L' isola di Sachalin - Anton Cechov - copertina

L' isola di Sachalin

Anton Cechov

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Curatore: Valentina Parisi
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 15 giugno 2017
Pagine: 464 p., Brossura
  • EAN: 9788845931680
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L' isola di Sachalin

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«Per quanto si riferisce a me, non provo appagamento alcuno per il mio lavoro, perché lo trovo meschino» scriveva Cechov all'amico Suvorin nel 1888. «Se è ancor troppo presto per lamentarmi, non lo è mai abbastanza per domandarmi: mi occupo di una cosa seria o di sciocchezze?». Il viaggio che, armato solo del passaporto e di una tessera di corrispondente di «Novoe vremja», intraprenderà due anni più tardi per studiare la vita dei deportati nella colonia penale di Sachalin è la drastica risposta a questo interrogativo. Sbarcato ai confini del mondo, in un luogo dove Puskin e Gogol' sono incomprensibili e inutili e «l'anima è invasa da quel sentimento che, forse, ha già provato Odisseo mentre navigava per mari sconosciuti», Cechov riuscirà-malgrado il boicottaggio delle autorità e un clima che «predispone ai pensieri più foschi» - a penetrare nell'inferno della katorga e a denunciare, con una precisione e un'obiettività dietro le quali fremono pietà e indignazione, il fallimento di un sistema dominato da ingiustizia e corruzione, e colpevole di infliggere «il grado infimo di umiliazione sotto il quale un uomo non può scendere». Ma riuscirà anche a fissare nitidissime visioni di sconvolgente bellezza: le contadine che nella valle dell'Arkaj, per ripararsi dalla pioggia, si legano intorno al capo gigantesche foglie di bardana e «sembrano scarabei verdi»; le lunghe strisce di sabbia che separano il Golfo di Nyj dal mare tetro e malvagio; i giljaki, dai larghi sorrisi beati che possono lasciare posto a un'aria «dolorosamente pensierosa, un po' come le vedove»; le donne ainu dalle labbra tinte di blu, chine sui pentoloni come streghe a rimestare la zuppa di pesce.
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    mariu95

    12/05/2020 16:38:32

    Forse si potrebbe dire che non erano in tanti in grado di fare giornalismo di reportage alla fine dell'800, raccontando della vita nella katorga in quel "finis terrae" russo che sarebbe poi - a est - l'isola di Sachalin. Ma non basterebbe questo a spiegare un libro arido per scelta, asettico per impegno preciso di un autore che, quando dimentica di trattenersi, lascia intuire ben altre capacità evocative e di racconto. Il libro invece è proprio tutto così: interessante ma noioso (soprattutto nella seconda parte) come solo una tesi di laurea sa essere e appassionante come un trattato di sociologia, cioè praticamente zero. Da leggere per ben motivati e filologi appassionati.

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    AdrianaT.

    16/11/2019 11:39:12

    Cent'anni prima di Terzani, ripercorrere le spirali del fiume Amur - che nonostante il nome evocativo ha ben poco di romantico -, e tornare a quelle latitudini rese ancora più estreme dalla ovvia arretratezza ottocentesca, è stato un viaggio piuttosto estenuante. Attraverso questo che si rivela essere, a tutti gli effetti, un vero e proprio saggio etnografico, geografico, medico/sanitario e sociologico dalle dissertazioni fin troppo scientifiche complete di cifre, statistiche, tabelle e sovrabbondanza di note stilate 'con uno zelo degno di un dottorando', sull'omonimo bagno penale, la 'katorga' - pensato sembra anche con lo scopo di una flebile funzione correzionale/riabilitativa ('promozione' da deportato a colono) -, si scopre un mondo altrimenti irraggiungibile; un'alterità a metà fra immagini da Terra Promessa e da girone infernale popolato da una martoriata umanità. Quest'isolona lunga quasi come l'Italia a novemila chilometri da Mosca ma ancora Russia, è un'isola di indigeni radicati dagli albori del tempo e di sradicati reietti dal sistema che si mischiano e si cannibalizzano ai confini del mondo; una terra a forma di pesce decapitato, tormentata dal gelo e dagli uomini, che offre però dimostrazioni di umano ingegno, istinto di sopravvivenza e capacità d'adattamento. La narrazione di Čechov sull'avvio zarista di una tradizione di tormenti - che proseguirà con l'orroroso dilagare dei gulag staliniani per culminare nei lager nazisti - è asciutta, lucida, quasi impersonale. È un osservatore così distaccato da sembrare un rigoroso funzionario incaricato a rendicontare, anche se non risparmia aspre critiche al sistema e alle condizioni che testimonia.È un grandissimo lavoro di ricerca e informazione, ma l'assenza di empatia, pathos e commozione si avverte troppo, e può lasciare perplessi e annoiati; davvero un'opera troppo poco letteraria, lunga, fredda e asettica.

