La guerra invernale nel Tibet

Friedrich Dürrenmatt

Traduttore: D. Berra
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2017
Pagine: 108 p., Brossura
  • EAN: 9788845931833
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Descrizione
«Sono un mercenario, e sono fiero di esserlo». A parlare è il colonnello FD 256323: questo il numero che gli hanno assegnato quando si è arruolato al servizio dell'«amministrazione», venti o trent'anni prima-non ricorda bene, e del resto chi lo conta più il tempo? Allora la terza guerra mondiale con le sue devastazioni nucleari aveva decimato l'umanità e reso inabitabile gran parte del pianeta, e i combattimenti si erano concentrati nel Tibet, «ad altitudini fantastiche, su ghiacciai, morene, dirupi, nei crepacci e sotto pareti a strapiombo», oltre che nello sterminato dedalo di gallerie scavate all'interno di poderosi massicci, dove feroci fazioni avversarie a sorpresa si incontrano e si massacrano. L'unica cosa che conta, come il colonnello sa bene, è non mettere mai in dubbio l'esistenza del nemico, altrimenti come si spiegherebbero il dolore e la sofferenza? Ma ora che è rimasto solo nell'oscurità silenziosa di una caverna, privo di gambe e con delle protesi al posto delle mani-a sinistra un mitra innestato sul braccio, a destra un assortimento di attrezzi polivalenti-, ha tutto il tempo per riflettere. E per incidere con il punteruolo, sulle pareti rocciose nelle viscere della montagna, l'incubo senza fine che ha vissuto - e il suo senso segreto.

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Il topos del manoscritto ritrovato diventa in questo racconto fantascientifico quello della “caverna ritrovata”. L’atmosfera è tetra e grottesca, fin dal primo paragrafo si profila il panorama distopico di un conflitto totale: i combattimenti si trascinano ormai da più di vent’anni e coinvolgono gli allucinati superstiti di una serie di bombe nucleari sganciate durante la terza guerra mondiale. A parlare è un soldato mercenario disperso all’interno del reticolato di cunicoli sotterranei nelle montagne del Tibet. Rimasto ormai solo, al buio, è costretto in sedia a rotelle e munito di un mitra e un punteruolo d’acciaio al posto delle mani, con cui incide la propria storia sulla roccia. Pur in questa sua disperata condizione, al mercenario non manca un certo orgoglio: “Su ogni parete incisioni di sette righe lunghe duecento metri. È così che si diventa maestri di stile”. È una vera e propria storia: con colpi di scena, amori e tradimenti. La suspense narrativa, tuttavia, scaturisce anche da un’aura allegorica e quasi metafisica che non stupisce il lettore di Dürrenmatt, accompagnata com’è da una fitta rete di rimandi intertestuali, tra frotte “di ragazzine urlanti” di chiara memoria kafkiana e riflessioni di astrofisica. La caverna ritrovata, però, non è soltanto quella concreta, fittamente istoriata con le incisioni del protagonista e decifrata poi dalla voce disincarnata di un commentatore. I disastri della guerra hanno infatti eliminato dalla faccia della terra gran parte della cultura del vecchio mondo. Ne restano poche tracce, e i lontani studi filosofici del mercenario, risalenti ad una vita precedente, riemergono inconsciamente dalla sua descrizione di un antico mito ormai dimenticato, che narra di uomini incatenati in una caverna, costretti a osservare ombre proiettate sul muro.

Recensione di Alice Gardoncini.