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Istruire nelle verità repubblicane. La letteratura politica per il popolo nell'Italia in rivoluzione (1796-1799)

Luciano Guerci

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Editore: Il Mulino
Collana: Saggi
Anno edizione: 1999
In commercio dal: 19 marzo 1999
Pagine: 380 p.
  • EAN: 9788815070838

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Lo studio si occupa della letteratura politica per il popolo chiarendone innanzitutto il profilo dal punto di vista della comunicazione sociale; poi ne descrive la tipologia, dagli avvisi alle lezioni alle massime, soffermandosi sui catechismi. Infine analizza i temi fondamentali presenti in questa letteratura.
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recensioni di Galasso, G. L'Indice del 1999, n. 11

L'ampia e scrupolosa ricerca sulla "letteratura politica per il popolo nell'Italia in rivoluzione" fra il 1796 e il 1799, di Luciano Guerci, ha un primo, fondamentale merito nella conferma che apporta su due punti di primaria importanza per la storia del cosiddetto "triennio giacobino" in Italia: di primaria importanza, ma ancora non del tutto e non bene penetrati nella cultura storiografica relativa a quel periodo.

Prima di parlarne, vorrei attirare l'attenzione su un'altra dimensione non meno interessante del libro di Guerci e cioè, per dirla con le sue stesse parole, il proposito di "rompere con la prospettiva locale che ha per lo più caratterizzato gli studi sull'Italia del 1796-1799" e di "disegnare una mappa - pur provvisoria - al fine di cogliere nella sua globalità un progetto politico-pedagogico che accomunò i repubblicani di tutta Italia".A dire il vero, questa non è una novità assoluta: in primo luogo, perché in almeno alcune delle sintesi della storia italiana di quel periodo la considerazione globale della penisola ("l'Italia considerata come un solo paese", secondo la bella frase di Cavour) è presente, e talora in maniera e misura più che soddisfacenti, proprio e specialmente per quanto riguarda la storia della cultura e del pensiero politico; e in secondo luogo perché la "prospettiva locale" della migliore storiografia relativa ad alcuni centri e realtà di quella Italia giacobina (per Milano e per Napoli, innanzitutto, ma non solo per esse) è tutt'altro che ristretta in un'ottica localistica e presenta un'ampiezza e varietà di piani critici e interpretativi che si estendono a ben altri orizzonti italiani ed europei.A Guerci bisogna, tuttavia, dare atto non solo di aver in tal modo portato alla maggiore esplicitazione possibile, allo stato attuale degli studi, un criterio fecondo e anch'esso meritevole di penetrare nella prassi ricostruttiva ed ermeneutica degli studi storici su quel periodo in modo più generale, consapevole e programmatico, ma anche di aver fatto ciò con una capacità di indagine e di coordinazione non comuni, che si è tradotta nell'effettivo e nuovo profilo di un'Italia repubblicana e giacobina su un tema basilare qual è quello dell'istruzione popolare.

Torniamo, però, ai due punti ai quali accennavo all'inizio.

Si tratta, in primo luogo, dell'articolazione ideologica e politica del mondo repubblicano italiano del triennio. A parere della regina Maria Carolina i suoi nemici della Repubblica napoletana erano tutti "infami ribelli giacobini".Non era vero affatto. A Napoli, come ovunque allora, si trattava certamente di ribelli, che, però, non solo non erano "infami" (!), ma non la pensavano neppure tutti allo stesso modo - né in fatto di idee e di programmi politici e sociali, né in fatto di strategia e prassi dell'azione rivoluzionaria.Guerci lo dimostra attraverso l'esame di una letteratura assai vasta, "finora - come egli giustamente nota - poco frequentata".Questo anche perché - è ancora una notazione sua - si è assunto un corpus limitato di scritti del triennio come punto di riferimento dominante. Per l'argomento da lui scelto, tali scritti erano, inoltre, poco idonei a sostenere la sua ricerca, sia perché "non rientrano nella letteratura divulgativa dedicata al popolo", sia perché - notazione ancora una volta esatta, oltre che ineludibile anche per lo studio di altri aspetti del triennio - essi "per lo più rispecchiano le idee dell'ala sinistra dello schieramento repubblicano, i giacobini, escludendo o relegando a margine il magma di posizioni non identificabili con il giacobinismo, i cui confini, peraltro, non è sempre agevole tracciare con nettezza".

