L' istinto di narrare. Come le storie ci hanno reso umani

Jonathan Gottschall

Traduttore: G. Olivero
Anno edizione: 2014
In commercio dal: 3 aprile 2014
Pagine: 249 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788833924670

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Descrizione
Passiamo più tempo immersi in un universo di finzione che nel mondo reale. "L'isola che non c'è" è la nostra vera nicchia ecologica, il nostro habitat. Nessun altro animale dipende dalla narrazione quanto l'essere umano, lo "storytelling animal". Questo strano comportamento, che ci porta a mettere al centro della nostra esistenza cose che non esistono, è innato e antichissimo; ci sono segni di finzione fin dai primordi dell'umanità e basta osservare un bambino nel suo quotidiano gioco del "facciamo finta che" per capire che si tratta di un istinto primordiale, che ha già dentro di sé quando viene al mondo. Ma a che scopo? Jonathan Gottschall studia la narrazione da molti punti di vista e ha un'idea originale e affascinante per spiegare come si sia sviluppata questa strana abilità. Appoggiandosi, da letterato, alle ricerche più avanzate della biologia e delle neuroscienze, Gottschall evoca i ben tangibili vantaggi del mondo fantastico, e lo fa con il piglio del grande narratore. Raccontando storie, ad esempio, i bambini imparano a gestire i rapporti sociali; con le fantasie a occhi aperti esploriamo mondi alternativi che sarebbe troppo rischioso vivere in prima persona, ma che risulteranno utilissimi nella vita reale; nei romanzi e nei film cementiamo una morale comune che permette alla società di funzionare col minimo possibile di contrasti; e poi è provato che la letteratura ci cambia, fisicamente e in meglio.

