vita scorreva davanti agli occhi del personaggio (e del lettore) attraverso il punto di vista della morte, del buio, nell'abbandono ad amori sorpresi da lontano, al "sole cocente", alla "luce dardeggiante da un mare sempre in moto", all'"odore di acqua salata", al mondo intero colto come su una mappa geografica di internet: il "pianeta Terra da un miliardo, un miliardo di miliardi, un quadrilione di carati". In Il fantasma esce di scena, la particolare prospettiva permette al lettore di guardare il mondo con la nostalgia di chi l'ha lasciato, ma con la sorpresa euforica di esserci ancora dentro; con l'abbaglio di un nuovo presente, ma con la consapevolezza di non poterci più entrare fino in fondo, di non poterlo più gustare né piangere davvero.
Il punto di partenza è quello che anima le prime pagine di Linea d'ombra di Joseph Conrad, più volte citato nel romanzo, e da recuperare per intero: "Soltanto i giovani hanno momenti del genere (…) Momenti di avventatezza (…) Era scesa su di me la malattia della giovinezza, trascinandomi via". Queste parole si adattano perfettamente alla storia di Nathan Zuckerman. Dopo quello che si annuncia come un nuovo, prodigioso intervento alla prostata (ma che in realtà non lo è), con la memoria vacillante, ancora incontinente e impotente, "consapevole dell'errore" e, appunto, "come un fantasma che tornasse dopo una lunga assenza", lo scrittore si ritrova a fronteggiare nella maniera più imprevista e imprevedibile le tre cose che gli stanno più a cuore: la storia politica e sociale dell'America, l'amore, la letteratura. Deciso a scambiare la propria casa del New England con qualcuno che gli ceda un appartamento a New York per almeno un anno, Zuckerman incontra una coppia di giovani scrittori, Billy e Jamie, intenzionati allo scambio. Jamie ha paura del terrorismo e vuole fuggire da New York. Sono i giorni della seconda vittoria di Bush, nel 2004, e la donna, una trentenne dai capelli neri e dal corpo sinuoso, diventa per Zuckerman il pretesto per sviscerare i problemi dell'America, i disastri del terrorismo, l'ignoranza e le menzogne politiche, le "ambigue favole" da cui il personaggio si era tenuto lontano. Non solo, ma Jamie risveglia in lui un paradossale sentimento amoroso, "una forte attrazione gravitazionale sul fantasma del mio desiderio". E se l'impotenza, secondo una metafora che implicitamente percorre tutto il romanzo, si traduce in un blocco della comunicazione, allora ecco che la soluzione viene dalla letteratura. I dialoghi tra Nathan e Jamie rivivono trasformati e sfasati in un dialogo teatrale fittizio in cui una "lei" e un "lui" si corteggiano e si conoscono dandosi un addio tra i più originali (la promessa della "follia" che segue all'attraversamento della linea d'ombra, della giovinezza, della maturità, della vecchiaia, il bagno nell'acqua color caffelatte dei bayous di Huston…). La parola teatrale diventa così la forma alternativa (quella del sogno, dell'immaginazione, della poesia) al linguaggio della quotidianità, della vita, all'empasse reale e simbolico dell'impotenza.
Questo gioco di prospettive, di rimandi e di doppi (da cui spunta anche lo spettro dello scrittore George Plimpton, la cui morte e la cui precedente vitalità sono rimpiante e interrogate come Amleto interroga nel cimitero il teschio del povero Yorick) rende il testo più complicato e più affascinante al tempo stesso, nel "miscuglio di comicità e cupezza" con cui arriva al lettore (come a Nathan arrivano le pagine di Lonoff). Il romanzo diventa così anche una presa di posizione contro l'impoverimento culturale e letterario che circonda il mondo autoreferenziale del testo stesso. Contro quelle storpiature della critica e del giornalismo che riconducono qualsiasi testo a forzato biografismo. La ribellione si coglie non solo dalla storia di Nathan Zuckerman, ma dalle parole di Amy Bellette e dalla voce delirante del suo stesso tumore. La donna scrive una feroce lettera al direttore del "Times", dove ammette che la letteratura è "fastidiosa" non meno dello spettro di Amleto. E che per questo, forse, è in procinto di sparire, o meglio, di perdere la propria funzione di vitale disturbo: "C'è stato un tempo in cui le persone intelligenti usavano la letteratura per pensare. Quel tempo sta per finire (…) Oggi in America è la letteratura che è stata espulsa come seria influenza sul modo in cui la vita è percepita (…) Immaginazione? Non c'è immaginazione. Letteratura? Non c'è letteratura. Tutte le parti squisite – e anche le parti non proprio squisite – scompaiono, e restano solo queste persone che si sentono ferite nei propri sentimenti".
La letteratura non è quel fantasma, "something more than fantasy"? Che cosa significa vivere, se non "forgiare una vita"? Roth non cita mai direttamente Shakespeare, ma Eliot, i versi di Little Gidding in cui il poeta, camminando per la strada prima dell'alba, incontra uno spettro che gli dà una profezia sul suo doloroso futuro, "Perché le parole dell'anno scorso appartengono alla lingua dell'anno scorso / E quelle dell'anno venturo aspettano un'altra voce".
Come lo spettro di Amleto, la letteratura finisce per restare chiusa tra due didascalie: "Enter Ghost - Exit Ghost". Come il vecchio re defunto al figlio che porta il suo stesso nome, però, la sua apparizione ci serve a prendere coscienza di noi stessi, della nostra identità, a rappresentare lo spettacolo del mondo. Anche quando si pensa, come Nathan Zuckerman, che "il dramma della scoperta di se stessi" sia già "finito da un pezzo".
Chiara Lombardi

