Leader, giullari e impostori. Sulla psicologia della leadership

Manfred Kets de Vries

Traduttore: M. Colombo
Curatore: G. P. Quaglino
Collana: Conchiglie
Anno edizione: 1994
Pagine: XV-166 p.
  • EAN: 9788870783100
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scheda di Di Carlo, A., L'Indice 1995, n. 6

La ricerca tenace e angosciosa del potere nasce dal bisogno inconscio di essere amati, dalla paura segreta di non esistere, di non essere apprezzati per ciò che si è, ma per ciò che si ha. Da questa fantasia profonda nasce l'avidità incontenibile di prestigio e di dominio, di questa fantasia si alimenta il leader narcisista che si specchia nei desideri dei subordinati con un bisogno tenace di riconoscersi nelle qualità immaginarie che essi proiettano in lui. Il leader narcisista vive dunque di immagini illusorie e le insegue per sostenere un io inconsapevolmente fragile, mentre il gruppo finisce per vedere in lui ciò di cui ha bisogno: un capo forte e sicuro in cui prendono corpo le fantasie di forza e di sicurezza di ogni singolo membro.
Questo complesso, illusorio gioco di rispecchiamento narcisistico non è la sola forma alienata di potere. Una forma estrema di esso è la tirannide la cui forza è certamente nel terrore ma non solo. Più sottilmente la tirannide trae forza dal bisogno, latente in ogni soggetto umano, di essere dalla parte del potere, di trovare in questo sicurezza e protezione (ancora una volta illusorie) rifiutando i rischi della libertà e disponendosi ad accettare una vita falsa, inautentica. Il potere tirannico conosce questo diffuso bisogno di "identificarsi con l'aggressore" e moltiplica i legami di dipendenza costruendo nemici immaginari e capri espiatori. Ma il potere non ha solo questo volto estremo e perverso. La ricerca alienata del potere è anche quella dell'uomo dell'organizzazione che cerca il successo e scala una piramide sociale, arrivando in cima grazie a un'incredibile capacità di adattamento conformistico, di appiattimento sui ruoli sociali.
Sono questi alcuni dei volti del potere, di questo oggetto di desiderio attraversato, come poche altre cose umane, dall'angoscia e dal male di vivere. Il libro di De Vries è l'analisi di questo male, ed è di utile lettura soprattutto se lo si usa come introduzione ad altro, a una meditazione sul potere di spessore ben maggiore di quanto il libro non riesca a fare. Al libro di De Vries nuoce probabilmente l'essere maturato troppo dentro una cultura del management, l'autore ha forse l'occhio un po' troppo rivolto alla formazione "del buon leader d'azienda" e tuttavia, a parte qualche superficialità, la cultura psicoanalitica di fondo finisce per suggerire a Kets De Vries un modello antropologico di tutto rispetto nell'interpretazione dei mali del potere.
Alla fine di questa lettura ci si chiede quale sia un uso equilibrato del potere e l'autore, nel suo linguaggio chiaro, piacevolmente divulgativo, suggerisce alcune idee. L'unico correttivo vero è in una saggezza profonda del vivere che coincide con la salute mentale. Il potere, come ogni altra esperienza umana, ha bisogno della conoscenza di sé, quindi di un rapporto autentico con la propria esistenza, ha bisogno poi dell'empatia e dell'ascolto degli altri; della consapevolezza dei propri limiti, di molto umorismo, della tolleranza delle frustrazioni e del dolore mentale che v'è connesso.
Ma com'e raggiungere questo ideale di vita? L'autore risponde con una citazione di Marco Aurelio, l'Imperatore filosofo, il saggio stoico che invita gli uomini a cercare nel proprio "ordine interiore" la salvezza: un antico invito a rientrare in se stessi, a riconoscere i propri fantasmi interiori per essere più liberi soprattutto dalle seduzioni del potere.