Finale di partita - Samuel Beckett - copertina
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2
1 gennaio 1997
64 p.
9788806116880

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quarantena96
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Finale di partita, ambiguo già nel titolo che è difficilmente interpretabile, è un'opera teatrale che capovolge tutto e niente allo stesso tempo. Rispetta perfettamente le tre unità aristoteliche di tempo, luogo e spazio e pertanto si potrebbe porre come un'opera formalmente esemplare. La tradizione viene rispettata dall'autore ma egli si pone anche in conflitto con quest'ultima, infatti il luogo è assurdamente sempre lo stesso, sempre la stessa stanza, con le stesse persone, che ripetono ogni giorno la stessa storia, l'azione si svolge nello stesso giorno alludendo alla ripetitività di tutti gli altri. Per questo motivo il teatro di Beckett viene definito ''dell'assurdo'', ''parodico'' ma sono termini riduttivi. Un'ipotesi sull'opera viene avanzata da Adorno nel suo "Tentativo di interpretare "Finale di Partita", il quale ritiene il titolo una possibile allusione alle mosse finali di una partita di scacchi, l'ambientazione di tipo post-atomica e i due protagonisti l'uno (che non può camminare) complementare all'altro (che non può sedersi). Sebbene egli faccia un tentativo, non si potrà mai avere una certezza dal momento che la grandezza dell'opera sta anche nel fatto che lascia spazio praticamente illimitato all'interpretazione, secondo Beckett infatti l'autore non era altro che un tramite e non un filosofo, egli non doveva dare ''messaggi'' tramite le sue opere.

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Katya Vettorello
Recensioni: 4/5

Parte in profondità già con il titolo, Samuel Beckett, in questo dramma: il “finale di partita” è infatti l’ultima fase di una partita a scacchi che, a parità di bravura dei partecipanti, è normalmente divisa in tre fasi. Nell’ultima restano pochi pezzi sulla scacchiera e, dell’incontro, si preannuncia la fine. La fine. Già. Come quella che circonda i personaggi del dramma, superstiti in un mondo ormai distrutto da chissà quale catastrofe. Sono Hamm, Clov, Hagg e Nell. Hamm è cieco e non cammina, Clov ci vede e cammina ma non può piegare le gambe, Hagg e Nell le gambe non le hanno proprio e vivono dentro due bidoni della spazzatura. Immagino non per scelta. Scelta che, in ogni caso, pare nessuno di loro abbia. Che cosa vuol dire esistere? Qual è la nostra responsabilità nei confronti di tutto questo? E che cos’è tutto questo? Così arrancano, giorno dopo giorno i protagonisti, ponendosi queste domande, cercando la vita nell’immobilità che li circonda e al contempo ignorandola nella quotidianità che li sostiene. Un dramma carico di quel cinismo, dissacrante ironia, precarietà e introspezione tipici del "teatro dell'assurdo", come fu definito da Martin Esslin. I concetti sono sostenuti dalla scenografia post-apocalittica, minimale e imponente al tempo stesso; i dialoghi sono frammentati, sospesi, gettati in toni gravi e subito resi acuti a catturare l’attenzione del lettore, dello spettatore, per poi trascinarlo nell’intimità del protagonista e restituirlo subito dopo ai suoi pensieri.

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Claudio
Recensioni: 4/5

La vera tragedia delle piece di Beckett sta in una possibile separazione della coppia protagonista, ogni singolo personaggio, di questa o di altre opere, non sopravviverebbe senza l'altro, è un dipendenza fondamentale quanto dolorosa. In questo senso "Finale di partita" è l'opera più triste di Beckett, proprio perchè Clov deciderà di abbandonare la casa lascando morire Hamm e anche se stesso. Tutto immerso in uno scenario post-atomico (forse un allusione ai disastri morali della II guerra mondiale) dove la ricostruzione è difficile se non impossibile, forse quel bambino intravisto dalla finestra da Clov può essere simbolo di una salvezza possibile, come l'alberto di "aspettando godot"; certo Beckett, come sempre, non fa nulla per confermare certe ipotesi, si diverte a farle nascere per poi disperderle nella confusione e nell'angoscia dei suoi personaggi. Ho già spiegato, nel commento a "aspettando godot", il motivo che mi spinge a non votare 5\5, in poche parole non voto il massimo perchè non mi ritrovo in questa visione eccessivamente pessimista dell'esistenza.

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Samuel Beckett

1906, Dublino

Scrittore e drammaturgo irlandese. Nato in una famiglia anglo-irlandese, studiò al Trinity College di Dublino. Dopo essersi diplomato, viaggiò a lungo per l’Europa (1928-30). A Parigi conobbe James Joyce, con il quale instaurò una profonda e duratura amicizia. Tornato in patria, tentò la carriera accademica, ma l’abbandonò ben presto per incompatibilità con l’ambiente, dedicandosi infine unicamente all’attività di scrittore. Le sue prime opere furono redatte in inglese: tra esse spicca il romanzo Murphy, scritto nel ’35 ma pubblicato solo tre anni più tardi. Nel 1938 si trasferì definitivamente a Parigi, e dal ’45 adottò il francese come lingua d’elezione. Tra i primi testi redatti...

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