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  Che cosa accomuna un bambino che gioca a fare il pirata, suo fratello che, dormendo, sogna di sorvolare una splendida isola, un lettore di Guerra e pace, Tolstoj che scrive Guerra e pace, un'adolescente che sta partecipando a un gioco di ruolo planetario su Internet, Norman Bates (il giovane psicotico interpretato da Anthony Perkins in Psycho) e tanti altri ancora? Sono tutti esempi di storie, afferma Jonathan Gottschall nel suo primo libro in traduzione italiana. Gottschall insegna letteratura inglese, ma ha letto molto di scienze cognitive, sviluppando un particolare interesse per quella psicologia evoluzionistica che invocherà proprio come chiave unificante. Espressioni di un'ossessione prettamente umana che si è concretizzata nelle più svariate forme, le narrazioni (tutte le narrazioni) ci liberano dai vincoli dello spazio e del tempo. Pronti a sospendere volontariamente l'incredulità durante la fruizione di storie (secondo quanto sosteneva Coleridge) veniamo accompagnati in mondi immaginari, o ci andiamo con le nostre stesse gambe. Leggiamo e ascoltiamo, oppure scriviamo, raccontiamo, sogniamo, deliriamo, ma in ogni caso facciamo esperienza di mondi nuovi. Per il cervello non è cosa da poco. Ascoltare una storia impone di ricostruire dettagli che non vengono esplicitamente narrati, e, parallelamente, raccontare una storia richiede di considerare come l'ascoltatore potrà cogliere quanto scritto o narrato, anche se poi, naturalmente, l'autore potrà decidere di giocare proprio su queste attese. Perché un processo psicologicamente così costoso non è stato eliminato dalla selezione naturale? Quale che sia la sua origine, eventualmente anche casuale, l'istinto alla narrazione ci obbliga a uno sforzo cognitivo imponente, che deve avere un senso se è rimasto come tratto distintivo umano, potenziato anzi dalle nuove narrazioni rese possibili dal mondo contemporaneo: role games, cinema, reality show. Non solo, ma in special modo osservando le narrazioni infantili per eccellenza, i giochi di finzione, emerge con evidenza il forte investimento emotivo che spontaneamente viene messo in atto. I mondi e le situazioni fittizie sono pieni di problemi, nemici e pericoli, e un veloce sguardo alle narrazioni adulte suggerisce che le cose non cambino affatto col passare del tempo. Certo, in parte la natura tormentata delle narrazioni infantili consegue verosimilmente proprio dalla struttura delle storie che vengono narrate loro dagli adulti (se solo pensiamo ad alcune fiabe e ninnananne per bambini c'è da farsi venire i brividi), ma secondo l'autore si tratta soprattutto dell'espressione genuina di un istinto naturale. Per giunta, sappiamo bene quanto spesso persino i sogni siano irti di ostacoli verosimili o del tutto fantasiosi. Tutto fa pensare, insomma, che gli sforzi cognitivi ed emotivi siano utili a qualche livello. Secondo l'autore, le narrazioni costituiscono una palestra sicura in cui esperire varie situazioni che si potrebbero presentare nella vita reale, in particolare relativamente alla gestione dei rapporti interpersonali. Ispirandosi alla posizione di molta letteratura evoluzionistica, Gottschall vi vede in particolare la promozione di uno spirito cooperativo all'interno del gruppo. Condividendo narrazioni (religioni, miti, saghe, trame di soap opera) ci ritroviamo più uniti, nonché inesorabilmente più separati da chi condivide altre trame. Pur non prendendo una posizione netta rispetto alla possibilità che si tratti di una selezione diretta piuttosto che dell'effetto secondario di altri processi selettivi, l'autore illustra vari indizi dell'origine naturale dell'attaccamento umano alle storie, in particolare l'esistenza di caratteristiche ricorrenti. Per esempio, il gioco infantile del bambino, che per ragioni anagrafiche esprime una competenza prevalentemente naturale piuttosto che culturalmente indotta, ha caratteristiche tendenzialmente fisse e legate al genere. Anche quando cresciute in famiglie che non impongono modelli di comportamento tradizionali, secondo cui le bambine devono giocare con le bambole e i maschi fare la lotta, le femmine tendono a costruire situazioni fittizie più legate ai ruoli tradizionali del proprio genere, come se la natura preparasse a ruoli biologicamente determinati. Altrettanto interessanti sono i dati sperimentali recentemente emersi nell'ambito della psicologia delle emozioni, che mostrano come intuitivamente ci rifiutiamo di accettare situazioni che violano determinati tabù a prescindere dal fatto che non ne consegua alcun danno per nessuno. In queste e tante altre affascinanti considerazioni l'autore ci accompagna con una notevole efficacia retorica che senza dubbio ne giustifica la lettura, e assicura il godimento, a chi abbia un interesse a questo livello. Nondimeno, se da un punto di vista "narrativo" (è proprio il caso di dirlo) Gottschall è appassionante e coinvolgente, dal punto di vista scientifico, che pur viene continuamente invocato attraverso dati e considerazioni, il suo lavoro è molto approssimativo. La stessa ricerca della funzione naturale della propensione a raccontare storie si svuota di senso quando ci si accorge di quanto eterogenei e, credo, incommensurabili, siano i casi da lui trattati. Dal punto di vista cognitivo non si possono mettere realmente insieme tutte le narrazioni che l'autore invece affianca. Quando un bambino di due anni gioca a fare finta, la sua mente compie un lavoro cognitivamente assai complesso che, permettendogli di non confondere realtà e finzione, lo mette al riparo da comportamenti pericolosi. Quando però va a dormire, i suoi sogni non distinguono più i due livelli, e la mente del bambino è temporaneamente in preda a processi che hanno piuttosto una natura allucinatoria. La psicologia evoluzionistica, disciplina tanto affascinante quanto epistemologicamente controversa, ha acquisito un certo (ritengo, meritato) credito nella comunità scientifica quando ha saputo affrancarsi dalla sociobiologia, ovvero quando ha compreso quanto sia fuorviante andare alla ricerca della funzione evoluzionistica di un comportamento. Ciò che viene selezionato non sono propensioni a schemi d'azione, attitudini comportamentali, ma i meccanismi cognitivi che vi soggiacciono. E tutto fa pensare che i meccanismi cognitivi soggiacenti a sogni, allucinazioni, giochi di finzione e costruzione di complessi romanzi non siano gli stessi, anche se vi sono parentele, persino continuità nei percorsi di sviluppo, alcuni elementi comuni. Certo, è retoricamente molto efficace sostenere che tutto è narrazione, ma la scienza cognitiva attuale ha mostrato piuttosto chiaramente che la narrazione non è tutta uguale.   Cristina Meini