Lo rilevo con particolare interesse sia perché risponde in pieno al punto qui illustrato, sia perché eravamo fino a non molto tempo fa in pochissimi (ma veramente in pochissimi) a esigere e ricercare una scomposizione assai più differenziata, articolata, dialettica della mal presunta unitarietà del mondo giacobino.Questa inoltre è anche la ragione per cui - in un libro che mi è piaciuto tutto - manifesto una certa preferenza per il capitolo su Le due democrazie.Mi sembra, infatti, che in esso sia puntualizzato con mano particolarmente felice il nodo dell'articolazione fondamentale di quel mondo: quella non solo fra radicali ed estremisti (qui sul modo di intendere la democrazia rappresentativa e, quindi, l'esercizio della sovranità popolare), ma anche fra essi e una destra, sostenitrice di "un regime rappresentativo in cui di democratico vi era assai poco" e sulla quale Guerci ha scelto di non soffermarsi, ma che - nota - c'era, e si fece valere anche in vicende importanti.C'erano, insomma, più modelli costituzionali e rappresentativi (un ordinamento liberale e censitario, uno democratico alquanto prudente e contenuto, un terzo decisamente volto al massimo allargamento del principio democratico)."C'erano stati Termidoro e il 1795, ma lo spettro del '93 - ne conclude Guerci - continuava ad aggirarsi minaccioso.Ad essere sconfitti furono coloro che tentarono di rimetterlo in circolazione". Sconfitti - vogliamo aggiungere - non solo per allora, bensì anche per il domani: la partita rivoluzionaria del regime di libertà nel successivo secolo XIX si sarebbe giocata tutta fra i fautori di un liberalismo intransigente nei suoi principi elitari e quelli di una democrazia del suffragio universale, ma del tutto aliena da integralismi giacobini e radicali.

Il secondo punto che mi pare, come ho detto, da sottolineare, riguarda la qualità delle idee e dei programmi che emergono nella "letteratura politica per il popolo" studiata da Guerci.Non si è ancora sufficientemente dissolto il pregiudizio sull'illuminismo dei giacobini."Illuminismo" vuol dire qui astratto dottrinarismo, vuoto di concretezza operativa, lontananza ideologica dalla realtà delle cose, programmi inadeguati a questa realtà e dedotti da altri ambienti e altre esperienze (la Francia, naturalmente).Questo pregiudizio, in forme talora anche assai forti, resiste ancora molto negli studi. Resiste ancora di più in quella che si può definire la cultura storica corrente, come si è avuta possibilità di vedere nei molti discorsi coi quali, anche di recente, gli autori di libri pubblicistici e di varie polemiche (non molto imparentate con la storia) si sono sciacquati la bocca (mi si perdoni l'espressione napoletana) con la definizione di "rivoluzione passiva".Il libro di Guerci è una dimostrazione evidente e opportuna che - ovviamente nei limiti loro e della situazione - i rivoluzionari furono ricchi di idee e di conoscenze, a volte anche ingenuamente concrete.La stessa idea di "scrivere per il popolo" e di "parlare al popolo", di redigere per esso "dialoghi" e "catechismi", era concreta in sé.Lo era ancor più, perché - come Guerci abbondantemente dimostra nei primi due, ariosi capitoli del suo libro - di quel popolo, delle sue condizioni sociali, delle influenze e tradizioni a cui esso soggiaceva, della sua radicata ignoranza illetterata e della sua angusta povertà lessicale i giacobini avevano bene contezza.Degli "abbronziti abitatori" delle campagne, per i quali "barbari nomi sono aristocrazia, democrazia, libertà, eguaglianza"; dell'"indole della gente idiota e materiale"; della possibilità che essa andasse "volgendo a ridicolo, e fors'anche disapprovando nel fondo del cuore, deluso dall'aspettato sollevamento di sua niente alleggerita oppressione", le idee praticate dai rivoluzionari, si era consapevoli.

