Fuoco amico - Abraham B. Yehoshua - copertina

Fuoco amico

Abraham B. Yehoshua

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Traduttore: Alessandra Shomroni
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2008
Pagine: 399 p., Rilegato
  • EAN: 9788806184339
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"Ruach" in ebraico significa vento, ma anche spirito, e "ruach refaim" è lo spirito dei morti, il fantasma. Il vento, in questo nuovo romanzo di Abraham B. Yehoshua, è quello che si insinua nelle fessure di un grattacielo di recente costruzione a Tel Aviv e provoca sibili e ululati che turbano gli inquilini. Amotz Yaari, il progettista degli ascensori, viene chiamato a indagare e a difendere il buon nome del suo studio dalle accuse che gli vengono rivolte. È la settimana di Hanukkah, una delle feste più amate in Israele, ma non è una settimana facile per Amotz. Sua moglie Daniela, che ama moltissimo è partita per la Tanzania, dove in una specie di esilio volontario vive Yirmiyahu, vedovo della sorella di Daniela. Da quando suo figlio è stato ucciso per sbaglio da un commilitone durante un'azione nei territori occupati, Yirmiyahu non sopporta più di vivere in Israele. Non solo: non vuole più vedere un israeliano o leggere un giornale o un libro scritto in ebraico. Vuole liberarsi dalla storia del suo paese, e per farlo ha accettato un lavoro di contabile al seguito di una spedizione paleoantropologica in Africa. Alla ricerca degli ominidi preistorici, per non rischiare dolorosi incontri con la storia. Al centro del racconto, il ricordo di un giovane ucciso, la rabbia per quelle due parole - "fuoco amico" -, il rifiuto di vivere in un paese continuamente in guerra, ma anche la sete di normalità, l'amore e la testarda volontà di tenere unita la famiglia.
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    Anna Olivari

    12/12/2015 23:08:40

    Nonostante abbia letto molte recensioni negative ho trovato questo libro bello e avvicente. E' il 4° libro di Yehoshua che leggo e trovo che il più bello finora sia L'amante. Fuoco amico diciamo che è un "classico",Yehoshua ripete un pò lo stesso tipo di coppia, molto simbiotica, marito un pò sottomesso e moglie dominante, fedeli che dopo molti anni di matrimonio sentono la mancanza uno dell'altro. Ma in Israele i mariti sono tutti così bravi perchè se è così devo andarci a dare un'occhiata. Comunque anche se non ho mai nutrito simpatia per questo paese e i suoi abitanti Yehoshua mi ha fatto venire voglia di andarci. Bella la lezione di ebraismo che racconta il cognato Geremia. Un pò imcomprensibile lo "spogliarello" di Daniela con il cognato ma nei suoi libri c'è sempre un episodio irrazionale, forse la moglie psicanalista lo influenza. Non vedo l'ora di iniziare un altro suo libro.

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    bardamu

    05/10/2012 16:14:00

    Uno yehoshua di maniera. C'è tutto il suo mondo: il viaggio, la famiglia, i popoli che dialogano e divergono, il minimalismo, l'ottimo stile, l'atmosfera sospesa. Ma il libro non vola alto come gli altri del bravissimo Yehoshua. Nel finale poi una caduta rovinosa rischia di compromettere tutto quello che c'è di bello.

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    Salvatore Palma

    22/12/2011 07:35:26

    La vicenda di questo romanzo corre parallelamente in due diversi e distanti luoghi geografici: Tel Aviv e Tanzania. Nel primo, un progettista di ascensori è chiamato a risolvere qualche problema tecnico in un grattacielo di recente costruzione per difendere il buon nome della sua azienda, nel secondo ha scelto di stabilirsi, forse per sempre, un cognato vedovo del protagonista, in una sorta di isolato e volontario esilio. Egli vuole fuggire dal suo Paese che in qualche modo considera responsabile della morte del figlio, ucciso per errore (da "fuoco amico", appunto) in un'azione militare israeliana nei territori occupati. Seppur con qualche sprazzo interessante, la trama appare complessivamente piatta e deludente anche se il libro, forse, si proponeva più alti intendimenti politici e sociali.

