Editore: Adelphi
Anno edizione: 2013
In commercio dal: 23 gennaio 2013
Pagine: 111 p., Brossura
  • EAN: 9788845927591
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Descrizione
In questo piccolo gioiello c'è in nuce tutto Bernhard: qui si ride, ci si commuove e si pensa. Il racconto che dà l'irriverente titolo al volume vede il Titano, ormai allo scorcio della vita, in fase di bilanci. Ha capito che la letteratura conta poco o nulla, e non gli resta che un unico desiderio: incontrare Wittgenstein. Convoca dunque a Weimar il filosofo, innescando una serie di esilaranti peripezie. Figura centrale nell'opera di Bernhard, Montaigne svetta nella seconda prosa, dove vediamo un giovane angariato dai genitori rifugiarsi nella torre avita e trovare lì l'unica alternativa all'orrore familiare: i libri, e nella fattispecie i libri di Montaigne. Se la famiglia è il luogo del castigo, della reclusione, dell'odio, della distruzione psicofisica, la torre, la biblioteca, i filosofi sono l'unica salvezza. Ilare e straziante è il terzo racconto, in cui due amici si incrociano in una stazione ferroviaria. E uno dei due si lascia andare a un continuo, trascinante "ti ricordi...?": ecco allora risorgere l'infanzia e genitori sadici, amanti della montagna, che costringono la prole ad arrampicarsi a ora antelucana, bardata con calzettoni e berretti rossi (per non sfuggire al soccorso alpino...). E se la madre, dispensatrice di ceffoni fisici e morali, pizzica sulla vetta la sua ridicola cetra, il padre affida a un album da disegno oscene vedute alpestri. A suggellare il congedo dai genitori sarà un grande falò di calzettoni rossi.

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Recensioni dei clienti

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    MarioZenith

    20/09/2018 17:11:39

    Quattro brevissimi racconti costruiscono l'ossatura del libro. Ciascuno a suo modo un piccolo capolavoro e soprattutto indicativi dell'immensa capacità iconoclasta di Bernhard. La patria, la famiglia, l'amicizia, nulla trova scampo dal disperato nichilismo della sua scrittura. In un racconto un uomo per sfuggire all'oppressiva e angosciante presenza dei genitori si rifugia in una torre con i libri dell'amato Montaigne, in un altro l'incontro tra amici è l'occasione per esercitare il rito della memoria e tutto ciò che di negativo la frase "ti ricordi..", detta tra loro, trascina con sé e poi nell'ultimo racconto una visione onirica fa sperare che sia l'Austria intera ad andare in fiamme lasciando i fondamenti culturali cattolici e nazionalistici del paese in una desolata distesa di cenere. A dare però titolo al libro è il primo dei racconti, "Goethe muore", e qui l'ironia con la quale Bernhard tratteggia le due figure, così antitetiche tra loro, da una parte il grande poeta e dall'altra il grande filosofo Wittgenstein, è assolutamente deliziosa. Da una parte Goethe quale pilastro della cultura tedesca e delle relative certezze e dall'altra il pensatore che attraverso il pensiero logico e alla rilevanza del linguaggio nell'espressione del pensiero aveva contribuito a spezzare i dogmi della cultura romantica ed ottocentesca.

