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recensione di Villa, L., L'Indice 1985, n. 5

Bisognerà subito dire che questa traduzione di Fausta Cialente di "The Turn of the Screw", il famoso gioiello gotico di Henry James, è bella, e che quindi è certo un peccato leggerla come ho fatto io, con il testo inglese sotto gli occhi e con continue interruzioni, nel tentativo non tanto di coglierla in fallo (ché di falli ne presenta in realtà pochi, e di carattere veniale), quanto di riuscire ad individuare, nell'inevitabile scarto tra l'originale e la traduzione, quel quid di assolutamente jamesiano che proprio non può essere riprodotto nel testo italiano. Non so se questa operazione sia del tutto corretta - temo di no -, ma la tentazione è grande: la novella è tra le più belle di James, la traduzione è ben fatta, accurata, ed il gioco del confronto potrebbe costituire un modo efficace di riscoprire alcuni dei segreti di questo preziosissimo stile
La prosa di James, è risaputo, presenta per il traduttore difficoltà leggendarie, non solo per la sua sottile allusività e per il movimento complesso, "barocco", del periodo (che intrattiene a lungo il lettore nelle sue avviluppate maglie prima di permettergli l'estasi della comprensione), ma anche per il suo stesso tessuto linguistico, costituito com'è da una serie di opzioni lessicali e sintattiche personalissime, anzi decisamente idiosincratiche.
Nel "Giro di vite", è vero, la scrittura jamesiana non conosce il parossismo idiosincratico degli ultimissimi lavori: intanto, il lavoro è del '97, poi, i limiti formali di una pur lunga novella impongono una certa disciplina al rigoglioso germogliare dello stile jamesiano, e infine la narrazione è fatta in prima persona dalla protagonista che, insomma, non scrive proprio come il James delle "Prefazioni". Tuttavia, lo stile jamesiano maturo non conosce-n‚, per altro, ricerca-la possibilità di grosse variazioni nel senso di una vera e propria mimesi di registri socialmente e culturalmente diversi: perciò, fatta pur qualche concessione, bisogna riconoscere che l'armamentario jamesiano è abbondantemente presente anche qui, dove a parlare non dovrebbe essere direttamente James ma, dopo il prologo narrato dal curatore della pubblicazione, una giovane istitutrice di modeste condizioni sociali.
Una prima caratteristica di questo stile è rappresentata dall'uso frequentissimo di quelle espressioni verbali note come phrasal (e prepositional) verbs, costituite da un verbo e da una particella avverbiale (o preposizione), che sono assai comuni in inglese, in particolar modo nella lingua parlata. La prosa jamesiana ne è addirittura inondata, e questo le conferisce un suo tono, colloquiale, sì, ma anche affettatamente ricercato, giacché il codice cui il loro carattere sintetico e spesso gergale rimanda è, in James, quello delle conversazioni dei salotti alla moda. Ora, intanto, conservare questa doppia connotazione di registro nel tradurre è cosa ardua, a volte impossibile. Inoltre, il carattere ellittico di questi verbi costringerà spesso il traduttore ad ingegnose trovate nel tentativo di riprodurre, esplicitandola, la particolare nota semantica dell'espressione inglese. Si consideri questo esempio: 1/2Well, this matter of mine, think what you will of it, lasted while I caught at a dozen possibilities" che viene reso "Ebbene, questa mia avventura durò (e poi pensate ciò che vi pare) il tempo perché io formulassi una dozzina di ipotesi" (177:33). Qui, l'effetto fortemente sintetico di "to catch at" è abbastanza paradigmatico: esso unisce il significato di "cercare di afferrare" ad una certa connotazione di ansia, ardore, impazienza.
Sarà opportuno fare qualche altro esempio: "If he had been wicked, he would have "caught" it, and I should have caught it by the rebound"-"Se si fosse comportato male, ne avrebbe subito la logica conseguenza, e anch'io, di riflesso, me ne sarei accorta" (182:39). Così, evidentemente, tradurre diviene esplicitare, 'spiegare', non solo ritrascrivendo, in qualche modo, per esteso, il significato di "catch", ma anche sostituendo un sintagma nominale al deittico "it", che nell'originale collegava la frase a quella precedente, costringendo il lettore a ritornare sui suoi passi per identificarne il referente. D'altra parte, la spiegazione di James non è mai facile, e quindi solo il fatto di trovarne una, agile ed elegante, non è cosa da poco. Un altro tipo di difficoltà è rappresentato dalla predilezione jamesiana per i soggetti astratti ed i costrutti nominali. 