Considerato dalla stampa internazionale il più grande scrittore vivente, premiato dalla critica e dal pubblico con i più prestigiosi riconoscimenti letterari, Philip Roth torna con un romanzo amaro e crepuscolare, che ha per protagonista il suo alter ego: lo scrittore Nathan Zuckerman.
Dopo Lo scrittore fantasma, in cui il giovane Nathan insegue i suoi miti e i suoi ideali; Zuckerman scatenato, in cui raggiunge l'affermazione attraverso la pubblicazione del suo primo capolavoro, e La lezione di anatomia, in cui l'ormai anziano scrittore è costretto a fare i conti con la malattia; in questo nuovo capitolo Zuckerman è alle prese con il rigurgito delle sue antiche passioni. A settantuno anni, dopo undici anni di perfetto isolamento, Nathan si guarda intorno e vede un uomo solo, fasciato in un pannolone da incontinente, costretto all'impotenza e al rifiuto di ogni desiderio. Vede un vecchio rassegnato, che ha lasciato la frustrazione insieme agli altri aneliti, per rifugiarsi sui monti del New England. Il disprezzo che prova per se stesso supera l'ammirazione che dimostrano i lettori nei suoi confronti e gli impedisce di vivere, esporsi, partecipare alle cene e alle occasioni mondane. Fino a che, spinto dalle parole di commiato di un amico, decide di ritornare a New York, per sottoporsi a un intervento che promette di ridurre la sua incontinenza, e si ritrova completamente immerso, invischiato, nelle assurde dinamiche sociali della grande mela. Una città profondamente trasformata dopo l'11 settembre, popolata da persone che conversano in maniera compulsiva al cellulare e da ragazzine svestite come dive di Hollywood, una città prostrata dalla paura per Al Qaeda e per l'imminente rielezione di Bush alla presidenza.
Nathan Zuckerman si aggira per le strade di New York come un fantasma, riemerso da una vita parallela, incredulo al cospetto dell'assurdità dell'esistenza, impotente e attonito in un mondo che non riconosce quasi più. Quando all'improvviso un volto riaffiora dal passato, una vecchia signora disfatta forse più di lui, con una cicatrice che le taglia in due in cranio e con indosso una vestaglia logora. è Amy Bellette, l'amante del grande scrittore ormai dimenticato E. I. Lonoff, uno dei suoi idoli di gioventù, che ebbe modo di incontrare nel lontano 1956.
A distanza di quasi trent'anni Philip Roth rientra nella storia che diede origine alla saga, (Lo scrittore fantasma, pubblicato nel 1979) facendo ritrovare due dei protagonisti del suo vecchio romanzo. Grazie a questo incontro Zuckerman scopre che un giovane cronista, biografo d'assalto, sta cercando di pubblicare uno studio su Lonoff, con l'intento di rivelare un tremendo segreto relativo alla sua vita privata. Ma il vecchio scrittore osteggia il giovane Kliman con tutta la rabbia che ha dentro e, affrontandolo, ritrova la sua grinta giovanile. Allo stesso modo, quasi per un'esigenza fisica incontrollabile, riscopre il suo slancio amoroso: attraverso un annuncio incontra Jamie, una giovane e sensuale scrittrice e suo marito, che gli propongono uno scambio di appartamento. Abbacinato dalla carica erotica della ragazza, Zuckerman si sorprende a fantasticare su di lei, immagina degli assurdi dialoghi carichi di allusioni e traspone questa vitalità fittizia, questa gioia effimera nel romanzo che si appresta a scrivere. Una sola settimana a New York per ritornare in scena, respirare la frenesia della vita, e uscirne ancora una volta, definitivamente.
Solo una settimana di vita, per riassaporare il grande talento di Philip Roth. La costruzione della frase, la sua architettura magistrale, perfetta; la trama, un crescendo vorticoso ed emozionante; i personaggi, che vivono del riflesso della genialità del loro ideatore; senza tralasciare le piccole elegie amare e politicamente scorrette che farciscono pagine pregne di significato. Meta-letteratura, nell'opera di un autore capace di invertire il tacito accordo tra il lettore e lo scrittore, capace di sovvertire i canoni della creazione letteraria, capace di stupirci, ancora una volta.

