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Edouard Husson

Traduttore: M. Marchetti
Editore: Einaudi
Collana: Einaudi. Storia
Anno edizione: 2010
Pagine: X-406 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806200602
La foto, sottilmente gentile e fredda, quella diffusa a suo tempo dalla pubblicistica del Reich, campeggia sulla copertina. Si tratta di un ritratto a tre quarti di Reinhard Heydrich, sobriamente solenne nella sua banale inconsistenza. Tutto è fermo e immoto, quasi a volere dire che il tempo non scorre. Indossa la divisa di SS-Brigadeführer, ma presto sarebbe divenuto Obergruppenführer, ha diversi nastrini (di battaglie combattute tra le carte, nelle polveri degli uffici) e il suo volto pallido sembra precorrere la maschera di cera che all'atto della morte, a trentotto anni, gli sarebbe stata fatta a imperitura memoria. Se fosse sopravvissuto all'attentato consumatogli contro da alcuni patrioti cechi, nel maggio del 1942, avrebbe senz'altro incontrato la corda di Norimberga. Era conosciuto comunemente come "der Henker" ("il boia"), o "la bestia bionda", ma tali evocativi titoli appartenevano più alla liturgia delegittimante dei suoi nemici che non all'intima essenza di un uomo che sentiva su di sé l'onore di una missione. Il suo obiettivo era quello di trasformare l'Europa in un moderno dominio feudale. Ciò facendo si impegnava per quel che sapeva di essere, un esponente di altissimo lignaggio della tecnostruttura genocidiaria.
Il testo di Husson, docente di storia contemporanea alla Sorbona, ci restituisce tuttavia solo in parte il personaggio Heydrich, soffermandosi piuttosto sui nessi tra decisori e decisioni, ovvero sul complesso decision making che sfociò nella Endlösung der Judenfrage, lo sterminio degli ebrei. La questione della sua datazione non è peraltro di lana caprina, costituendo piuttosto un indice fondamentale nella identificazione della natura dei processi decisionali all'interno del Terzo Reich. Capire quali fossero le parti in causa serve a ricostruire l'intreccio tra l'operato degli alti funzionari, che applicavano la nozione di "lavoro nel senso della volontà del Führer", laddove l'oracolarità doveva tradursi in gesti concreti e la genesi negli obiettivi politici. Husson si muove con grande agio all'interno della messe di documenti pervenutici, facendoli interagire con l'intrico poliarchico del regime e soffermandosi, sia pure senza pedanteria, nella complessa relazione tra tempi, luoghi e individualità. È in ciò storico persuasivo, governando al contempo fatti e ipotesi. Ne emerge, così, il definirsi di una suggestione genocida già nell'estate del 1940, di cui la conferenza di Wannsee, nel gennaio 1942, fu la sanzione ultimativa. Non di meno, il mese di novembre del 1941, ricorrenza della "rivoluzione nazionale", nata dalla "catastrofe" del 9 novembre 1918, diventa la faglia di sutura tra intenzione e decisione. Peccato che il libro ci possa consegnare solo una parte di Heydrich, figura soverchiante, ma ancora "anonima". Manca in Italia una biografia che possa restituirci il suo profilo. Un consiglio, al lettore, si impone, ed è quello di integrare il volume con quello appena pubblicato da Christian Ingrao per Fayard, Croire et détruire. Les intellectuels dans la machine de guerre SS. Heydrich non era un intellettuale, ma senz'altro un burocrate nel senso weberiano del termine. E la cultura istituzionale nazista di certo si avvaleva di questa nuda dimensione antropologica.
Claudio Vercelli