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recensione di De Federicis, L., L'Indice 1992, n. 4

Di libro in libro Mannuzzu perfeziona un personaggio. Dopo due romanzi pubblicati in pochi anni, "Procedura" (1988) e "Un morso di formica" (1989), ora raccoglie in volume sei racconti, sei storie d'amore. II protagonista ha caratteristiche fisse, tratti che ci sono già familiari. È l'uomo che per mestiere fruga nei casi della vita, cerca indizi, scrive sentenze. È un giudice, dunque, che sbriga con zelo e senza passione il suo lavoro, in stanzucce di provincia, alle prese con incartamenti monumentali. Intelligente com'è, ha subito capito che la verità, o la semplice certezza, resta imprendibile.Niente di ciò che conta nelle esistenze che approdano al suo tribunale gli sarà davvero svelato. Mannuzzu, magistrato vissuto tra Sassari e Roma, parla di un mestiere, e di luoghi, che conosce bene. Non nega il proprio autobiografismo, ma ci chiede di non darne un'interpretazione ovvia e fornisce le opportune istruzioni enunciando, di sfuggita e nelle pieghe del discorso narrativo, quasi una poetica: "Si sa com'è un racconto: nulla in esso è vero e tutto è vero. Cose della vita vissuta, fatti accaduti, gesti e parole di persone conosciute prendono un ordine diverso e si mischiano con altro: generando realtà uguali a nessuna, che tuttavia ci appartengono più di tutte. Sicchè non esiste prova a carico tanto grave e decisiva, per noi; bisognerebbe considerarlo prima di esporsi in tal modo" (p. 11). Notate: realtà che "ci appartengono più di tutte" sono quelle generate dall'arte del racconto, e "bisognerebbe considerarlo prima di esporsi".
Il giudice, in questi racconti, sperimenta la frustrazione del non capire, fuori però delle aule e dei processi. Ama donne di cui vede, registra, analizza il comportamento senza arrivare a saperne le ragioni. E peggio quando crede di sapere, e sbaglia. (Anche il lettore vorrebbe saperne di più, ma deve arrendersi alla figura retorica prescelta da Mannuzzu, la reticenza). Possiamo leggere i pezzi della raccolta, seguendo la linea proposta dalla presentazione editoriale e dall'autore, come variazioni su un identico tema, un rapporto fra uomo e donna. L'uomo di Mannuzzu è giudicante, e investigante, e si assume comunque l'autorità del padre. Triste e tenace non cessa mai di darsi un ordine, di programmare un lavoro, di crearsi nicchie nelle abitudini, di trovare vie di fuga dall'eccesso di consapevolezza negli schemi ordinari della giornata. Sarebbe insopportabile, se non fosse anche un uomo debole, fatto di carne e vistosamente imperfetto. La fragilità corporea è infatti il segno che lo distingue. Lente malattie ne deturpano la persona, o la vecchiaia l'insidia, oppure è zoppo, oppure più sottilmente convive con un vizio, il vizio della paura, che non ammette scappatoie, solo tenui oscillazioni fra l'ansiosa stretta al cuore e la normale infelicità, "l'ombra, lunga e immobile, cui ero abituato" (p. 125).La donna, figlia o moglie, è sempre trasgressiva, in modi usuali, convenzionali, ma non per questo meno distruttivi e autodistruttivi. Dice le bugie, tradisce, è troppo piccola, e troppo magra, e drogata, e implacabile, si uccide e si fa uccidere. A lei che è la giovinezza, che è la vita stessa, e se ne fugge come la vita, va certo la simpatia dello scrittore.
Ma è l'uomo la presenza forte sulla pagina, i1 protagonista costruito dall'interno, con lo scavo nell'interiorità e una carattenzzazione psicologica complessa. La donna invece è rappresentata dal di fuori, nelle mosse e nei vestiti, nel trucco, in un cappellino, in un maglione. Mannuzzu, per fortuna, non vuole la parte del narratore onnisciente, non pretende di entrare nei pensieri delle sue donne, ma si limita a mostrarle quali appaiono e a farle vivere attraverso le fantasie, e i tortuosi tormenti, di una mente maschile. Ottirna perciò la fotografia di copertina, da "La femme visible", di Max Ernst: due occhi neri di giaietto, uno specchio scuro. È maschile la voce narrante in cinque dei sei racconti, e l'unico che rovescia il punto di vista ("Viaggio in mare"), privo di quella voce, è il più sbiadito.
