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William Faulkner

Curatore: M. Materassi
Traduttore: R. Serrai
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2002
Pagine: 201 p.
  • EAN: 9788845917233
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    Giuseppe Russo

    13/03/2017 09.43.05

    La metafisica del bosco come spazio sacro di formazione della soggettività limitata dalla natura selvaggia e come teatro del rito di passaggio all'età adulta. La caccia all'orso che non può e non deve concludersi con la sua uccisione perché quell'orso è in realtà un animale totemico, la cui eliminazione comporterebbe la distruzione irreversibile degli equilibri sui quali si regge la vita "in the wilderness". Forse il miglior Faulkner in assoluto, dato che si lascia alle spalle i contrasti tra famiglie e tra gruppi etnici per concentrarsi sul rapporto individuale uomo / natura, umano / non umano. Tuttavia il terzo e il quarto racconto non sono all'altezza dei primi due, e in particolare di quel capolavoro assoluto che è «L'orso», grandiosa liturgia della formazione e trasformazione della soggettività ad opera della foresta.

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    Mag

    10/05/2011 09.49.44

    Aspro, complesso, difficile da penetrare, una lingua originale e talvolta ostica. Indubbiamente Faulkner non è un autore per tutti, a volte si fa fatica a reggere il ritmo, ma è un'esperienza necessaria per la propria formazione.

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    rogopag99

    20/03/2005 12.31.17

    Pubblicato nel 1955, "La grande foresta" è composto da quattro racconti intercalati da altrettanti brani. Sono racconti di "caccia" di cui "L'Orso" è il più celebre (di questo meraviglioso racconto ne esistono tre versioni). Con la sua voce inconfondibile Faulkner narra della scomparsa di un intero universo di senso fondato sul valore, e della sua sostituzione con una realtà degradata unicamente consacrata al profitto. Il valore è qui rappresentato dal rapporto profondo tra uomo e natura, che fa della foresta un santuario dove la caccia è un rito che può avere luogo solo attraverso l'applicazione di regole ferree, e l'uccisione di un orso o di un cervo sono azioni in cui si afferma soprattutto la nobiltà della vittima. La foresta e i suoi abitanti (di cui l'orso e il cervo sono emblemi regali), sono tutt'uno, una realtà dalla forza simbolica immane che coinvolge al suo interno i primi cacciatori (gli indiani Chickasaw) e gli ultimi bianchi loro "eredi". Questi, di cui il vecchio Ike McCaslin è l'ultimo superstite (e che incontreremo la prima volta bambino ne "L'Orso"), sono la stirpe eroica destinata a lasciare il passo ai cacciatori senza regole che li seguiranno, dopo che il "progresso" (il disboscamento necessario a far posto alla ferrovia e a nuove redditizie piantagioni di cotone), avrà fatto recedere sempre di più la maestosa foresta primordiale. Solo nella memora di McCaslin (e il brano conclusivo del libro è una delle cose più alte e memorabili che Faulkner abbia mai scritto), nel ricordo del passato, ma anche nella consapevolezza tragica della natura decaduta dell'uomo ("La natura e i campi che saccheggia e la selvaggina che devasta saranno la conseguenza e la firma del suo delitto e della sua colpa, e la sua punizione"), è possibile una qualche redenzione.

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    Gigi

    01/02/2005 09.25.12

    Non è un libro per tutti, però è pieno di pathos. Riuscire ad accedere nella Grande Foresta è difficoltoso, perché ci si trova davanti a due muri identici e pur diversi che cingono il cammino. Un viaggio nella vita, il soffio della vita che si materializza, che non può esistere senza la morte. Morte di un orso, a cui è stato dato il nome di un uomo, perché nessun uomo avrebbe avuto nulla da ridire. Il confronto con qualcosa che già c'era prima di poterla osservare con i propri occhi. Vivere e morire. Mai un testo ha celebrato questa ritualità, che passa per il decadimento umano. E l'uomo può solo guardare, o meglio sentire, percepire la vita che scorre. Chi siamo e soprattutto a cosa apparteniamo. La Grande Foresta diviene la madre calorosa che culla chi riesce a trovare un contatto con lei. Un ritorno primordiale nella terra di nessuno, in cui l'uomo non era ancora un uomo e il bambino non era ancora un bambino. Un ritorno alle origini, al cuore della natura. Un contatto diretto con essa, in cui la parola diviene assente e lo spirito respira nella vita. Un rituale più vecchio dell'uomo, prima dell'uomo e sempre presente: la consacrazione alla vita, passando per la morte. La morte che non viene a vergogna dell'essere, ma gli illumina la via, la via in mezzo a due muri identici, quelli visti da sopra un carro, percorrendo la Grande Foresta. Uomo che non sei più un bambino, e bambino che sei stato un uomo, leggi questo capolavoro. Non lo potrai apprezzere se non lascierai scorrere dentro di te il soffio della natura.

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