Nel 1895 Cechov pubblica il diario del suo viaggio, dall’aprile al dicembre del 1890, a Sachalin: Dalla Siberia all’isola Sachalin, questo il titolo. La grande isola artica, a Nord del Giappone, poco distante dal continente, controverso territorio assegnato alla Russia con i trattati del 1875, diventa una colonia penale nel 1869. Le pubbliche narrazioni di finalità – farne una colonia “agricola di correzione” – subito confliggono con la morfologia del luogo, la sua impraticabilità, il clima – “il luogo più piovoso di tutta la Russia”, “per 181 giorni l’anno è sottozero” – la sua improduttività e la banale quotidiana violenza. Il trentenne Cechov – nel suo bagaglio pistola e macchina fotografica – inizia a scrivere nel pieno della traversata siberiana. [...] La scrittura è brillante, la narrazione fitta di occasioni, di avvenimenti. Minimalista, certo, la pagina, ma nel freddo e nella neve sono vividi e quotidiani oggetti, animali, fisionomie, il suono delle catene della colonna di detenuti in movimento, animosi e avventurosi gli incontri lungo la trafficata pista transiberiana [...]. Cechov riesce, una volta a Sachalin a visitare izbe e nuclei urbani, flora e fauna, consistenti rappresentanze della popolazione autoctona e sottoposti alla pena nei vari stadi: detenuti – in catene e senza catene –, coloni, proprietari di terre assegnate, contadini e in né uomini liberi. Rari i percorsi a esito felice: su cinque detenuti tre hanno tentato di evadere, due direttori, Selivanov e Derbin, particolarmente crudeli, sono stati uccisi dai detenuti. Impiccagioni, frusta e bastone dominano la scena. Omicidi continui – di detenuti, guardie, di giljaki e ainu i miti nativi – sconvolgenti per “insensatezza e crudeltà”, cimici e parassiti ovunque, gioco d’azzardo del faraone che segna e cancella il tempo dell’inedia e della nostalgia, corruzione e prostituzione delle donne libere e detenute, di mogli e glie, la sifilide o “mal giapponese”. Tuttavia non è questo un libro sulla katorga, un capitolo di letteratura carceraria comparabile – come si è fatto – alle Memorie del sottosuolo o ai Racconti di Kolyma o a Una voce dal coro. Sono piuttosto le pagine di una corposa inchiesta sociosanitaria – medico Cechov lo è –, capitoli di un antropologo, di un appassionato di ora e fauna ed esperto di pesca. Una distanza c’è sempre, anche dove, come negli ultimi capitoli, si libera la narrazione più pertinente al concentrazionario.

Recensione di Piero Del Giudice.

  • Anton Cechov Cover

    Scrittore e drammaturgo russo. Cresciuto in una famiglia economicamente disagiata, si trasferì nel 1879 a Mosca dove si iscrisse alla facoltà di Medicina. Laureatosi nel 1884, esercitò solo saltuariamente, dedicandosi esclusivamente all'attività letteraria. Nel 1890 raggiunse attraverso la Siberia l'isola di Sachalin, sede di una colonia penale, e sulle condizioni disumane in cui vivevano i forzati scrisse L'isola di Sachalin. Minato dalla tubercolosi, passò vari anni nella piccola tenuta di Melichovo, nei pressi di Mosca. Nel 1895 conobbe Tolstoj, cui rimase legato da amicizia per tutta la vita. Nel 1900 venne eletto membro onorario dell'Accademia russa delle scienze, ma si dimise due anni dopo per protesta contro l'espulsione di Gor'kij. Nel 1901 si sposò.... Approfondisci
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