1/2Driving at that hour, on a lovely day, through a country the summer sweetness of which served as a friendly welcome, my fortitude revived and, as we turned into the avenue, took a flight that was probably but a proof of the point to which it had sunk." - "Viaggiando a quell'ora, in una splendida giornata, attraverso una campagna in cui la dolcezza dell'estate sembrava offrirmi un amichevole benvenuto, ripresi coraggio e, mentre svoltavamo nel viale avvertii un senso di sollievo che probabilmente altro non era se non la prova di quanto era stato il mio abbattimento". (158:14). Con un sicuro istinto per una resa in un italiano ad un tempo leggibile ed elegante, la traduttrice ha abolito il soggetto astratto (my fortitude: il mio coraggio, la mia forza d'animo) sostituendogli una prima persona narrativa, ed operando poi tutta una serie di cambiamenti. La traduzione che ne viene fuori è buona, mi sembra, ma non posso fare a meno di notare che la costruzione originale, con il soggetto astratto che sposta l'agente umano in posizione obliqua rispetto all'azione, è in fondo proprio una delle più caratteristiche dello stile jamesiano. Essa ritorna ripetutamente nel testo: in qualche caso è un soggetto astratto (una qualità della persona, una sensazione) a venire sostituito al soggetto umano ("A portentous clearness now possessed me"- "Ora vedevo tutto con prodigiosa chiarezza" [194:50]); altrove è una sua parte del corpo ("My companion's face had blanched" - "la mia compagna era ulteriormente impallidita" [191:471). Quando poi l'analisi logica della frase accorda all'io della narratrice, o ad un altro essere umano, il ruolo di soggetto della frase, non è raro che si tratti di un soggetto passivo mosso, trascinato, agito, dalle cose, dagli eventi, dalle astrazioni delle sue stesse passioni: "I was carried triumphantly through the following hours" - " trascorsi ore di vera esaltazione " (159:15). Si noterà che in questi casi (la scelta è stata fatta, naturalmente, ad hoc, ma l'elenco potrebbe essere davvero lungo) la traduzione tende a riportare la "normalità" nell'organizzazione della frase: il soggetto logico e l' agente umano tornano a coincidere, ed in posizione obliqua (o passiva) vengono risospinti gli eventi, le "cose", le astrazioni.
In James, invece, sono le astrazioni a dominare il campo: esse non solo occupano, di preferenza, nel periodo, luoghi strategici, ma si moltiplicano senza freno. Uno dei meccanismi per mezzo dei quali questo avviene è la sostantivizzazione delle qualità, per la quale, ad esempio, la "bella giornata" diventa la "bellezza della giornata", l"'alto ingegno" diventa la "altezza dell'ingegno", e così via. Ora, in James, questo costituisce un vero e proprio manierismo con il quale il traduttore che voglia restituirci un James eminentemente leggibile non può non avere qualche difficoltà.
La preferenza per i costrutti nominali, ad ogni modo, caratterizza il complesso della prosa jamesiana, ed essi sono, in verità, una delle maggiori fonti di problemi per il traduttore. Fausta Cialente ricorre talvolta a costrutti verbali, e a proposizioni subordinate, nel tentativo di rendere le ardite sequenze nominali del testo inglese. "You may imagine the general complexion, from that moment, of my nights", ad esempio, viene tradotto con "Potete immaginare che cosa fossero le mie notti, a partire da quella" (226:84), oppure "and we lived in much profusion of theory that" diviene "e noi vivevamo ripetendoci che" (246:105). Anche qui, la traduzione mi sembra accurata, ma, nel ripetersi della transizione dalla maniera jamesiana alla innegabilmente più semplice, e consueta, espressione italiana, non può non andare perduta più di una nota di questo ricercatissimo stile. E la conseguenza di questa lieve, ma costante, alterazione sarà, alla fine, che di quegli incredibili passaggi in cui i personaggi sono colti mentre sono letteralmente impegnati in una colluttazione con le astrazioni che hanno origine nella loro stessa coscienza ("e se chiusi gli occhi ancora una volta fu soltanto perché ero turbata dall'idea di dover scegliere uno dei tre o quattro modi che avevo per reagire. Uno di questi mi tentò, per un momento, con una forza così singolare che, per resistervi, dovetti stringere la piccina in un abbraccio spasmodico") risulta in parte oscurata la relazione di continuità che intrattengono con il tessuto stesso della prosa jamesiana.
Con questo, il gioco del confronto finisce, lasciandomi, non lo nego, un po' di amaro in bocca: avevo tra le mani una bella traduzione di un bel racconto-un'opera, quindi, autonoma e tutta da leggere-e ne ho fatto un malinconico cumulo di frammenti "imperfetti", e tutto solo per andare a riscoprire quella porzione di James che ostinatamente si rifiuta di farsi leggere in italiano. E di quel James che invece lietamente trasmigra nelle belle pagine di Fausta Cialente, che dire? La cosa migliore è, forse, lasciargli l'ultima parola: "voglio dire, invece, che l'innominabile e intoccabile ingigantiva tra noi, più grande di tutto il resto, e che tanto sforzo per evitare di parlarne non avrebbe potuto aver successo senza un solido, tacito accordo. Era come se, di quando in quando c'imbattessimo in argomenti davanti ai quali dovevamo arrestarci, come se di colpo dovessimo uscire da vicoli che scoprivamo ciechi, o chiudessimo con un lieve tonfo che attirava gli sguardi degli uni sugli altri (come tutti i tonfi, sempre un poco più forte di quanto avessimo desiderato) le porte che indiscretamente avevamo aperte" (99-100).

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    ettore personnettaz

    14/11/2000 19.13.43

    Un libro dalla suspence incredibile che ti lascia semza fiato. Allo stesso tempo una storia inquietante per chi ama le "ghost story".

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