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William Faulkner

Curatore: M. Materassi
Traduttore: R. Serrai
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2002
Pagine: 201 p.
  • EAN: 9788845917233

Recensioni dei clienti

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    Mag

    10/05/2011 09.49.44

    Aspro, complesso, difficile da penetrare, una lingua originale e talvolta ostica. Indubbiamente Faulkner non è un autore per tutti, a volte si fa fatica a reggere il ritmo, ma è un'esperienza necessaria per la propria formazione.

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    rogopag99

    20/03/2005 12.31.17

    Pubblicato nel 1955, "La grande foresta" è composto da quattro racconti intercalati da altrettanti brani. Sono racconti di "caccia" di cui "L'Orso" è il più celebre (di questo meraviglioso racconto ne esistono tre versioni). Con la sua voce inconfondibile Faulkner narra della scomparsa di un intero universo di senso fondato sul valore, e della sua sostituzione con una realtà degradata unicamente consacrata al profitto. Il valore è qui rappresentato dal rapporto profondo tra uomo e natura, che fa della foresta un santuario dove la caccia è un rito che può avere luogo solo attraverso l'applicazione di regole ferree, e l'uccisione di un orso o di un cervo sono azioni in cui si afferma soprattutto la nobiltà della vittima. La foresta e i suoi abitanti (di cui l'orso e il cervo sono emblemi regali), sono tutt'uno, una realtà dalla forza simbolica immane che coinvolge al suo interno i primi cacciatori (gli indiani Chickasaw) e gli ultimi bianchi loro "eredi". Questi, di cui il vecchio Ike McCaslin è l'ultimo superstite (e che incontreremo la prima volta bambino ne "L'Orso"), sono la stirpe eroica destinata a lasciare il passo ai cacciatori senza regole che li seguiranno, dopo che il "progresso" (il disboscamento necessario a far posto alla ferrovia e a nuove redditizie piantagioni di cotone), avrà fatto recedere sempre di più la maestosa foresta primordiale. Solo nella memora di McCaslin (e il brano conclusivo del libro è una delle cose più alte e memorabili che Faulkner abbia mai scritto), nel ricordo del passato, ma anche nella consapevolezza tragica della natura decaduta dell'uomo ("La natura e i campi che saccheggia e la selvaggina che devasta saranno la conseguenza e la firma del suo delitto e della sua colpa, e la sua punizione"), è possibile una qualche redenzione.

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    Gigi

    01/02/2005 09.25.12

    Non è un libro per tutti, però è pieno di pathos. Riuscire ad accedere nella Grande Foresta è difficoltoso, perché ci si trova davanti a due muri identici e pur diversi che cingono il cammino. Un viaggio nella vita, il soffio della vita che si materializza, che non può esistere senza la morte. Morte di un orso, a cui è stato dato il nome di un uomo, perché nessun uomo avrebbe avuto nulla da ridire. Il confronto con qualcosa che già c'era prima di poterla osservare con i propri occhi. Vivere e morire. Mai un testo ha celebrato questa ritualità, che passa per il decadimento umano. E l'uomo può solo guardare, o meglio sentire, percepire la vita che scorre. Chi siamo e soprattutto a cosa apparteniamo. La Grande Foresta diviene la madre calorosa che culla chi riesce a trovare un contatto con lei. Un ritorno primordiale nella terra di nessuno, in cui l'uomo non era ancora un uomo e il bambino non era ancora un bambino. Un ritorno alle origini, al cuore della natura. Un contatto diretto con essa, in cui la parola diviene assente e lo spirito respira nella vita. Un rituale più vecchio dell'uomo, prima dell'uomo e sempre presente: la consacrazione alla vita, passando per la morte. La morte che non viene a vergogna dell'essere, ma gli illumina la via, la via in mezzo a due muri identici, quelli visti da sopra un carro, percorrendo la Grande Foresta. Uomo che non sei più un bambino, e bambino che sei stato un uomo, leggi questo capolavoro. Non lo potrai apprezzere se non lascierai scorrere dentro di te il soffio della natura.

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