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Libri di Friedrich Schiller

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Friedrich Schiller

1759, Marbach am Neckar (Stoccarda)

Figlio di un modesto ufficiale, nel 1773 Friedrich fu accolto come cadetto nell’accademia militare del duca Carlo Eugenio del Württemberg, per prepararsi a entrare al servizio del duca. Vi studiò giurisprudenza e poi medicina, dedicando però il suo tempo migliore alla lettura di Klopstock, Bürger e Goethe. Alla fama giunse giovanissimo con I masnadieri (Die Räuber, 1781), la cui prima rappresentazione nel 1782 al teatro nazionale di Mannheim (era stata vietata nel Württemberg) ottenne un successo immediato e grandioso. Questo dramma, che appartiene idealmente allo Sturm und Drang, attaccava le istituzioni politiche e sociali del tempo con violenza; ma Schiller mostrava anche l’aporia della ribellione irrazionale del suo eroe, la cui grandezza consiste nell’aver raggiunto alla fine lucida coscienza della propria colpa. Per assistere alla rappresentazione della sua opera, Shiller si era allontanato dal reggimento senza autorizzazione; sotto tale pretesto, fu fatto arrestare dal duca, che gli impose di non scrivere più, e dovette fuggire a Mannheim. Nel periodo che seguì, caratterizzato da una situazione di rischio personale e di insicurezza economica, Schiller continuò a viaggiare finché, nel 1783, trovò rifugio presso la famiglia Wolzogen a Bauerbach, in Turingia. Quell’anno apparve la tragedia Fiesco (Fiesko), storia drammatizzata della rivolta di Genova. Centro dell’opera è, anche in questo caso, una grande anima in conflitto tra ambizione e virtù; si affaccia il tema (che sarà peculiare dello Schiller maturo) del fascino perverso del potere. Malato, Schiller tornò a Mannheim, dove si impiegò come drammaturgo di corte. Nel 1784 fu rappresentato il dramma borghese Intrigo e amore (Kabale und Liebe), imperniato sul tragico fallimento di un amore puro, condannato dall’ambiente sociale (in cui era facile riconoscere l’assolutistica corte di Stoccarda). In quel periodo, nel discorso tenuto come nuovo membro di una società letteraria, intitolato Il palcoscenico come istituzione morale (Die Schaubühne als moralische Anstalt), Schiller espresse la sua concezione del dramma come tribunale dell’anima e specchio dei tempi. Dopo due soggiorni a Lipsia e a Dresda, il poeta attraversò una crisi personale, alla quale trovò conforto nell’amicizia di Christian Gottfried Körner. Nel 1787 si stabilì a Weimar. In alcune poesie (le odi Alla gioia, An die Freude, 1786; Gli dei della Grecia, Die Götter Griechenlands, 1788; Gli artisti, Die Künstler, 1789) celebrò l’arte come guida alla suprema armonia dell’uomo. Don Carlos e la riflessione sulla storia Nel 1787, dopo approfondite ricerche storiche, Schiller aveva ultimato il poema drammatico Don Carlos, concepito dapprima in prosa (1782-83) e poi svolto in pentapodie giambiche. Sullo sfondo della lotta di liberazione dei Paesi Bassi contro Filippo II, il sovrano viene rappresentato come un autentico eroe tragico. Sul modello della tragedia classica francese, si intrecciano nel Don Carlos vicende familiari, conflitti affettivi e azioni politiche. Con l’incompiuto romanzo Il visionario (Der Geisterseher, 1789), descrizione in chiave psicologica della Venezia occultistica di Cagliostro, Schiller si discosta, con risultati interessanti, anche se anomali nel quadro della sua produzione, dal filone prevalente della sua drammaturgia storica. Nel 1789, su raccomandazione di Goethe, Schiller è nominato professore di storia all’università di Jena. Nel suo discorso inaugurale, ispirato a Herder e a Kant, Che cosa significa la storia universale e per quale scopo la si studia? (Was heisst und zu welchem Ende studiert man Universalgeschichte?), egli sostenne la tesi che la storia, come rappresentazione del mondo morale, contribuisce allo sviluppo umano dell’individuo.
Lo studio approfondito di autori come Omero ed Euripide e le sue traduzioni di capolavori antichi (l’Ifigenia in Aulide, Le Fenicie) contribuivano, intanto, a definire ulteriormente il suo gusto letterario nel senso di un ideale di misura, dignità, libertà. In quegli anni furono rappresentate a Weimar opere come il Nathan di Lessing, la Turandot di Gozzi, l’Otello di Shakespeare: con le sue recensioni, Schiller fu uno degli iniziatori in Germania della critica teatrale e letteraria. Nel 1790, anno del suo matrimonio con Charlotte von Lengefeld, Schiller pubblicò i primi volumi della Storia della guerra dei trent’anni (Geschichte des Dreissigjährigen Krieges), la sua seconda opera storica di rilievo dopo la Storia dell’insurrezione dei Paesi Bassi (Geschichte des Abfalls der Niederlande, 1788). Più tardi, nel 1793, ripreso lo studio di Kant, scrisse il notevole trattato estetico Della grazia e dignità (Über Anmut und Würde). Si veniva intanto precisando, dopo i primi, difficili incontri, la base per la collaborazione fra Schiller e Goethe, dalla quale sarebbe nata la concezione etico-estetica e la produzione letteraria che si suole chiamare «classicismo di Weimar». Negli anni successivi questa collaborazione divenne una calda amicizia, e affrontò un gran numero di problemi poetici, estetici e scientifici. Nel 1794, mentre si faceva sempre più intenso lo scambio epistolare con Goethe, Schiller divenne amico anche di von Humboldt e di Hölderlin. Il trattato politico-culturale Lettere sull’educazione estetica dell’uomo (Briefe über die ästhetische Erziehung des Menschen, 1795), proseguimento di Della grazia e dignità, è il tentativo di edificare un sistema estetico in cui l’arte acquisti dignità scientifico-filosofica. D’accordo, in questo, con Goethe, Fichte e Kant, Schiller vede nell’educazione estetica la premessa per una politica dettata dalla ragione.
