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Giorni selvaggi. Una vita sulle onde

William Finnegan

Editore: 66th and 2nd
Collana: Vite inattese
Anno edizione: 2016
Pagine: 496 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788898970582

nella classifica Bestseller di IBS Libri - Sport - Sport e divertimenti acquatici - Surf, windsurf e sci d'acqua

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Premessa: questo memoir parla soprattutto di onde. Come si curvano, spingono i corpi, cambiano odore e colore da un luogo a un altro del mondo, dove nascono, come muoiono. Un po’ come per i fiocchi di neve, non ne esistono due uguali. Sopra queste onde galleggia un uomo, in compagnia della sua fidata tavola. La sua vita è stata modellata da queste onde. 
Un po’ brutalmente, Giorni selvaggi si può riassumere così. Quindi: se odiate il mare, e i surfisti come categoria umana – come tutti i cliché, possono essere irritanti, o peggio ridicoli – e preferite piuttosto i titanismi montanari o i vapori lacustri, è meglio se mettete giù subito questo libro e correte a prendere un Mauro Corona d.o.p., o un romanzo di Andrea Vitali.

Ma se ricordate di esservi esaltati quando, da piccoli, avete visto per la prima volta Un mercoledì da leoni o Point Break – due film ambientati in quella società a parte che è l’ambiente dei surfisti, e che i veri surfisti peraltro trovano ridicoli, nella loro inesattezza – e di essere rimasti turbati da quel mix di esotismo/cameratismo/libertà/pelle dorata, mèche naturali/spensieratezza/incoscienza/ generale figaggine, allora Giorni selvaggi è il libro perfetto per la vostra estate.
È stato scritto da una persona che nella vita ha fatto anche altro, oltre a inseguire le onde: autore di cinque libri, staff writer per il New Yorker da molti anni, William Finnegan ha realizzato celebri reportage da ogni continente, occupandosi di guerra civile (in Sudan e Somalia), razzismo (in Sudafrica), povertà (negli Usa), crimine organizzato (in Messico). E prima ancora, più giovane, per sopravvivere ai tempi dei suoi vagabondaggi dietro alle onde, è stato lavapiatti in Australia, frenatore di treni in California, insegnante d’inglese in un ghetto nero di Città del Capo. Con Giorni selvaggi quest’anno ha vinto il Premio Pulitzer per l’autobiografia.

Per i profani, il surf è semplicemente uno sport. Per chi lo pratica, è molto di più: un’arte, una dipendenza, un amore difficile da tradire, che diventa sempre più impegnativo e più pericoloso con il procedere dell’esperienza accumulata. Per il 12enne William, tutto nasce da un evento che per un bambino di solito è traumatico: un trasferimento, e tutto ciò che segue in termini di sradicamento, solitudine ecc. Invece qui è proprio il contrario: per un amante del surf, le Hawaii – il luogo in cui suo padre, produttore tv, ha trovato lavoro – rappresentano la meta in cui prima o poi è obbligatorio andare in pellegrinaggio, come La Mecca per un musulmano o Amsterdam per un fan della marijuana (oggi è il Colorado). “Alla sola idea di vivere alle Hawaii io ero fuori di me dall’eccitazione. Volente o nolente, qualsiasi surfista, qualsiasi lettore di riviste di surf [...] fantastica sempre di trascorrere la sua vita alle Hawaii. E adesso io ero lì, a camminare sulla vera sabbia hawaiana (farinosa, dall’odore sconosciuto), ad assaggiare l’acqua di mare hawaiana (tiepida, dall’odore sconosciuto) e a remare verso le onde hawaiane (piccole, scure, sospinte dal vento). Niente era come me l’ero immaginato”.
I giorni del giovane William sono scanditi dalle lunghe sessioni di surf, prima e dopo la scuola. Ma per un surfista, diventare adulto è qualcosa che avviene lontano dall’acqua: l’apparente improduttività del solcare le onde con una tavola – le lunghe attese, i fugaci, ma potentissimi, momenti in piedi sulla tavola – si concilia poco con le crescenti responsabilità che la vita reale esige: trovare un lavoro, mettere radici in un posto preciso, formare una famiglia. Per seguire le onde bisogna rinunciare a tutto il resto, ed è esattamente quello che fa William, quando, qualche anno dopo – ormai un vero barbaro del surf (il titolo originale è Barbarian Days) – rincorre le onde attraverso mezzo Pacifico, dall’Australia al Madagascar passando per le Figi, Sumatra e Samoa. E le affronta carico di abbondanti dosi di LSD, con i prevedibili rischi e le intense visioni di assoluto che questo binomio – surf e psichedelia – sono in grado ispirare: “Lottai per farmi strada tra la schiuma, contento di avere qualcosa da fare. L’acqua al suo stadio molecolare sembrava meno interessante di prima. [...] Il colore era di un grigio-bianco tenue finché non si alzava un’onda, dopodiché sembrava che si accendessero dei riflettori turchese che illuminavano dall’interno le viscere dell’onda. [...] Sollevai lo sguardo e vidi in alto un soffitto argenteo e spumeggiante. Sembrava che stessi cavalcando un cuscino d’aria. Poi le luci si spensero”.

C’è un rapporto di causa ed effetto da trovare, tra il coming of age sull’acqua che occupa gran parte di questo libro, l’inevitabile ritorno a casa e la scelta di diventare uno scrittore specializzato nel descrivere la realtà nei suoi aspetti più oscuri? Forse è stata proprio l’abitudine ad andare incontro al pericolo (sotto forma di onde), a spingere Finnegan verso le zone del mondo più turbolente – osservare la guerra è un’attività che consuma il fisico e la mente, ma da cui è difficile staccarsi per tornare alla normalità, come racconta Michael Ware nel recente Only the Dead, documentario HBO sui suoi sette tormentosi anni da reporter in Iraq. Se il surf è una dipendenza, come candidamente ammette l’autore di questo libro, qualcosa deve avere a che fare con il tentativo di recuperare quell’intensissimo, irripetibile high iniziale.
O forse si tratta di altro. Forse il surf è soltanto un modo (più cool di altri) per provare sulla pelle il brivido della libertà. Ma Giorni selvaggi ci lascia con una piccola certezza: a volte, il modo migliore per capire il mondo è proprio quello di perdere tempo. Voto 4/5

Recensione di Mario Bonaldi

Recensioni dei clienti

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    rosetta

    06/12/2016 15.36.45

    Non concordo affatto con Massimo, che ha scritto la precedente recensione. Questo libro è davvero affascinante, una ricostruzione perfetta di un mondo difficile da immaginare se non si ha avuto l'occasione di incrociarlo. Una versione oceanica di On the Road assolutamente da leggere.

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    Massimo

    01/09/2016 10.25.33

    Ho acquistato il libro poiché amante del surf e del mare...inutile polpettone senza senso; libro noioso ed inutile... Peccato!!!

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