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    alida airaghi

    02/02/2018 12:51:29

    In quarta di copertina è scritto che questo “piccolo gioiello” contiene in nuce tutto Bernhard. E in effetti ritroviamo nei quattro racconti qui antologizzati le ossessioni, il sarcasmo, il dolore e la rabbia che caratterizzano l’intera produzione dell’autore austriaco. Persino i tic stilistici, esasperati quasi a creare volutamente un effetto comico e straniante (le ripetizioni, gli intercalari, le inserzioni e le sottolineature del parlato). Già dal primo brano che dà il titolo al volume, il lettore si trova immerso in un’atmosfera ironicamente surreale, beffarda, con il Genio (“il più grande in assoluto fra i tedeschi mai esistiti”, “il paralizzatore della letteratura tedesca”) immobile sul suo letto di morte, alle prese con l’inventario finale del dato e avuto nella scrittura. Circondato dalla venerazione di signore e donnette, e dalla dubbia e litigiosa fedeltà di tre segretari-intellettuali, si convince improvvisamente della futilità di ogni letteratura, convertendosi alla superiore evidenza del pensiero filosofico. Esige pertanto di incontrare Wittgenstein per discutere con lui su “il dubitabile e il non dubitabile”, eclissando confini temporali e geografici. L’ironia sghignazzante di Bernhard sembra prendersi gioco di ogni accademismo letterario, di ogni pomposità culturale avvertita come fittizia e ingannevole. Gli altri tre racconti scavano più direttamente nella biografia dell’autore, mettendo in luce il suo mai superato risentimento nei confronti dell’istituto familiare, castrante e oppressivo, e dell’ambiente claustrofobico e colpevolizzante della sua Austria: «L’intera disgustosa Austria ormai solo bestialmente fetida, con tutti i suoi volgari e abietti abitanti e con i suoi edifici famosi in tutto il mondo, chiese e conventi e teatri e sale da concerto, andava a fuoco e bruciava sotto i miei occhi». Rabbioso e dolorante, angosciato e deluso, Thomas Bernhard sembra trovare solo nell’invenzione della parola un porto sicuro di consolazione e conforto.

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    Isabella

    03/06/2017 18:34:47

    Di questa raccolta di racconti mi soffermo solo su quello che dà il titolo, un divertissement geniale che poteva uscire soltanto dalla penna di Bernhard. Goethe è ormai in punto di morte e ha un unico ultimo desiderio: incontrare il filosofo Wittgenstein, che però vive in Inghilterra. Va da sé che cronologicamente la vicenda sarebbe impossibile, perché Goethe è morto prima che Wittgenstein nasca, ma non è questo che importa. Lo scrittore e intellettuale tedesco più celebre e celebrato vuole assolutamente parlare con uno dei più rivoluzionari filosofi del Novecento, quasi a dimostrare che la cultura tedesca non è morta assieme a Goethe. Il tempo continua ad avanzare, così come le idee, e questo Goethe capriccioso e curioso, circondato dalla meschinità dei suoi familiari, si innalza sopra tutto e sopra tutti dimostrando una volta di più il suo acume nel riconoscere il genio filosofico di un altro. E Bernhard, con ironia e saggezza, riafferma la sua stima per Wittgenstein, personaggio assente nel racconto e nello stesso tempo fulcro di tutta la vicenda.

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    Umberto Mottola

    26/04/2013 16:45:52

    Scrittura ossessiva, maniacale,con frasi molto lunghe, ma grandiosa! Leggendo questa breve raccolta di quattro racconti ho scoperto l'aggettivo "esiziale" che viene usato molte volte e che significa: che arreca grave danno. Il racconto che mi è piaciuto di più e che, secondo me, è un vero capolavoro è "Incontro", a pagina 77 leggiamo: "Ogni volta erano sicuri di trovarla, la quiete, in una valle svizzera oppure su una dorsale o una vetta sudtirolese. ... Dapprima credevano sempre che fosse facile trovare quiete, ma poi si accorgevano che era la cosa più difficile". Nell'ultimo racconto, a pagina 105, leggiamo: "La Chiesa cattolica è l'avvelenatrice del mondo, la distruttrice del mondo, l'annientatrice del mondo, questa è la verità".