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    linfor

    19/01/2011 12:53:36

    Voto 5/5. Uno dei migliori scritti da Yehoshua. Bello, molto avvincente, profondo, maestria nello svolgimento rigorosamente alternante a spartiti, impagabile l'esposizione della "lezione di ebraismo". Assolutamente da leggere. Linfor

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    Benedetto

    14/09/2009 18:19:47

    Credo che "Fuoco amico" sia un gran bel romanzo, anche a causa del complesso gioco di elementi simbolici messi in scena come personaggi agenti a fianco e oltre quelli umani. Non avevo colto a fondo il ruolo del vento, su cui mi ha illuminato la recensione (a cosa servono se no le recensioni?): dei 4 elementi archetipici almeno due, aria e fuoco, sono protagonisti in questo libro, senza nulla togliere alla verità dei personaggi umani e delle loro vicende. Quel minimo di artificiosità che, in quest'ultime, si può ogni tanto percepire, viene recuperato alla grande da una narrazione che, senza grandi avvenimenti, ti tiene sempre col fiato sospeso - e questo è indubbiamente un grande pregio del libro. Volevo infine richiamare l'attenzione su uno dei leit-motiv del romanzo, l'ambiguità del fuoco (e, quindi, della vita e delle sue passioni), palese fin dal titolo: al mortale fuoco amico e a quello che brucia nella stufa di Yirmiyahu dobbiamo accostare quello mai spento nella capanna africana che visitano lui e la cognata e le fiammelle delle candele di Hanukkà, l'anomalo occhio, vivido come una fiammella, dell'elefante, e quello della passione erotica per la moglie che ancora vive in Amotz Yaari (cui, tra l'altro, nell'epilogo la moglie ricorda la passione da lui sempre avuta per il fuoco), in opposizione a quello ormai spento del cognato, che non si rassegna a far riposare il figlio in pace. Se è bene che il vento soffi, ogni tanto, ascoltiamo cosa ha da dirci, ma non avvenga che spenga mai il fuoco della vita.

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    Giulia

    24/08/2009 11:43:44

    Purtroppo questo libro mi ha delusa. Quando in libreria l’ho trovato e,dopo aver letto il riassunto del contenuto,l’ho acquistato,avevo aspettative ben diverse da come invece si è rivelato. La trama è statica,lenta,e in 400 pagine di libro in realtà non vi sono grandi avvenimenti che abbiano particolare rilevanza ai fini della storia. Mi ha dato l’impressione che l’autore si dilungasse nello sviluppo di vicende poco avvincenti (il guasto degli ascensori,la spedizione paleontologica in Africa) come se non ci fosse altro di cui raccontare. Eppure la vicenda del “fuoco amico” poteva essere un’idea interessante da trattare e da sviluppare. Così il libro risulta asettico,quasi “vuoto”,non suscita emozioni,e non ci presenta neanche personaggi originali. In poche parole,libro inconcludente che se avesse sfruttato a pieno le potenzialità datagli da un tema di partenza molto interessante (appunto,il “fuoco amico”),avrebbe potuto essere sicuramente migliore.

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    bianca

    20/12/2008 18:04:27

    apprezzando molto Yehoshua, ho voluto leggere anche "fuoco amico".. Mi ha deluso abbastanza. la stanchezza del protagonista sembra riflettersi su Yehoshua. Consiglio invece di "ripescare" i libri meno recenti di questo bravissimo autore, come "l'amante", "la sposa liberata", "il signor Mani"..sicuramente molto più appassionanti.

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    Davide D.

    16/11/2008 23:47:25

    Sono rimasto deluso. Probabilmente perché mi aspettavo tutt'altro, ma la questione del "fuoco amico" si rivela essere, a mio parere, solo un fatto marginale nel racconto, o comunque non più rilevante degli ululati del vento nell'ascensore, delle ricerche sugli ominidi in Africa, del figlio agli arresti per non essersi presentato al richiamo in servizio nell'esercito.....insomma, si toccano tanti argomenti ma tutti molto superficialmente e senza destare, almeno da parte mia, alcun interesse.