A me pare infatti che Mannuzzu accentui l'aspetto unitario dell'insieme, con qualche artificio, per fedeltà residua a un'ipotesi di letteratura come finzione e arte combinatoria che lo ha già guidato nei libri precedenti. Ma i racconti differiscono poi tra di loro nelle tecniche di composizione, nell'ampiezza, nei risultati. Due almeno sono bellissimi. Uno, "Dedica che apre il volume", comprime in una novantina di pagine misteri e colpi di scena che basterebbero a un denso romanzo, e non si nega nessun eccesso melodrammatico, nessun luogo deputato alle passioni romantiche: una chiesa, un cimitero, appuntamenti clandestini, ville in disuso, cancelli sbarrati. Narra un amore del giudice, da giovane, per la ragazzina eccentrica pazza e disperata, presa in mezzo a intrighi oscuri in una piccola città cattiva. L'amore passa e resterà il matrimonio. L'altro, "La figlia americana", non ha invece (narrativamente) nŠ capo nŠ coda. Incomincia e finisce in un aeroporto e descrive un breve incontro o scontro tra padre e figlia, pochi giorni passati insieme, un Natale in California. La figlia è medico, lavora al Children's Hospital, sta con un indiano bruno e alto di nome Dar, studioso di statistica e bravissimo ai computer. Avvengono conversazioni gentili e inessenziali che scivolano futilmente su argomenti neutri, un'automobile color becco d'oca, un bambino mascherato, oppure s'accendono all'improvviso per qualcosa che non c'entra affatto con la sfera privata dei personaggi. Nei microcosmi di Mannuzzu il linguaggio significa altro da quel che le parole dicono. Non va al fondo dei rapporti interpersonali, e quanto meno è esplicito tanto più riesce ad arginare le emozioni o a deviarle, a permettere il colloquio attenuandone lo strazio. Qui l'impianto del racconto, di molta compattezza e coerenza, s'appoggia alla figura del mediatore estraneo, la terza figura spesso silenziosa, l'indecifrabile Dar.
Se la nostra cultura consentisse di creare veri romanzi, completi di senso in ogni aspetto, se i tempi consentissero di dare un senso all'universo romanzesco, Mannuzzu forse lo farebbe. Ma è uno scrittore aggiornato e ha perduto l'ingenuità. Così inventa intrecci coinvolgenti ed enigmatici. In questo libro, che è tutto godibile, recupera la possibilità di narrare appoggiandosi alla citazione ironica di un genere ottocentesco, il feuilleton. Mette in primo piano monche storie d'amore, e intanto invita a pltrepassarle, a leggervi altro. Non sapremo mai perchè il giudice sposa Zezi, o perchè Lula e il padre non devono perdonarsi. Ma avremo da condividere con il romanziere frammenti di realtà che la sua scrittura ci restituisce.
Mannuzzu è infatti un grande evocatore di realtà umane. Analitico nell'indagine dei sentimenti, non smarrisce però il filo del discorso in esercizi di stile. È capace come pochi di costruire un'epoca e darle consistenza, selezionando le cose, nominandole e arredandone il racconto: neve dietro ai vetri, una coperta sulle ginocchia per ripararsi dal freddo al tavolo di lavoro, il telefono in corridoio, il cinema-teatro Verdi quasi vuoto nel pomeriggio - vita solitaria in camera d'affitto nell'Italia povera (nella Sardegna chiusa e periferica) degli anni cinquanta. Lasagna o pollo, nuvole fuori degli oblò, cuffie per il film, relitti di giornali e plaids sui sedili, fila di passeggeri carichi - ed è il grande aereo del viaggio intercontinentale, la miseria del mondo opulento.