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Joseph Roth

Traduttore: M. G. Manucci
Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
Edizione: 7
Anno edizione: 1995
Formato: Tascabile
Pagine: 151 p., Brossura
  • EAN: 9788845911590
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Recensioni dei clienti

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    Cristiano Cant

    06/09/2015 19.38.00

    L'uomo smarrito, ignaro, l'uomo che deve tornare alla vita e non sa come ripartirà, perché le guerre che finiscono negli armistizi o nelle rese possono lo stesso protrarsi per anni nell'animo di chi le ha viste e le ha fuggite. La traccia dei trascorsi sofferti, delle stolte velleità bellicose attraversa i pensieri e curva le prospettive su un futuro concreto: "Sempre meglio uno scopo di un cosiddetto ideale". Ma il timore di scoprirsi solo, troppo estraneo a un tempo illeggibile, cerca di scatto di riandare all'antico, al senso che il disperso rintraccia ben oltre la tratta di una semplice strada, l'amore che salva e stabilizza, che redime e che conferma: Irene, la sua donna. Ma senza fortuna. Così in altri amori vedrà la sua stoffa stinta e i suoi sogni all'angolo affiorare nella più triste consapevolezza. Sforzi e sforzi a trovarsi nelle tasche qualche soldo costante: "Un uomo senza redditi è come un uomo senza nome, o come un'ombra senza corpo. Un fantasma". E ancora quella rocciosa barriera del superfluo da cui si sente schiacciato, un nonsenso di azioni e di progetti che lentamente lo sovrasta, fino all'incontro a Parigi, casualmente, un giorno, con la donna che ha sempre atteso e cercato, in uno sguardo d'addio fra i più splendidi che le pagine di un romanzo ci abbiano dato:" Lei ricambiò il suo sguardo e lo fissò come, un po' risentite, un po' lusingate, le donne guardano, passando, lo specchio di un ristorante o di una scala, felici di verificare la loro bellezza e di disprezzare il poco valore del vetro, che non è in grado di riprodurla. Era Irene, l'antico amore di Tunda e da questi sempre rincorso e rievocato. Ma lei non lo riconobbe. C'era una parete in fondo ai suoi occhi, una parete fra la retina e l'anima, una parete nei suoi grigi freddi occhi risentiti". Franz resta nella sua orbita monca, cosciente di una vita che scivola ingiustamente sul suo cuore. Capolavoro assoluto.

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    disposablehero

    04/06/2013 08.43.48

    1) asettico, cioè privo di forza creativa, personalità, calore, innovazione; 2) contraddittorio: una critica alle leggi "borghesi" che ricorre a stilismi "borghesi". L'autore ammette in chiusura che il suo vagabondo protagonista è "superfluo"; a mio avviso lo è anche il libro.

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    Gloria

    04/04/2013 21.49.24

    Il protagonista del romanzo è l'apolide per eccellenza. Apolide letteralmente, ma soprattutto metaforicamente, ed è quest'ultimo aspetto a renderlo così attuale. Franz Tunda si sente fuori posto ovunque e la sua vita non è altro che una perenne fuga, senza sapere da che cosa nè in quale direzione. E' un uomo privo di ambizioni, convizioni o un ruolo sociale preciso, cosa che lo rende un alieno in un mondo in cui, allora come oggi, si esiste quasi esclusivamente in quanto rappresentanti di una determinata categoria o mestiere. Acutissima l'analisi psicologica dei personaggi, compresi quelli secondari, memorabili le descrizioni delle città attraversate (Baku, una città renana, Berlino, Parigi). A mio parere, un capolavoro.

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    Nicola

    19/01/2013 10.02.54

    per me un capolavoro assoluto.Le pagine sul vagone ferroviario imperdibili.Ma è tutta l'opera che regge il passo senza mai cedere di una virgola di una parola.Come sempre poi potrà non piacere a tutti ma a mio giudizio il "decadente Roth" è tra i grandissimi per "scrittura e senso".

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    filippo

    20/03/2012 17.16.55

    Davvero un bel libro. Uno spaccato della società del '900. Una lettura scorrevole e piacevole. Consigliato!

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    armando

    02/01/2012 19.33.46

    Bellissimo. Tanta storia e tanta verità in 150 pagine. Libro cupo, che veramente disorienta. Consigliato.

