Legami pericolosi. Ebrei e cristiani tra eresia, libri proibiti e stregoneria

Marina Caffiero

Editore: Einaudi
Collana: Einaudi. Storia
Anno edizione: 2012
Pagine: VII-388 p., Rilegato
  • EAN: 9788806196691
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  Il nuovo studio di Marina Caffiero introduce un mutamento radicale di prospettiva nella storia degli ebrei in Italia offrendo un ambizioso programma di revisione culturale. Una storia che "non è separata" e "non è neppure immobile"; di più, gli ebrei "sono sempre stati attori della storia e la loro presenza ha introdotto una variabile capace di provocare forti trasformazioni nella società maggioritaria". Mettere in discussione il vecchio schema che vedrebbe la diaspora ebraica come un mondo a parte, al di fuori del mainstream delle dinamiche storiche, significa voler proporre un radicale cambio di prospettiva culturale. Una corrente storiografica di matrice crociana ha guardato alle vicende storiche italiane come a un percorso culturalmente omogeneo. Il ben noto concetto del "non possiamo non dirci cristiani", se da un lato esprime in modo cristallino il profondo e forse necessario legame fra le dinamiche storico-culturali del nostro paese e la storia della chiesa e della comunità cristiana, d'altra parte denuncia un limite profondo nel conseguente rifiuto di considerare anche altri tipi di esperienze come parte integrante e costitutiva del medesimo processo storico. Nonostante la storia dell'Italia non abbia mai brillato per omogeneità etnica e culturale, il dato oggettivo caratterizzante era sempre stato il ruolo centrale della chiesa. Tuttavia, negli ultimi due decenni la società italiana ha avviato una radicale trasformazione accogliendo consistenti ondate migratorie che hanno definitivamente mutato l'antropologia del nostro territorio. In questo contesto, oltre a una consistente tendenza della società a una secolarizzazione sempre più spinta, si registrano interessanti fenomeni di conversione ad altre religioni non cristiane (il fenomeno più visibile è forse la conversione all'islam). Credo si debba fondamentalmente a queste trasformazioni culturali se oggi è possibile guardare alla storia italiana attraverso una nuova lente che aiuti a riconoscere i gruppi non cristiani (o non cristianizzati) come parte integrante e necessaria di questa storia, e non come intrusione misteriosa e tutto sommato irrilevante. L'idea che gli ebrei in Italia siano vissuti ai margini della storia è figlia di una vecchia prospettiva che i grandi mutamenti della nostra società ci impongono di mettere in discussione; Caffiero raccoglie la sfida (forse per la prima volta in maniera così esplicita), mutando radicalmente la prospettiva storiografica e regalandoci uno studio rigoroso e ricchissimo di spunti. Libri, Persone, e poi Riti, simboli e parole sono le tre grandi aree di indagine storica scelte dall'autrice, che ci conduce attraverso un percorso mai banale suscitando interrogativi e spunti per un dibattito che di certo non mancherà. Innanzitutto per la metodologia dichiaratamente multidisciplinare adottata nella ricerca. Una rigorosa conoscenza delle fonti costituisce la premessa necessaria per articolare l'intero progetto culturale; il materiale è essenzialmente romano, e questo forse falsa in parte la prospettiva che in alcuni momenti sembra un po' tradire lo stesso impianto di riferimento. Ci potremmo cioè chiedere se si sarebbero raggiunti gli stessi risultati se la prospettiva da cui si guardano le medesime esperienze di legami e "contaminazioni" fra ebrei e cristiani fosse stata costruita su documentazione proveniente dagli archivi della repubblica di Venezia o del ducato estense. La prospettiva inquisitoriale, se fornisce allo storico una documentazione straordinaria e una preziosa fonte per abbozzare una sociologia dell'età moderna (segnalando un ampio ventaglio di comportamenti difformi e trasgressivi rispetto al dettato della normativa del ghetto), costituisce anche una trappola concettuale