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Kallokaina

Karin Boye

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Traduttore: B. Alinei
Editore: Iperborea
Anno edizione: 1993
In commercio dal: 29 gennaio 1993
Pagine: 228 p., Brossura
  • EAN: 9788870910346
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    Bibliofila

    31/03/2020 20:25:30

    Quando si parla di romanzi distopici viene sempre in mente 1984, ma Kallocaina non ha davvero nulla da invidiargli, anzi. Da leggere.


recensione di Fambrini, A., L'Indice 1993, n. 9

"Kallocaina" fu scritto nel 1940, quando la guerra imperversava sull'Europa, anche se non investiva direttamente la Svezia dell'autrice Karin Boye (1900-41), poetessa e narratrice già nota in Italia per alcune liriche tradotte da Daniela Marcheschi sull'"Almanacco dello Specchio" e su "Poesia", tra le personalità più sensibili e vive della letteratura scandinava nella prima metà del Novecento. Il presente, in apparenza così lontano dagli eventi narrati in questo romanzo, riverbera proprio nella sua stessa distanza: nell'atmosfera di oppressione cupa in cui si consuma la vicenda dello scienziato Kall, nel futuro apocalittico, ma di un'apocalissi grigia e priva di bagliori, si legge la disperazione della storia e il suo incrociarsi con un'altra disperazione, quella personale dell'autrice che di lì a poco, nel 1941, si sarebbe tolta la vita.
Il fascino splendido di "Kallocaina" è la sua ambiguità, la sua miscela di attualità e di inattualità: tra le sue pagine affiora un modello sociale impossibile, lontano dall'oggi quanto il Regno del Sole di Campanella o le utopie vittoriane, e che tuttavia sfiora nervi ancora sensibili della nostra coscienza di moderni, provoca un disagio che lo situa senza ombra di dubbio vicino a noi. Lo scenario in questo romanzo costituisce tutt'uno con la storia narrata, la descrizione del mondo ipotetico in cui essa si svolge è quella storia, ben oltre il debole filo fornito dal protagonista e dalla sua scoperta di una droga che rende impossibile la menzogna, aprendo alle forze inquisitorie del potere anche gli ultimi baluardi di resistenza, quelli che si annidano nella coscienza al ciascun individuo.
La visione di Karin Boye è diversa, più radicale di quella di altre celebri antiutopie di quegli anni, di "Brave New World" di Huxley o di "1984" di Orwell, nel cui filone il suo romanzo s'inserisce, perché è più empatica, meno analitica, pure nella lucidità di una rappresentazione rigorosa; il mondo raffigurato e opaco, informe, privo di contorni, ma proprio per questo i fantasmi che in esso si agitano sono tanto più spaventosi. Mostri simbolici, non ancora sbozzati dal loro stampo, eppure il loro stampo si rivela e denuncia la sua epoca. Distorti e tuttavia riconoscibili i tratti del romanzo appaiono come un prolungamento nell'immaginario dei sogni millenaristici del nazifascismo (in questo senso sembrano da decifrare i rigidi ritratti delle città corporative, lo stato permanente di allarme per una guerra da combattere per conquistare inutili territori, gli agghiaccianti esperimenti con cavie umane, la paranoia diffusa che fa sospettare di tutto e di tutti, la propaganda che si fonda sulla mistificazione sistematica attraverso la tecnica, il cinema, la stampa), del terrore staliniano (i fondamenti sui quali si regge lo Stato Mondiale, che "ogni camerata" impara sin da bambino, che cioè "da un'orda informe il corpo sociale si era sviluppato nella più altamente organizzata e differenziata di tutte le forme: il nostro moderno Stato Mondiale. Dall'individualismo al collettivismo, dalla solitudine allo spirito comunitario, questo era stato il cammino di quel gigantesco e sacro organismo, in cui il singolo non era altro che una cellula senza altro scopo che servire la totalità dell'insieme", rappresentano un'evidente degenerazione della società socialista, i cui principi sono portati al paradosso e alla dissoluzione): le ideologie sono confuse e coniugate nel segno del totalitarismo, dell'appiattimento c della distruzione dell'individuo in nome di un'onnipotente società-stato simile a un mostruoso organismo vivente cui è dovuta ogni lealtà, sacrificata ogni aspirazione, mentre il decadimento delle condizioni materiali rende paradossali le affermazioni di principio che pretendono di giustificare quelle condizioni, la distanza tra i principi, tra le parole e la realtà diviene talmente grande che quelle parole crollano e la realtà le travolge. Non c'è modo di uscirne nel romanzo di Karin Boye, non ci sono alternative: il mondo è diviso in due blocchi che si distinguono solo per la suddivisione del potere e che per il potere, come organismi ciechi, si fronteggiano in permanente stato di guerra. L'unica resistenza possibile è quella interiore: ma anch'essa è blanda, tormentosa, cieca. Il protagonista, narratore in prima persona, reca in sé lo stampo del mondo di cui fa parte, la sua scrittura - in quello che è un prodigio virtuosistico da parte dell'autrice - è spenta, opaca, il dipanarsi dei suoi ragionamenti contorto e malato, irrimediabilmente viziato dall'ambiente in cui vive. La sua scoperta, tuttavia, che mette a nudo i segreti dell'animo umano rivelandone l'irriducibile matrice individuale che nessuna forza o barbarie può estirpare, gli dischiude nuovi orizzonti, segnandone al tempo stesso la condanna: la sua denuncia disperata di un collega che coltiva pericolosi sogni trasgressivi è in realtà la spia del riconoscimento, se non della condivisione di quegli stessi sogni. Ma il processo di affrancamento di Kall finisce in un vicolo cieco, il vicolo cieco di una realtà che non dà scampo: all'embrione di libertà che si afferma nella sua coscienza non corrisponde alcuna libertà di fatto, anzi la sua parabola si conclude nella prigionia presso il nemico. Il percorso narrativo, che si era aperto su quella prigionia con il protagonista che si dedicava alla compilazione delle proprie memorie, si conclude con un ultimo, definitivo colpo di spugna, con un "Poscritto del censore" che brevemente, burocraticamente, annuncia la distruzione del manoscritto per il suo "contenuto in molti sensi immorale". È questa anche la sconfitta, la fine della scrittura. Ma la scrittura resta.
  • Karin Boye Cover

    (Göteborg 1900 - Alingsås 1941) scrittrice svedese. La sua produzione poetica - Nuvole (1922), Terra nascosta (1924), I focolari (1927) - rispecchia il contrasto fra il retaggio di un’educazione religiosa e il desiderio di abbandonarsi ai sensi e alle passioni. Parte della sua opera è tradotta nella raccolta Poesie (1994). Alla vigilia della seconda guerra mondiale un viaggio nella Russia stalinista le tolse ogni speranza di palingenesi (come testimonia il romanzo Kallocaina, 1940). Morí suicida. La raccolta postuma I sette peccati mortali (1941) rappresenta una sorta di meditazione sul contrasto tra bene e male. Approfondisci
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