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    Patroclo

    03/08/2008 21:14:25

    accettato il presupposto che ormai non ci sono da aspettarsi grandi novitá dai romanzi di Yehoshua, con personaggi che si assomigliano sempre un pó da un romanzo all´altro, cadenze ben note, il solito e gradevole linguaggio allusivo, questo é un romanzo di buon livello, una nuova esplorazione delle ferite e delle contraddizione di Israele, ma soprattutto un "trancio di vita", un´esplorazione di personaggi che - prima ancora di essere ebrei - sono umani, a tutto tondo. Yehoshua ha quindi mano felice, ripone ambizioni particolari al di lá delle tematiche legate al suo paese di provenienza e regala - so che é un pó strano dirlo di questo scrittore considerato "impegnato" - dell´ottimo intrattentimento intelligente

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    lucia mazzara

    02/06/2008 22:13:39

    Può essere definito il romanzo della ricerca, viene spontaneo porsi tante domande, perchè il vento ulula, perchè una morte per fuoco amico, il rifiuto del cognato di ritornare in israele...l'autore riesce con grande maestria a intrecciare due storie in due spazi diversi, la Tanzania e israele, dove un vento spinge a mantenere una promessa e dove c'è un lutto da elaborare.Le due storie coesistono pur nel parallelismo del loro sviluppo, la falsa quotidianità che non è per niente monotona e il dolore che tutti i personaggi vivono nella loro intimità. Ognuno ha il suo fardello anche gli inquilini che si disperano per capire la causa del vento. Alla metafora del vento va collegata quella del vuoto, un vuoto che lascia spiragli di luce, una luce minacciosa perchè può essere motivo di pericolo.

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    Antonio

    22/05/2008 19:27:33

    E' il primo romanzo che leggo di Yehoshua. Sono stato attirato dal commento entusiasta sulla pagina letteraria dell'Espresso. Sinceramente mi ha deluso. Il libro si legge bene: la storia minimalista scorre via molto tranquilla senza colpi di scena, il finale è banale. Tuttavia non me la sento di dare un voto troppo basso perchè al di là di tutto il romanzo mi ha avvicinato a un mondo, quello degli Ebrei e del sionismo, che sinceramente non conosco, un mondo in cui il rispetto della famiglia e le tradizioni religiose vengono anteposte a tutto il resto. L'ortodossia così salda che aleggia in tutto il libro ti fa capire perchè gli Ebrei non potranno mai integrarsi con i Palestinesi. Interessante a questo proposito la figura del cognato Geremia, l'unica voce fuori dal coro. Mi riprometto comunque di leggere anche gli altri romanzi dello scrittore israeliano.

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    paolo t.

    15/05/2008 09:58:19

    Romanzo imbarazzante nella sua superficialità. Spesso noioso e monotono. L'unico pregio è la scorrevolezza, che ne affretta così la conclusione. Se non fosse stato scritto da cotanto autore, probabilmente nessuno lo avrebbe pubblicato.

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    claudio

    13/05/2008 15:05:22

    Yehoshua è uno di quei scrittori che vanno letti a prescindere. Il libro in questione è un ottimo libro dalla trama scorrevole caratterizzato dall'alternanza della storia di moglie e marito che per una settimana vivono in luoghi diversi. Come in quasi tutti i suoi libri c'è la questione palestinese in primo piano raccontata con saggezza e senza spirito di parte. Grande romanziere.

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    CLAUDIO

    12/05/2008 18:16:49

    Mi associo all'ennesimo ottimo libro di Yehoshua. Buona l'idea di passare da un coniuge all'altro nei sette giorni di FESTA. Intrigante la figura del cognato Geremia che ha una posizione verso Israele decisamente negativa, quasi vicina ai suoi nemici.

