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Elisa Brilli

Editore: Carocci
Anno edizione: 2012
Pagine: 383 p. , Brossura
  • EAN: 9788843066568
Se, con Aristotele, al poeta spetta di rappresentare "ciò che può accadere, sulla base di ciò che è verosimile e necessario" (Poet. 1451 a 36-37, un passo quasi certamente ignoto a Dante), la parabola di vita e di poesia dell'esule fiorentino costituì senza dubbio una clamorosa dimostrazione del primato che la letteratura esercita nell'unire sotto le forme della creazione l'universale e il particolare. La ricerca di Elisa Brilli mostra con passione ed efficacia come Dante abbia tenacemente perseguito in tutta la sua opera, sotto l'urgenza di una vicenda esistenziale travagliata, ma ai suoi tempi certamente non eccezionale (quella di bandito dalla propria città), la valorizzazione di un destino personale in una missione universale. Il percorso attraverso cui la poesia si fa politica, in Dante, è teologico, poiché politico è il trauma che fa della sua vita un'esperienza figurale, un'eccezione che può essere interpretata in termini universali. Colpito in modo indelebile dal suo stesso essere fiorentino, Dante fa di Firenze, civitas diaboli, una figura del male che abita il mondo e di se stesso un profeta che parla in nome della redenzione di tutti. Lo sforzo mitopoietico è tale da indurre nel modo dantesco un'oltranza, per dirla con Gennaro Sasso, che forza costantemente la norma artistica nel momento stesso in cui la padroneggia in tutte le sue forme codificate: nel poema come nel trattato, nel commento e nell'elegia come nel genere epistolare e nel carme bucolico. Merito dello scavo ermeneutico di Brilli è di investigare ancora una volta il problema del realismo di Dante nei termini nuovi del "realismo fiorentino", cioè dal punto di vista del suo rapporto con la propria origine geografica e storica. Nato a Firenze ("al modo del dativo etico, non del locativo"), ma costretto a divenire abitante del mondo, come i pesci abitano il mare (De vulg. el. I VI 3), Dante reinterpreta questo mondo come una grande Firenze, in cui la caterva degli empi spadroneggia, ma non potrà alla fine prevalere. Dalla condizione emarginata dell'esule si fa esiliante (Pierre Blanc), pellegrino in questo mondo, ma soprattutto nell'altro, così come Boezio nella Consolazione da carcerato, grazie a Filosofia, si eleva alla visione onnipresenziale di Dio, che tutto vede così com'è, è stato e sarà. Dante è profeta dunque non tanto di ciò che sarà, ma di ciò che è, in grado di svelare la verità di ciò che è reale attraverso l'investitura della sua milizia umana e cristiana, ottenuta per il martirio politico e per l'ascesi intellettuale e morale. I modelli sono da un lato Agostino, che fornisce il paradigma della storia come conflitto delle due città (e per il quale ogni individuo è sempre straniero in patria), e dall'altro Boezio, ma dietro di lui soprattutto Aristotele, che indica nell'intelletto ciò che c'è di divino nell'essere umano. Nel tenere insieme Agostino e Aristotele sta e cade il realismo di Dante, che vive secondo Brilli di questa armonia e dissonanza, così difficile da sostenere al nostro orecchio moderno. Attraverso la sua analisi, l'autrice si lascia indietro quell'ipoteca storicista che tanto ha condizionato e condiziona le fatiche dei dantisti, specialmente italiani, e può felicemente accantonare l'immagine di un Dante rivoluzionario e innovatore nell'arte quanto conservatore, se non reazionario – o al più visionario e utopista – in politica. Il giudizio di Gramsci, a cui pareva "la dottrina politica di Dante (…) doversi ridurre a mero elemento della biografia di Dante", assume qui un significato ben più profondo e rovesciato: la politica è invece asse portante dell'autobiografia di Dante, della sua costruzione autoriale e della sua poetica, nel suo farsi profeta consiste precisamente la sua visone della storia e della società umana. Questo assunto si trova del resto confermato anche nell'unica opera dantesca in cui Firenze non viene convocata: nei prologhi ai tre libri della Monarchia Dante assume il ruolo del profeta proprio perché si pone come scienziato politico. E Beatrice? – si chiederà il lettore ‒ che ne è del cammino di redenzione e di salvezza indicato dalla Gentilissima nel poema sacro e in tutta l'opera dantesca? Brilli riconosce che l'autobiografia della conversione intitolata a Beatrice si compone in tensione dinamica e persino contraddttoria con l'autobiografia "fiorentina" nella Commedia. Se Beatrice è deuteragonista del poema sacro, Firenze è "seconda deuteragonista", portatrice di una diversa ma altrettanto potente motivazione che innerva la costruzione autoriale. Ma è forse compito dell'interprete risolvere le contraddizioni o non piuttosto quello di "interrogarsi sulla singolarità storico-antropologica" dell'autore e delle condizioni storiche, culturali e intertestuali di questa singolarità? Anche di questa discrezione ermeneutica siamo grati all'autrice. Andrea Tabarroni