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    Donatella

    31/07/2006 09.58.40

    Stupendo, uno dei più bei libri che abbia mai letto. Asciutto nello stile,fatto spesso di brevi periodi, pennellate brevi che racchiudono immagini complete, riesce a descrivere insieme sentimenti e azioni, trasmette riflessioni sull'uomo e al tempo stesso sulla vita secondo me eterni. Prescinde dal periodo storico in cui è collocato, per quanto ne dia un'immagine consistente e lucida. Concordo con la valutazione del grande Claudio Magris che lo definisce "uno scrittore autenticamente anarchico e ribelle agli idoli del mondo sino all'autodistruzione" che crede solo "nella fedeltà a una legge vissuta e fatta propria con tutta la persona e il disprezzo per lo spirito gregario, così spesso insito nella trasgressione commessa senza volerne pagare le conseguenze". Questa la vera chiave di lettura secondo me di questo stupendo romanzo, che va ben al di là del raccconto stesso. Non solo la disgregazione del mondo post-asburgico, ma la critica alla necessità dell'uomo delle società occidentali (ancor più quelle globalizzate di oggi) di uniformarsi per essere accettato, che non ha il coraggio della propria personalità e di una visione autonoma delle cose, goccia nel mare, scintilla nel fuoco, come dice Roth, impossibilitato a uscirne,se non sentendosi parte di una rivoluzione che lo pone parte di una medesima accettazione, anche se di un gruppo più ristretto. Roth dice del suo personaggio: "...mi pareva che possedesse quel grado di intelligenza che rende un uomo indifferente". La fedeltà a Irene, o meglio all'idea di Irene, rappresenta solo la fedeltà a se stesso e la consapevolezza di quanto nella vita il caso conti più delle scelte.

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    Greek

    28/07/2004 12.56.31

    Bello!

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    GB

    31/07/2002 19.25.46

    Protagonista della trama - come sempre in J. Roth, mesto cantore della Finis Austriae, - è il solito tenentino del regio-imperial esercito asburgico. Solo che questo libro di non molte pagine, ma difficile, lungo e spesso non comprensibile, non si inserisce nel contesto (dolorosamente familiare, anzi familiarmente doloroso) del declinare di quel mondo. Ma inaspettatamente - inaspettatamente in Roth che qui vuole rischiare il triplice salto mortale senza rete - si incentra sul "dopo". Sul nuovo, tragico, disorientante, facile e nello stesso tempo difficile "dopo" che in Europa il collasso degli imperi centrali aveva aperto, anzi squarciato. Nel 1916, in Galizia, il tenente Franz Tunda, protagonista del racconto, viene catturato dai russi e deportato in Siberia. Circondato dalla taiga e del tutto separato dal consorzio sociale, per diversi anni nulla egli sa degli esiti della guerra, né della caduta dello zar e della presa del potere da parte dei bolscevichi, così come nulla sapeva della cruentissima guerra civile che proprio in quel periodo stava mettendo tutto sottosopra. Ritenendo che si trattasse di faccende che riguardavano la sola Russia e che fuori di essa invece tutto fosse rimasto immutato, Tunda decide di abbandonare il lontano rifugio per fare ritorno, con ogni mezzo che potesse capitargli, a Vienna, dove era rimasta ad attenderlo, secondo lui immutabilmente innamorata e infallibilmente fedele, la sua fidanzata Irene ("amava - sintetizza Roth nel suo modo conciso e preciso - i sacrifici che erano necessari per raggiungere la fidanzata e la vanità di quei sacrifici"). Costei era il virgulto naturale di quella ricca e operosa borghesia viennese che insieme con la nobiltà di più antico lignaggio dava lustro a quell'appellativo di "felix" che alla vecchia Austria il resto del mondo invidiava ("Il vecchio - il padre della ragazza, citiamo ancora Roth - era nato in quei tempi in cui una volontà determinava la qualità e si guadagnava ancora con i principi etici"). Ma ad un certo punto di quel suo viaggio a rit

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    Manuel Orazi

    29/04/2002 13.56.45

    Chi non ha letto questo libro, nulla potrà mai comprendere del 900: spaesamento, crisi del linguaggio, coscienza del baratro. Un capolavoro assoluto

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