Se non guardiamo a certe proclamazioni generali ed eccessi idealizzanti praticamente inevitabili in quella congiuntura storica, lo si vedrà ancora meglio, con la guida di Guerci, nel rilevante settore dell'"istruire nelle verità repubblicane" da lui studiato: un settore in cui l'impatto con la realtà popolare era ancora più forte e immediato che in altri.Ma lo si vedrà bene anche nel quinto e ultimo capitolo del libro, dedicato a Religione e democrazia, ossia al punto più scottante di quell'impatto (e in esso è uno dei tanti dati nuovi derivanti da queste pagine; il rilievo e la diffusione, qui notati a Milano, ma largamente presumibili altrove, di idee materialistiche e ateistiche negli ambienti rivoluzionari e in certe loro proiezioni esterne). E Guerci ha ragione: "la letteratura politico-pedagogica" ha "un inestimabile valore documentario circa il grandioso sforzo compiuto dai repubblicani per consolidare il nuovo regime", con una sostanza politica "meno ripetitiva, schematica ed enfatica di quanto appaia a prima vista" e con un "intreccio tra oralità e scrittura" che è pure prova di quanto si fosse coscienti che "esiguo era il numero di coloro che erano in grado di leggere gli opuscoli istruttivi" scritti per il popolo e di come fosse necessario seguire "canali diversi da quelli della lettura diretta" per "penetrare nella mente del popolo".La lettura di Guerci mi porta anzi a confermarmi nella mia vecchia convinzione che la taccia di astrattezza mossa ai rivoluzionari, oltre a precludersi la comprensione delle dimensioni effettive della loro azione, porta a qualificare tale azione come utopistica e idealizzante, senza rendersi minimamente conto della grande forza, precisamente politica e concreta, che nel loro contesto storico avevano quelle utopie e idealizzazioni.

Ci sarebbero ancora vari spunti da cogliere in un libro di fitta trama come questo.Mi pare, tuttavia, che quanto si è detto basti a dare l'idea non tanto dei suoi minuti e specifici contributi alla conoscenza del tema studiato, quanto delle idee che l'autore ha sostenuto e del loro rapporto con la tradizione degli studi in materia.Con il suo noto scrupolo di sagace studioso, Guerci avverte che il materiale da lui raccolto e analizzato non è tutto quello che si potrebbe raccogliere con ulteriori ricerche sul tema.Non sottolinea, forse, abbastanza, con questa dimostrazione di modestia, quanto sia stato ampio il suo scavo in tutta Italia. Gli "ampi sondaggi" a cui dichiara di essersi limitato, sono, in realtà, un tessuto organico di testi di vario genere, che, è vero, si può anche ampliare, ma non poi tantissimo, se non m'inganno, e che, comunque, pur ampliato quanto si voglia, potrà contestualizzare la materia in modo ancora più ricco, ma è difficile (e non voglio dire impossibile) che porti a disegnare linee di fondo sostanzialmente diverse da quelle offerte nel libro di Guerci.

Piuttosto, si può ritenere (io almeno lo ritengo) che dei due temi consapevolmente lasciati fuori dal libro, l'uno - quello della libertà - non fa sentire troppo la sua assenza (ma è proprio vero che "non diede luogo a prese di posizione particolarmente significative" e che il suo svolgimento principale fu "di esortare a non confondere la libertà con la licenza"?), anche perché ne trapela molto nel tema della democrazia. L'altro, invece, ci sembra rilevante. È "il settore propriamente scolastico", che, dice Guerci, lo "avrebbe portato su un terreno diverso" da quello da lui scelto. Sarà pure così, ma il concetto di "istruire" (mi scuso per la banalità dell'osservazione) implica troppo quello di scuola per accontentarsi della sua dichiarazione di intenti.A essere proprio maliziosi, non sarà che "l'istruire nelle verità repubblicane" faccia qui troppo più conto delle "verità" che dell'"istruire" e si abbia più una storia delle idee dei "patrioti" che della loro proiezione politico-pedagogica, sulla quale si è qui tanto meritoriamente appuntata l'attenzione dell'autore? In ogni caso, è saggio e doveroso ribadire che il libro di Guerci è esso stesso tutto un capitolo degli studi sul triennio, scritto da uno studioso bene esperto della tematica europea degli anni rivoluzionari (lo si vede anche qui, a partire dalla precisione, opportuna, sul giusto modo di intendere il termine "giacobino" per l'Italia di allora); e che, sul piano dell'"istruire nelle verità repubblicane" sistema in maniera soddisfacente e ricca di novità un tema, come quello del rapporto fra rivoluzione e "popolo", fondamentale anche per l'Italia giacobina.La quale - è bene sempre ricordarlo - fu uno snodo decisivo nella storia dell'Italia contemporanea.

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