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    Matteo

    10/05/2008 21:34:21

    lettura e trama quasi stancante, toccando punte di monotonia.

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    Mara Marantonio Bernardini

    29/04/2008 22:22:59

    Uno splendido intreccio delle vicende vissute nei giorni di Hanukkah da due coniugi; un duetto a distanza tra la moglie, temporaneamente in Tanzania a ricercare gli ultimi momenti di vita della sorella, e il marito, rimasto in Israele a mandare avanti una composita famiglia. Un cognato dalla personalità irritante, complessa, ma ricca di fascino e di sfumature. La variopinta umanità israeliana colta con affetto e ironia, nella sua ansia di morte e nell'insopprimibile tensione di vivere. 400 pagine che ti coinvolgono sempre più man mano che procedi; alla fine vorresti ricominciare daccapo. Le "dissolvenze", inserite con arte, suggerirebbero una versione cinematografica; ma con un sommo regista e ottimi attori!

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    philo

    21/04/2008 09:58:30

    Primo libro che leggo dell'autore, comprerò immediatamente anche gli alri. Nel romanzo, di circa 400 pagine, non succede praticamente nulla ma non vi è stato un minuto solo in cui mi sono annoiato. Credo che sia uno scrittore molto bravo (complimenti anche al traduttore).

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    carmine

    12/04/2008 15:59:52

    davvero bello l'ultimo romanzo di Yehoshua. una storia ambientata a metà tra israele e la tanzania con i due protagonisti, marito e moglie, che vivono una settimana separati l'uno dall'altro. un libro da leggere, per capire pù a fondo le ferite e le lacerazioni di israele, paese alla continua ricerca della pace.

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    marilia

    07/04/2008 09:48:36

    la scrittura è semplice semplicissima, ma l'autore ha un modo tutto suo di andare a fondo ai problemi proprio con leggerezza.

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    Philip

    06/04/2008 13:58:40

    Piccola premessa:è ovvio che il Maestro abbia scritto di meglio,ma sono felice di constatare che la sua inesausta capacità di scavo psicologico si sia nuovamente manifestata,dopo il mezzo passo falso rappresentato da "Il responsabile delle risorse umane".Certo,"Fuoco amico" non sarà al livello di capolavori come "Il signor Mani" o "Un divorzio tardivo",ma è scritto in maniera avvincente e scorrevole, e contiene delle riflessioni molto interessanti sull'identità ebraica(come sempre,aggiungerei).Unica grossa pecca,a mio giudizio,il finale,abborracciato e quasi buttato lì,che non conclude affatto la vicenda.