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    stefano pelagatti

    10/02/2013 10:16:23

    Il terzo di questi racconti, "Incontro", è esemplare, perchè illustra la tecnica usata da Bernhard per accrescere la tensione mediante la ripetizione sempre più ravvicinata dei "motivi-parola". Osserviamo pag 58: il primo motivo-parola è "montagna"; esso viene ripetuto dapprima a distanza di tre righe, quindi di due, generando una crescita della tensione che per adesso è solo apparente, poichè subito torna a distendersi a distanza di 3 e di 4 righe. Nella seconda parte della pagina ecco che invece la tensione si scatena e raggiunge il parossismo, in quanto il motivo-parola viene rafforzato dall'aggettivo "alta" e si ripete a distanza dapprima di 2 righe quindi di una sola: in tutto 9 volte,e, se sommiamo quelle precedenti, 15 volte in una sola pagina. Una volta esaurito il suo compito espressivo, il motivo-parola viene abbandonato e ne subentrano subito altri due, " rosso vivo" e "verde vivo" ( pag 59), e il meccanismo si ripete. Quello che mi preme rilevare è come l'origine di questa tecnica non sia letteraria, ma musicale, in tutto affine a quella adottata da Beethoven nei suoi " crescendo di tensione" ottenuti mediante il progressivo dimezzamento dell'ampiezza dei motivi.

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Il libro raccoglie le ultime quattro stoccate del noto autore austriaco, scomparso nel 1989. Pubblicato nel marzo 1982 su "Die Zeit" per il 150° anniversario della morte di Goethe, il racconto del titolo di copertina irride fin dalla grafia scorretta (Goethe schtirbt) il nume tutelare della letteratura tedesca. Il "Genio" è infatti ritratto "più o meno immobile nel suo letto di morte, con lo sguardo sempre rivolto alla finestra" da un io narrante incline allo sberleffo, che a sua volta riferisce di biliose, apodittiche battute captate dai segretari dell'Immortale, Riemer e Kräuter, peraltro in sotterraneo dissidio tra di loro. Siamo dunque di fronte a una di quelle spirali, sgranate nel discorso indiretto e dense di incisi, care a Bernhard. In questa struttura a doppio fondo l'autore colloca il secondo dispositivo dissacrante, una sorta di ucronia che accoppia Goethe e Wittgenstein, assegnando al Genio un ultimo insopprimibile desiderio, quello appunto di accogliere il filosofo a Weimar. Ecco allora tutto un trapestio di pellicce calate dai guardaroba del poeta, "una ventina circa" compresa quella della bisnonna Cornelia, per spedire nell'inverno londinese lo sgomento Kräuter, latore di un invito per il 22 marzo, giorno del decesso di Goethe. In una girandola continua di allusioni ai diversi luoghi e personaggi del tempo (una chicca per i germanisti), la maschera mortuaria del poeta appare contratta da un ghigno sprezzante che investe i grandi amori trascorsi, carnali e intellettuali, ma con la quale lo stesso Bernhard, ammiratore di Wittgenstein come si già si leggeva in Korrektur (1975), sotto sotto si identifica, tanto da mettere in bocca a Goethe gustose particelle del Tractatus. Netta anche la simpatia per Montaigne: il protagonista del racconto eponimo si rintana nella lettura dei suoi saggi, in fuga dalla gabbia familiare e da una pedagogia genitoriale annichilente, incardinata nei rituali tipicamente austriaci, bersaglio di una scrittura che deborda in esiti comicamente paradossali: si veda la parodia della gita domenicale nell' idillio alpino stile vecchio scarpone, qui corredato con tanto di Bibbia, tromba e cetra appese allo zaino. E come non c'è salvezza per una Heimat popolata di avidi affaristi, così a chi narra, ormai "murato senza scampo" non resta che aspettare l'ora in cui tutti saranno "definitivamente soffocati". A meno di non agire per tempo, incenerendo quel mondo di "cattolici nazionalsocialisti odiatori di ebrei e stranieri", come capita nell'ultimo frammento incompiuto con l'immagine onirica del rogo che incendia un'Austria "falsa, volgare e abietta". Sulla quale tuttavia il pendolo della memoria, con il suo moto inarrestabile, continuerà a battere. Ma in desolato sogno. Anna Chiarloni