Recensioni dei clienti

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    Raffaele

    04/05/2012 22:32:47

    Un ritorno al passato per il "fantasma" di Zuckerman che si aggira nella sua e nella nostra vita con la lucentezza di sempre. Grandi atmosfere di solitudine, di pietà e di rabbia in un contesto di assoluta attualità; un'uscita (presunta?) di scena sofferta e inaspettata. Solito splendido romanzo di Roth.

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    diablo

    01/06/2009 16:54:42

    un libro bellissimo, intenso e molto vero, soprattutto nelle emozioni provate dallo scrittore. un livro onirico sui sentimenti, sul rispetto delle volontà di che scrive e vorrebbe non diventare oggetto di analisi ad ogni costo. un libro che raccomandarei a molti giornalisti o presunti tali.

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    luciano

    05/05/2009 18:30:22

    alcune volgarità secondo me inutili e gratuite, mi sembra piuttosto starmpalato, anche se ben scritto. Strano che l'autore sia convinto che tutto ruoti attorno al sesso, come se non esistessero altri rapporti umani.

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    Patroclo

    05/03/2009 23:11:18

    questo é un libro eccezionale. nel senso che é un´eccezione, per quanto mi riguarda. un libro di Roth a cui dó meno di 4 punti. é giá allarmante quando uno scrittore scrive di un altro scrittore (e giá altri Zuckerman sono poco riusciti) che a sua volta ragiona di altri scrittori (peraltro inventati). "Exit Ghost" sta a Roth come l´altrettanto poco riuscito "Ravelstein" stava a Bellow. una sorta di resa dei conti tutta letteraria, che significa molto di piú per l´attore che per i lettori. attendo con ansia il prossimo "Indignazione", ben sapendo che liberatosi di Zuckerman, ecco che viene fuori Roth

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    simone

    16/02/2009 09:06:19

    fenomenale. il libro più riuscito sul post 11/09. morte, malattia, sesso, ebraismo e scrittura: la summa delle Roth ossessioni al loro meglio. chiaramente altalenante ma i suoi picchi sfiorano la vertigine.

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    DANIELA

    14/01/2009 18:42:52

    QUALCOSA PROPRIO NON VA COL FANTASMA DI ROTH, ZUCKERMAN STAVOLTA CI ANNOIA PIU' DI QUANTO NON C'INTRATTENGA CON SOTTILE IRONIA E PACATA SAGGEZZA, COME NEL PASSATO HA SEMPRE FATTO. LA CHIUSURA DEL RACCONTO, PIU' DI TUTTO, STANCA E INQUIETA. LUNGAGGINI DEL DESIDERIO E DELLA SENESCENZA, D'ACCORDO, MA QUI C'E' UN SOSPETTO DI AUTOCOMPIACIMENTO (E DI "SCORCIATOIA ESISTENZIALE" AL TEMPO STESSO) CHE MOLTO SOTTRAE ALLA CREDIBILITA'. COME DIRE: CHE ZUCKERMAN SI SIA UN TANTINO RIMBAMBITO NEGLI ANNI E' PLAUSIBILE, MA CHE CI DEBBA LASCIARE COL RICORDO DI UNA PENOSA REGRESSIONE ADOLESCENZIALE... FA PENSARE AD UN MODO SBRIGATIVO E DAVVERO INGENEROSO DI LIQUIDARLO.

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    Santiago

    07/01/2009 22:31:02

    Eccellente l'idea, lo svolgimento è mediocre. Noioso, scritto per una ristretta cerchia di amici, critici, snob e intellettuali con petigree newyorkese.