Nel 1796 compaiono gli epigrammi scritti insieme a Goethe, le Xenie (Xenien), attacco contro la critica pedantesca che aveva preso di mira la rivista diretta da Schiller, «Die Horen». Al 1797 risalgono le celebri ballate (Il tuffatore, Der Taucher; Le gru di Ibico, Die Kraniche des Ibykus), pubblicate, in poetica gara con Goethe, nell’«Almanacco delle Muse del 1798»: in esse si attua il definitivo passaggio di Schiller dal soggettivismo giovanile a un’armoniosa, anche se plasticamente drammatica, visione universale. Del 1798 è il riavvicinamento a Fichte, dopo la rottura avvenuta nel 1795. Nello stesso anno, la prima parte della trilogia del Wallenstein (composta da Il campo di Wallenstein, Wallensteins Lager, 1796; I Piccolomini, 1797-98; La morte di Wallenstein, Wallensteins Tod, 1798-99) ebbe un’accoglienza entusiastica. Con questo dramma Schiller, sotto l’influsso di Goethe e di Shakespeare, sostituisce all’eroe concepito idealisticamente il protagonista costruito realisticamente, senza tuttavia rinunciare a quella che per Goethe e Schiller è l’indispensabile «idealizzazione» poetica, la profondità della visione filosofica che dà il senso agli eventi storici. Del 1799 è la celeberrima Canzone della campana (Das Lied von der Glocke), allegoria della borghesia tedesca e trasfigurazione delle sue virtù. Nel 1800 Schiller pubblicò il saggio Della poesia ingenua e sentimentale (Über naive und sentimentalische Dichtung) in cui cercava di caratterizzare le diverse essenze della poesia antica e di quella moderna, prefigurando l’antitesi tra natura e cultura, e si discostava da Goethe per chiarire le ragioni della propria personale impostazione poetica. A questo scritto farà seguito nel 1801 l’ultimo dei grandi scritti filosofici di Schiller, Del sublime (Über das Erhabene). Ancora nel 1801 venne rappresentata con enorme successo Maria Stuarda (Maria Stuart), tragedia analitica imperniata sulla regina scozzese, che morendo, trionfa moralmente sulla sua antagonista Elisabetta. Nello stesso anno Schiller terminò La pulzella di Orléans (Die Jungfrau von Orléans). Con questa rappresentazione poetica di un argomento storico-leggendario in cui vive un tragico conflitto di coscienze, Schiller intendeva avvicinarsi al modello della tragedia di Sofocle. Nel 1802 il poeta si stabilì a Weimar e ricevette un titolo nobiliare. Ispirata alla tragedia classica è anche La fidanzata di Messina (Die Braut von Messina), storia della disintegrazione di una famiglia, rappresentata a Weimar nel 1803. Nella prefazione dell’opera, assai critica nei confronti della letteratura contemporanea, Schiller difese l’importanza della funzione del coro. Dell’anno successivo è il Guglielmo Tell (Wilhelm Tell), dramma costruito intorno alla figura dell’eroe nazionale svizzero, felice, corposa sintesi di drammaticità individuale e coralità popolare. Incompiuto rimase Demetrio (Demetrius), sull’usurpatore russo che succedette allo zar Boris Godunov nel sec. XVII. Nel 1804 Schiller poté ancora assistere a Berlino alla rappresentazione trionfale di alcuni suoi drammi; l’ultimo incontro con Goethe avvenne alcuni giorni prima della sua morte, dovuta a un’affezione polmonare che lo tormentava da anni.
Improntata in apparenza a ideali di univoca nobiltà (libertà, giustizia, culto del bello e del buono), l’opera di Schiller fu per tutto l’Ottocento la vera opera «classica» della letteratura tedesca, veicolo dei valori positivi della borghesia in ascesa, che ne fece il «suo» autore, anche a livello scolastico. Altrettanto importante fu la sua influenza sulla letteratura europea, che spazia da Coleridge e Carlyle a Constant e a Puškin, mentre fecondissimo è stato il suo rapporto con la musica, dal giovanile inno Alla gioia, musicato da Beethoven nel finale della Nona sinfonia, alle opere che Verdi trasse dai drammi schilleriani (Giovanna d’Arco, I masnadieri, Luisa Miller, Intrigo e amore, Don Carlos). Alla fine dell’Ottocento e nel nuovo secolo l’opera di Schiller ha incontrato minore fortuna. Oggi, mentre il suo carattere di poeta classico «nazionale» è ancora rivendicato in Germania, gli studi più innovativi mirano a rilevare l’incidenza del suo ruolo di intellettuale e il significato dei suoi scritti di estetica (soprattutto là dove essi individuano nell’arte, come libero gioco degli affetti, l’espressione più completa dell’uomo; e nella libertà dai fini l’unica possibilità di umanità reale).

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