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Dopo Il responsabile delle risorse umane, ultimo romanzo di Abraham B. Yehoshua uscito in Italia nel 2004, è arrivato a quattro anni di distanza Fuoco amico, due anni dopo la pubblicazione in lingua originale. Se Il responsabile delle risorse umane era stato concepito come "una passione in tre atti" in cui si cercava di "trovare un senso insieme" alla drammaticità e all'oscurità del periodo della seconda Intifada, con Fuoco amico siamo coinvolti in un "duetto" che ci dà il polso della società israeliana contemporanea attraverso la storia e le vicende quotidiane di quattro generazioni di una famiglia israeliana qualsiasi, la famiglia Yaari. E, misurato attraverso questa famiglia, il polso della società israeliana è debole e stanco, minato dall'interno, da quello stesso fuoco amico che, nel racconto, ha ucciso il giovane Eyal.
Se la morte di Eyal altro non è che l'ennesima variante di uno dei miti e dei temi fondanti della letteratura israeliana (l'aqedah, il sacrificio di Isacco e quindi il sacrificio dei figli nel nome della fede dei padri), questo romanzo è permeato dall'ansia di disgregazione personale e collettiva che le quattro generazioni della famiglia Yaari affrontano in maniera diversa. Di fronte all'esempio della generazione testarda dei padri fondatori, i quali, pur vecchi, malati e ormai assistiti da badanti stranieri, si ostinano a far sì che le promesse fatte in gioventù vengano mantenute, le generazioni successive sono proiettate in un'angosciosa ricerca di qualcosa che possa frenare le spinte centrifughe che percorrono la società israeliana: Shuli, la madre di Eyal, è morta in Africa, uccisa dal dolore per la perdita del figlio; Yirmiyahu, il padre di Eyal, ha scelto un esilio ostinato in Tanzania, lontano da Israele, dalla politica e dal mondo ebraico in generale; Moran, cugino di Eyal, non si presenta neanche alla chiamata di riservista per il fastidio di dover dare troppe spiegazioni. Efrat, la bella moglie di Moran, che a fatica riesce a mandare avanti la famiglia, si lancia nella notte delle feste e delle discoteche di Tel Aviv.
È questa stessa Tel Aviv – e la famiglia con cui ha un rapporto difficile – che la sorella di Moran, Nofar, ha lasciato dopo la morte del cugino prediletto Eyal, per rinchiudersi nella più triste Gerusalemme dove lavora come infermiera. E mentre Daniela, madre di Moran e Nofar, parte per la Tanzania alla ricerca degli ultimi attimi di vita della sorella Shuli, ad Amotz, suo marito, uomo pratico e ingegnere progettista per una ditta di ascensori, rimangono affidati per una settimana (di Hanukah) questa famiglia, le sue più varie necessità quotidiane e un problema da risolvere sul lavoro: gli inspiegabili sibili e ululati che provengono dai vani degli ascensori di un grattacielo a Tel Aviv e che ne terrorizzano gli inquilini, ormai convinti che l'edificio sia popolato dagli spiriti.
Questi ultimi sembrano aver trovato nei vani degli ascensori l'habitat ideale per emergere dalle fondamenta degli edifici, per fuoriuscire da dove si era ritenuto di poterli imprigionare per sempre con una colata di cemento. E se uno dei privilegi della letteratura resta lasciare libero il campo all'interpretazione e alla fantasia del lettore, ciascuno secondo la propria conoscenza e immaginazione, gli spiriti che ululano attraverso le crepe di una colata di cemento imperfetta possono riecheggiare situazioni diverse e tutte significative per la società israeliana e per il suo rapporto con il passato più o meno recente: la distruzione della cultura e della storia palestinese durante e dopo il 1948, o poco più indietro, le tracce di una cultura ebraica inghiottita nella Shoah, o ancora, le voci dei caduti nelle diverse guerre di cui si compone il conflitto israelo-palestinese. Non è un caso che chi si impunta perché il problema dei sibili venga risolto sia il padre di un altro giovane soldato caduto in battaglia; non è un caso che gli spaventosi ululati che turbano gli abitanti del grattacielo passino attraverso ascensori, un elemento tecnico che indirizza la nostra fantasia verso la comunicazione tra aree diverse, volendo anche tra l'inconscio e la mente; e ancora non è un caso che a risolvere il problema sia chiamato il pratico Amotz Yaari con l'aiuto di una persona che, grazie all'orecchio assoluto, è in grado di capire con esatta precisione ciò che ascolta, facoltà che gli altri personaggi del romanzo sembrano aver perduto.