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    franco silvestro

    02/12/2008 13:00:09

    e poi dicono che i contemporanei sono tutti uguali. Luogo comune con qualcosa di vero. Quante estati a leggere i nuovi geni scoperti dai vari Strega, Campiello etc...rivelatisi mediocri e privi di sapore letterario, spesso romanzetti privi di qualsiasi struttura narrativa, ahimé..ricchezza e successo usurpati. Ad agosto mi sono fatto 4 risate con la Solitudine dei numeri primi, prima mi ha fatto veramente ridere e poi incazzare. Poi finalmente mi sono rifatto il cervello ed ammaliato il cuore con Napoli Ferrovia di Rea e con questo bellissimo, struggente, modernissimo atto d'amore verso la vita ( e la letteratura)di Roth. Zuckermann è tutti noi e noi tutti siamo lui..

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    Giuseppe S.

    20/11/2008 18:19:10

    Il deperimento del corpo e della mente e le umiliazioni che ne conseguono, il confronto/incontro/scontro improponibile tra diverse generazioni, la lotta per vivere e sopravvivere, un'ultima battaglia per difendere il diritto dello scrittore ad essere giudicato per la sua arte. Roth scrive bene di ciò che conosce, senza riuscire a rinunciare a qualche residuo di inutile eccesso. Ciò che non mi è piaciuto è l'ambiente, i personaggi. Intellettuali, ricchi, democratici, "interessanti", e antipatici. Insomma quasi un cliché. Non mi piace neppure il suo egocentrismo a cui, come molti, non riesce a sfuggire.

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    monica

    07/11/2008 00:18:08

    un capolavoro assoluto. e ho detto tutto.

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    Philip

    31/10/2008 20:25:28

    L'ennesimo grande romanzo del più grande Autore vivente,per l'ennesima volta ignorato dai parrucconi svedesi.Il Maestro non ha perso un'oncia della sua lucida capacità di analisi e della sua ironia.Da Nobel(come sempre,da MOLTO tempo a questa parte).

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    Carlo M.

    28/10/2008 18:14:08

    Non finisce mai di stupire!... E' una autentica gioia, per chi lo ha amato nei precedenti romanzi, ritrovare Nathan Zuckerman. Lunga vita a lui e al gigantesco Roth a cui consegno il mio personale premio Nobel (..ho rinunciato a confidare nei parrucconi svedesi con le loro "originali" scelte!).

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    Tommaso Ferigo

    27/10/2008 09:24:57

    Un libro da consigliare. Dialoghi magnetici tra due generazioni. Nelle ultime pagine, che mi parevano scemare in toni pallidi, sono stato appagato da un'ultima breve pennellata di stile. Non so perché ma in qualche momento mi ha ricordato "Le braci" Márai Sándor.

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    claudio

    24/10/2008 19:27:17

    Sempre più incomprensibile l'ostracismo del Nobel a Roth.

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    Davide D

    21/10/2008 18:03:37

    Dopo "Pastorale americana" mi ero ripromesso di non leggere più nulla di questo Autore, del quale non sopporto la scrittura così prolissa, dispersiva, frammentaria e spesso decisamente noiosa, ma la trama di questo libro mi ha incuriosito. Molti sono gli spunti, interessante il contesto in una New York nel dopo elezioni 2004, belle ed anche divertenti alcune situazioni. Purtroppo la scrittura è sempre quella, infarcita di lunghi e noiosi dialoghi immaginari LUI-LEI, digressioni e descrizioni di situazioni che nulla hanno a che fare con tutto il resto, come la lunga descrizione di un funerale, insomma, non è sempre facile avere tutto sotto controllo. La mia impressione è che Philip Roth scriva per un ipotetico "lettore professionista", non per i lettori che, come me, sono costretti a sfruttare quel po' di tempo libero che hanno a disposizione, spesso prima del sonno o ritagli durante la giornata, frammenti di tempo nei quali si è spesso costretti a mettere l'orecchio nella pagina interrompendo bruscamente la lettura in un punto qualsiasi. Alla ripresa, riappropriarsi della situazione è spesso un'impresa, non sempre possibile del tutto.

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    Pmagro

    14/10/2008 14:47:44

    Mi è piaciuto. L'autore sempre più sui temi della malattia ma ancor di più sulla vecchiaia, sui disagi che comporta, in particolare nei rapporti con i giovani e le donne. Unica perplessità, la presenza di alcuni periodo troppo, troppo lunghi, piuttosto involuti, che costringono il lettore ad una fatica esagerata nella comprensione.

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    massimo r.

    03/10/2008 19:00:36

    Un altro grande Philip Roth che medita con disperata ironia sui doni della vecchiaia e sulla ipocrisie del mondo letterario e non solo. E complimenti a Mantovani, traduttore fedele ed elegante.

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