non dissimile da quella che in altro contesto ha suscitato negli anni scorsi una furibonda querelle attorno al discusso libro di Ariel Toaff sulle Pasque di sangue. L'autrice sa bene che il terreno è minato, ma con coraggio vi si addentra utilizzando una mappa che le permette di uscire con stile e argomentazioni assai convincenti. Particolarmente appropriati appaiono i rilievi relativi alla questione della censura dei libri ebraici affidata all'Inquisizione. Se questa magistratura per suo statuto fondativo si occupava di eretici cristiani, che senso assume il fatto che a essa venne affidato il controllo e l'attività di censura sulla ricchissima produzione di testi ebraici? Forse che "gli ebrei erano eretici"? Non lo erano, formalmente, ma da un certo momento in avanti, e sicuramente dopo l'avvento della Riforma luterana, la chiesa romana sempre più spesso manifestò la tendenza a equiparare ebrei ed eretici nel suo tentativo di repressione, iniziando con quella che con espressione apparentemente forte e anacronistica Caffiero chiama la "soluzione finale" del libro ebraico, cioè il rogo del Talmud del 1553. Apparentemente, dico, perché nel leggere le corrispondenze dell'epoca veniamo a scoprire l'uso cupamente premonitore dell'espressione "holocausto del Talmud", che proietta un'ombra terribile sulla sostanza dell'attacco alla fonte stessa del sapere e della tradizione ebraica, in prospettiva dichiaratamente conversionistica. Al bel capitolo sulle vicende legate al libro ebraico e alla censura seguono pagine ricche di umanità dedicate alla nota condivisione di credenze magiche, superstizioni e riti propiziatori nella multiforme umanità che popolava l'Italia in età moderna. Trasgressioni che le magistrature si sforzavano di arginare e che ci vengono presentate da un'accurata documentazione processuale che il libro discute mettendo definitivamente in crisi l'idea che si possa parlare di un'età dei ghetti immaginandola come un lungo periodo di segregazione assoluta, in cui la minoranza ebraica avrebbe vissuto un radicale isolamento senza contatti con la società cristiana. Al contrario, Caffiero non solo ci parla di una sostanziale condivisione e sovrapposizione di credenze e immaginari magici di varia natura, ma afferma con dovizia di documentazione la necessità di restituire alla storia le donne e gli uomini ebrei che hanno praticato quelle "pericolose" discipline stabilendo "legami" con il mondo cristiano. Legami colpiti in via ordinaria dalle magistrature cristiane, ma legami probabilmente guardati con sospetto anche dall'autorità rabbinica, che aveva certo meno facilità a produrre documentazione utile al ricercatore contemporaneo non esistendo se non in rarissimi casi (e non in Italia) tribunali rabbinici ufficialmente riconosciuti che producessero archivi ordinati e consultabili. È questo un aspetto importante su cui la storiografia che si occupa di ebrei in Italia dovrebbe interrogarsi, sforzandosi di recuperare e rendere accessibile al mondo della ricerca che non conosce la lingua ebraica una documentazione che è rara ma non irreperibile. Se è fondata (ed è fondata!) l'ipotesi di Caffiero secondo cui ebrei e cristiani dettero vita a un'esperienza storica condivisa, è necessario che le fonti "in ebraico" vengano considerate parte della medesima esperienza. Non sono sufficienti i pochi testi in italiano a nostra disposizione (i veneziani Leone Modena, Giulio Morosini, Simone Luzzatto). C'è un'importante documentazione fatta di responsa rabbinici, di letteratura giuridica e poetica, di libri di educazione femminile e maschile, di trattati proto-scientifici e tecnici che sono scritti in ebraico ma che sono parte della stessa vicenda. Il che ci riporta alla questione iniziale, e cioè a constatare che la storia del nostro paese ha prodotto anche documentazione che è espressione piena del medesimo paese, ma che è scritta in una lingua differente, che per troppo tempo è stata colpevolmente considerata estranea ed esotica. Gadi Luzzatto Voghera