Ma Fuoco amico è soprattutto un "duetto" che ci fa ascoltare questa storia con due voci, una che narra il frenetico scorrere degli avvenimenti in Israele, e un'altra che dalla Tanzania li riflette con calma assoluta, così da far apparire questi due luoghi opposti e complementari: all'inquietudine di Israele si oppone un'Africa rappresentata come calma e statica; alla culla del monoteismo si contrappone la culla dell'umanità; se in Israele si cerca razionalmente il motivo dell'ululare degli spiriti, in Africa se ne riconosce la muta presenza in ogni oggetto; contro l'affannarsi quotidiano degli Yaari in Israele sta il fermo rifiuto di Yirmiyahu, il padre del soldato ucciso dal fuoco amico, che ha scelto di tagliare ogni rapporto con il proprio paese e con il suo passato, con la sua cultura, e soprattutto con l'utilizzo politico che di questi ultimi viene fatto.
Ed è quindi dal ventre dell'Africa che, prevalentemente per bocca di Yirmiyahu e attraverso il suo dialogo con Daniela, emergono le riflessioni di Yehoshua su alcuni dei temi che più gli stanno a cuore: l'identità ebraica, il rapporto tra la diaspora e Israele, chi è ebreo, il conflitto israelo-palestinese, la necessità sempre più urgente di stabilire dei confini che separino israeliani e palestinesi una volta per tutte e il ruolo dello scrittore in tutto questo. Visti dall'Africa, israeliani e palestinesi assomigliano a due animali selvaggi che si puntano con astio, che sono "ipnotizzati l'uno dall'altro", che non trovano il coraggio di allontanarsi e che rispondono solo a quello che sembra essere il proposito per cui sono stati creati: avere la meglio l'uno sull'altro. E se fino a oggi – per esempio in Il signor Mani o anche in La sposa liberata –Yehoshua aveva sempre sfumato le sue tesi politiche, che aveva invece espresso con più decisione nella saggistica, per esempio già in Elogio della normalità o, più recentemente, in Antisemitismo e sionismo, queste sono ben presenti in Fuoco amico, come se lo scrittore che aveva "rinunciato alla [sua] voce per aprire la (…) scrittura a quelle dei personaggi" si sentisse ormai libero di riappropriarsene.
Yirmiyahu, che come lo scrittore ha settant'anni, sente di avere "il diritto da allontanar[si] da tutto" per poter vivere fuori da "una nazione che è diventata una specie di tornio", un paese estenuato alla ricerca di definizioni per sciogliere l'esasperante rebus dell'identità ebraica, in cui la sofferenza individuale e collettiva viene utilizzata in chiave politica. Ed è infatti Yirmiyahu che – dopo aver varcato i confini della linea verde e quelli della legalità in un'investigazione personale per ricostruire la dinamica dell'uccisione del figlio – è pronto ad accogliere la spiegazione di una giovane di Tulkarem del perché ai palestinesi non sia rimasto che l'odio nei confronti di Israele e degli ebrei: "Ma voi, anche se siete bravissimi ad intrufolarvi in mezzo agli altri, non vi integrate e non lasciate che gli altri si integrino con voi. (…) Questa non sarà mai la vostra patria se non saprete mescolarvi a tutto ciò che vi si trova".
Da questo quadro a tratti sconfortante emerge il ruolo che Yehoshua sembra aver ritagliato per sé in quanto scrittore, vestendo non a caso i panni del capo di uno scavo archeo-antrolopologico: l'aspirazione solo apparentemente modesta di essere un testimone nella staffetta evolutiva, e forse di essere proprio quell'individuo che, senza neanche accorgersene, riuscirà a trasmettere quel "'qualcosa' con una piccola aggiunta" che porti i suoi discendenti a sentirsi più incuriositi dell'ambiente circostante e più "uman[i] in tutti i sensi". Marcella Simoni
  • Abraham B. Yehoshua Cover

    Abraham B. Yehoshua - scrittore e drammaturgo israeliano - nasce a Gerusalemme il 19 dicembre 1936 da una famiglia d'origine sefardita. Il padre Yaakov Yehoshua è uno storico. Ha insegnato nelle Università statunitensi Harvard di Chicago e Princeton e Letteratura comparata presso l'Università di Haifa. Durante la sua permanenza a Parigi ricopre anche il ruolo di Segretario Generale dell'Unione Mondiale degli Studenti Ebrei. Il suo primo libro è una raccolta di racconti, Mot Hazaken (La morte del vecchio), ed è del 1962.Tra i suoi romanzi: L'amante (1977), Un divorzio tardivo (1982), Cinque stagioni (1987), Il signor Mani (1990), Ritorno dall'India (1994), Viaggio alla fine del millennio (1997), La sposa liberata (2002), Tre giorni e un bambino (2003),... Approfondisci
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