La felicità terrena

Giulio Mozzi

Editore: Einaudi
Collana: I coralli
Anno edizione: 1996
Pagine: 175 p.
  • EAN: 9788806140694
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Recensioni dei clienti

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    tigre

    03/09/2010 18:04:46

    Insopportabile. Illeggibile. Unica cosa decente le 3/4 pagine dell'ultimo racconto che descrivono i film porno che l'autore guardava da adolescente, scritte però con un linguaggio da prete, inconsistente e smorto. Dedicato ai catechisti o agli smidollati.

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    Luca

    24/04/2005 15:47:55

    Non so se si pubblicano in questo sito anche giudizi negativi veramente, perché, in quel caso, questo è uno di quelli.

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    luigi

    03/03/2004 12:31:32

    una raccolta eccellente, con la stessa intensità e saggezza creativa di questo è il giardino. E' un disastro non leggerlo.

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    John

    11/09/2002 13:08:48

    Un paio di buoni racconti. Il resto da buttare.

Vedi tutte le 4 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione


recensione di Spirito, P., L'Indice 1996, n. 6

Il senso dell'assenza, della scomparsa, l'aprirsi improvviso di baratri esistenziali. E ancora la sofferenza della malattia, dell'essere diverso, il perdersi nei piccoli grandi inferni metropolitani, nelle bolge distorte e assordanti delle discoteche. Il dolore del mondo, insomma, del nostro mondo quotidiano, appena riscattato da una pietas che chiede l'accettazione di tutto ciò come unica possibilità di salvezza, in una visione molto cattolica della realtà. È 'la felicità terrena' di Giulio Mozzi, scrittore padovano alla sua seconda opera di narrativa dopo l'apprezzato "Questo è il giardino".
Nella nuova raccolta lo scrittore si indirizza verso il genere che egli sente più congeniale: il racconto che attinge con immediatezza cronachistica dai piccoli fatti di ogni giorno, con riferimenti autobiografici.
La follia è un tema caro a Mozzi, che riesce a rappresentarlo con sensibilità e senza falsi pietismi. Ad esempio in "Vanessa", storia di un'handicappata (vera) impiegata in un ufficio postale: "Io non mi faccio scrupolo - scrive l'autore - di raccontare la storia di Vanessa perché, in fondo, sono convinto che Vanessa sia inattacabile e indistruttibile. Niente può modificare la sua pazzia, niente può influire sul meccanismo che, dentro di lei, produce la pazzia e, insieme, quella che sembra una strana forma di felicità". Follia come alterità, ma nell'alterità sta la salvezza, mentre il male si nasconde nella libertà di agire: "Anche se si decide di vivere nell'obbedienza completa rimane una quota ineliminabile di libertà, grazie alla quale si può compiere il male".
Ma è la scomparsa - l'assenza improvvisa di chi si è conosciuto e amato, con il tentativo e il bisogno di colmare il vuoto lasciato da chi è morto - il filo che unisce i racconti di Mozzi. Una scelta in fondo coraggiosa, che rischia talvolta una neoretorica del sentimento, ma che è animata da un'esigenza etica mai di maniera. Lo sguardo del narratore è misurato, e lo stile rimane sobrio nel tracciare le coordinate dello spaesamento di fronte all'abisso che si spalanca d'improvviso, e sul bordo del quale è vano puntare i piedi: "Il dolore non è male, il male può servirsi del dolore. Respingere il dolore, sempre e soltanto respingerlo, è male". I racconti "Roma", "Una vita felice" (che apre la raccolta, forse il testo migliore), "Ti ricordi quanta neve, l'anno scorso", "Migrazione", riprendono tutti questo motivo, variamente modulato in una riflessione continua intorno ai significati della vita.
In tale accezione anche l'amore diventa ricerca: un interrogarsi sull'autenticità dei sentimenti, sul loro senso all'ombra di una minacciosa solitudine: "Io non sento un sentimento. Oppure i sentimenti sono questo, i sentimenti sono una cosa del corpo".
I risultati migliori Mozzi li ottiene muovendosi sul terreno dell'emozione colta nella sua immediatezza, quando il narratore osserva stupito ciò che lo circonda. Meno riusciti appaiono al contrario i tentativi che evocano la scrittura di Lodoli (lo "scopritore" di Mozzi), come nel racconto "Paperoga di notte", dove le atmosfere ambigue e pop-decadenti convincono poco.
È un universo eroso e confuso quello abitato dai (giovani) personaggi di Mozzi, una realtà disgregata dove l'imperativo primo è la salvezza. Di qui la meditazione incessante, sofferta, intorno ai motivi dell'esserci, il bisogno quasi disperato di mettersi a nudo di fronte a una verità, quale sia, e il dolore che provoca tale scelta. Al di là del titolo volutamente ammiccante ("cuori" e "felicità" stanno diventando vocaboli irrinunciabili per molti editori) il libro è sincero.