Editore: Adelphi
Collana: Fabula
Anno edizione: 2010
Pagine: 193 p., Brossura
  • EAN: 9788845924781
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Descrizione
Adelina ha un destino segnato: quello di diventare ianara, come sua madre, come sua nonna. Al pari di loro, sarà in grado di attraversare ogni porta, anche quella che separa la vita dalla morte. E sarà dannata. Vivrà sui monti dell'Irpinia - una terra apparentemente remota dal resto dell'Italia - come una bestia selvatica; gli uomini e le donne verranno a supplicarla di aiutarli quando avranno bisogno di curarsi, di vendicarsi, o di liberarsi di un figlio non voluto - e la schiveranno come la peste se oserà avvicinarsi alle loro case. Per sfuggire al suo destino Adelina attraverserà "paesi, boschi e campagne", finché non giungerà in vista di un grande e magnifico palazzo: vi entrerà come l'ultima delle sguattere e - sorta di funebre, allucinata Jane Eyre, schiava amorevole e possessiva fino al delitto - servirà e accudirà con assoluta, cieca fedeltà il signore di quel luogo. Gli rimarrà accanto anche quando il palazzo sarà ridotto a una splendida rovina, quando più nessuno ci metterà piede per paura della maledizione che aleggia su di esso dopo gli eventi funesti (omicidi, apparizioni misteriose, un suicidio) che vi si sono succeduti - e lei, Adelina, sarà rimasta la sola ad aggirarsi silenziosa nelle immense sale vuote. Con una lingua asciutta, potente, evocativa, Licia Giaquinto ci trascina in una trama fitta di storie e di magia, dove animali, uomini, cose si fondono e si trasformano di continuo.

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Recensioni dei clienti

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    Rosa De Simone

    30/05/2011 13:51:34

    Lo stile narrativo, con i suoi salti temporali, non facilita la lettura all'inizio. Ma poi la storia cattura. "Ianara" è un termine ancora utilizzato nel dialetto napoletano e tutta la storia mi richiamava cose familiari, antiche, il "substrato culturale", si potrebbe dire. A me è piaciuto molto.

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    Maria Cristina Flumiani

    21/02/2011 18:10:42

    Ho appena letto "La ianara" di Licia Giaquinto, una scrittrice che ha al suo attivo un paio romanzi oltre a questo. Mi è piaciuto molto il suo stile, la sua abilità nel tratteggiare quel mondo di miseria e ignoranza che è il Meridione; così ho letto delle atrocità sui più deboli, dei vizi dei personaggi, della solitudine. La protagonista si chiama Adelina ed è una ragazza poverissima che vive con la mamma e la nonna; queste sono ianare e trattate con disprezzo dalla gente del paese che poi di nascosto chiede loro favori di vario genere. Adelina eredita l'arte di percepire le voci dei morti e i suoni di tutto quello che non c'è più; se ne servirà quando, adulta, fuggirà dalla casa natia e andrà a servizio nella casa di un nobile che servirà tutta la vita con amore e abnegazione. È una storia di miseria e di morte. "Niente di ciò che è stato si perde. Uomini, donne, fiori, animali, piante: ogni cosa conserva la traccia della propria esistenza anche quando non esiste più." "Sua madre e sua nonna spesso parlavano ai morti: incrociavano tre bacchette di salice su una pietra di tufo nera, facevano un nome, e il vento spingeva la voce del morto nella stanza. Lei sentiva solo il vorticare del vento e pezzi di parole mangiucchiate, suoni senza senso. Ma sua madre e sua nonna, girando le bacchette in quel vento, riuscivano, come se quelle bacchette fossero stati aghi, a ricucire in parole tanti suoni smembrati." Il libro ricorda molto il delitto di Sara, la ragazzina uccisa dalla famiglia dello zio nel Meridione.

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    patrizia

    16/02/2011 12:17:21

    Il libro stenta un a partire forse a causa dei continui sbalzi temporali che ci sono all'inizio e che ti confondono un pò. La parte centrale e finale sono decisamente migliori. Interessante la descrizione del mondo della superstizione popolare e della magia.Comunque la storia di un amore che dura in silenzio un vita intera.

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    Emanuela

    17/09/2010 21:28:10

    La storia muove da un tema caro alla letteratura popolare: quello della magia che, per una superstizione dura a morire (in quanto alimentata da ignobili opportunismi finanche politici) finisce per rappresentare un connubio perfetto con figure femminili decisamente emarginate sia socialmente che culturalmente. Tanto per dirne qualcuna, il romanzo non ha nulla dell'intensità della novella "Malìa" di Luigi Capuana che prende spunto dal medesimo argomento. E nemmeno lontanamente riporta la memoria alla profondità riflessiva che si nascondeva ne "La patente" di Luigi Pirandello, per quanto, in quest'ultimo caso, la superstizione la facesse da padrona "al maschile" e con sfumature sicuramente differenti. Il romanzo di Licia Giaquinto rientra nel novero di quelli che, a leggerne la trama o una breve recensione, si acquistano subito con la voglia di leggerli tutto d'un fiato (la considerazione vale almeno per gli amanti del genere) ... ma, poi, il lettore rimane deluso nelle aspettative perché si ritrova avviluppato in un intreccio così artificioso da risultare poco godibile. Troppo disarticolata, inoltre, risulta la narrazione che, tra anticipazioni e tuffi nel passato, risente in negativo di una cronologia esageratamente confusa e poco coinvolgente. Non convince neanche la motivazione che ha spinto l'autrice a una strana impostazione, anche grafica, dei capitoli, ciascuno dei quali risulta ulteriormente suddiviso (o, meglio, frammentato) in tante piccole parti slegate tra loro, anche se sottilmente tenute insieme dal leitmotiv centrale. Senza dubbio, l'idea portante, con un po' meno di fantasia e un po' più di "storicità", avrebbe potuto rendere il libro assai più appassionante.

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