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Il delirio in cui precipita una donna abbandonata dal marito, una deformazione della realtà che mi ha ricordato la metamorfosi di Kafka, ma rappresentata con un accanimento fine a se stesso, tanto da cadere nel virtuosismo. Nel complesso un romanzo claustrofobico, una storia chiusa non tra mura di mattoni, ma nell’ossessione dell’abbandono, con una protagonista autoreferenziale, piena del proprio ego, rissosa e vendicativa, non un personaggio piacevole, così come non è piacevole tutta la lettura del libro.
Il primo approccio con Elena Ferrante, con una sua opera minore, si è rivelato piuttosto positivo, facendo venir meno pregiudizi negativi. I giorni dell'abbandono è narrato con un linguaggio profondamente poetico, vi sono espressioni che catturano, quasi lasciano senza fiato per l'intensità. L'autrice riesce a creare immagini forti per trasmettere il dolore della protagonista, tuttavia diventa col passare delle pagine una forma espressiva quasi esagerata, si lascia andare troppo, fino a diventare innaturale: la gente non pensa in modo così poetico, soprattutto quando è triste. Sotto vari punti di vista è un libro che apre a molte riflessioni e che darebbe il diritto alla Ferrante di affermare al sua fama anche grazie a queste opere meno conosciute.
Ho letto questo libro e sono rimasto letteralmente sconvolto. Anch'io ho abbandonato, ho cercato di farlo con la maggiore delicatezza possibile (per quanto si possa essere delicati in quelle situazioni). Leggere quello che c'è dall'altra parte di noi stessi (nonostante la situazione familiare per me fosse completamente differente da quella della protagonista del romanzo) è stato un pugno allo stomaco che, credo, mi abbia fatto bene. Ma che male!!!
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