Il libro nero del comunismo - Stéphane Courtois,Nicolas Werth,Jean-Louis Panné - copertina
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Descrizione

Con la caduta del Muro di Berlino e il dissolvimento dell'Unione Sovietica sono stati aperti archivi fino ad ora segreti. Così una decina di storici francesi, coordinati da Stephane Courtois, sulla base di migliaia di documenti e testimonianze hanno scritto "Il libro nero del comunismo", una valutazione dei genocidi e dei crimini perpetrati dai regimi comunisti in tutto il mondo.
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1999
Tascabile
19 gennaio 2000
780 p.
9788804473305

Valutazioni e recensioni

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Umberto Troise
Recensioni: 1/5

Interpretazione in chiave demonologica della Rivoluzione Russa e delle successive esperienze rivoluzionarie. Gli autori assemblano una serie di luoghi comuni filosofici e storici nei quali correlano in modo disinvolto temi assai complessi dimostrando una conoscenza e/o una capacità interpretativa pressoché inesistenti del pensiero di Marx e della prassi politica di Lenin, Stalin o Mao. Non è considerato in modo serio il contesto nel quale i movimenti e i partiti comunisti si trovarono ad operare, con riferimento all'ostilità internazionale e alla debolezza interna da cui fu caratterizzata l'esperienza sovietica, in particolare nella sua fase di avvio e alle scelte, spesso obbligate, cui furono costretti il governo bolscevico e successivamente Stalin. Scandaloso che si taccia dell'assedio e dei sistematici atti ostili a cui è ancora oggi sottoposta Cuba da parte dell'imperialismo statunitense, determinanti ai fini di molte scelte compiute dal governo cubano. Un monumento in rovina al neoliberalismo trionfante negli anni '90 ed ora in via di estinzione.

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Erika
Recensioni: 5/5

Veramente un bel libro, racchiude molta storia che a scuola non viene spiegata, molto buono, consiglio l'acquisto per chi ne vuole sapere di più.

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Adolfo Mussolini
Recensioni: 1/5

Una vergogna. Una ridicola operazione politica che a dispetto della storicita' che cerca di ostentare e' pieno zeppo di errori (pure banali), lacune, omissioni... Insomma, se avete bisogno di giudicare il movimento comunista sulle basi di questo volume farsa, potreste incorrere in errori di giudizio madornali. Forse e' meglio se cercate dell'altro

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Voce della critica


recensione di Flores, M., L'Indice 1998, n. 3
(recensione pubblicata per l'edizione del 1998)

Un libro che esce in traduzione dopo che la versione originale è stata accompagnata da polemiche continue e accese rischia di appiattirsi su quelle polemiche. "Il libro nero del comunismo "è stato molto dibattuto ma poco letto. E ciò, probabilmente, ha permesso quel successo di pubblico che Mondadori spera di ripetere, grazie anche al prezzo politico con cui lo lancia sul mercato italiano.
La discussione, in effetti, si è concentrata sul titolo del libro, sulla fascetta che ne ha accompagnato la distribuzione, sull'introduzione del curatore dell'opera, Stéphane Courtois. Il fuoco della polemica è stato costituito dal "numero" delle vittime del comunismo e dal confronto di queste con quelle del nazismo, per riproporre una comparazione tra i due grandi totalitarismi di questo secolo.
Nei saggi che compongono il volume, in effetti, si parla molto di numeri. Essendo dedicati alla ricostruzione dei "crimini, terrore e repressione" che hanno accompagnato la storia dei partiti comunisti, come recita il sottotitolo, è evidente che il tema della quantità delle vittime non poteva che essere al centro della riflessione. Nei saggi, tuttavia, questo problema è parte di una più ampia analisi dei meccanismi istituzionali e ideologici su cui il potere comunista ha fondato la propria politica repressiva.
I contributi dell'opera sono fortemente diseguali, sia come spazio e complessità storiografica che come coerenza interpretativa e ricchezza documentaria. Il più importante, tra tutti, e anche il più bello, è quello di Nicolas Werth sull'Unione Sovietica. Al cui fianco porrei, per la profondità dei giudizi e l'uso articolato delle fonti, quello sulla Polonia di Andrzej Paczkowski. Di grande novità e spessore è anche il saggio di Jean-Louis Margolin sul comunismo asiatico (Cina, Vietnam, Laos e Cambogia), anche se l'ottica "repressiva" è qui probabilmente troppo unilaterale e non sempre capace di collegarsi a un disegno storico più complessivo della storia del comunismo in quei paesi. Del tutto insoddisfacente è l'ultima parte del libro, dedicata al "terzo mondo", sia per l'approssimazione della ricostruzione fattuale che per il modello interpretativo e metodologico che la sottende. Da dimenticare, infine, le cento pagine della seconda parte dedicate al Comintern, assolutamente inadeguate, tanto come documentazione quanto sul piano delle ipotesi interpretative, rispetto alla letteratura esistente (e non giova certo al confronto la contemporanea pubblicazione in Francia dell'ultima fatica di Pierre Broué, dedicata proprio alla Terza Internazionale).
L'interrogativo da cui muove Werth per analizzare il terrore e la repressione dell'epoca bolscevica e di quella staliniana riguarda il ruolo del "crimine" nel sistema comunista. La dettagliata ricostruzione dell'attività poliziesca e ideologica finalizzata alla distruzione di coloro che erano individuati come nemici del regime evidenzia così gli elementi di continuità nella pratica repressiva e le diverse fasi in cui essa manifestò differenze qualitative oltre che, ovviamente, quantitative. Lungi dal proporre sconvolgenti rivelazioni sull'uso della violenza di stato nella storia dell'Urss, benché adoperi con intelligenza gli studi recenti basati sulla nuova documentazione archivistica adesso disponibile, Werth propone uno schema interpretativo basato sulla giustapposizione e diversificazione dei cicli repressivi: il primo, che si dispiega tra il 1917 e il 1922 e abbraccia al suo interno l'intera guerra civile; il secondo, caratterizzato dall'offensiva contro i contadini nel contesto della battaglia interna ai vertici del partito; poi il Grande Terrore del 1936-38, seguito dalla repressione del tempo di guerra (1940-45) e infine gli ultimi anni del dominio staliniano, fino alla morte del dittatore.
Del primo ciclo Werth sottolinea il carattere largamente spontaneo della violenza diffusa, strumentalizzata dal potere bolscevico per rafforzarsi e approntare le istituzioni repressive del regime, ma anche l'inizio di quella "deliberata offensiva" contro i contadini che nei decenni seguenti costituirà il cuore dell'intera politica di violenza statale. È solo nel secondo ciclo, tuttavia, che si giunge a quel processo di istituzionalizzazione del terrore come forma di governo che segnerà in modo indelebile lo stalinismo; mentre la "novità" del Grande Terrore sarà quella di concentrare in pochi mesi l'85 per cento delle condanne a morte pronunciate dai tribunali speciali dell'epoca staliniana, ricorrendo a una repressione casuale finalizzata a soddisfare, in modo barbaro e cieco, la pianificazione delle vittime stabilite dal centro. Gli anni di guerra videro invece l'ingresso massiccio, nella spirale del terrore, di gruppi nazionali ed etnici ritenuti inaffidabili o nemici. Verrà infatti utilizzata la pratica della deportazione di massa come strumento di sovietizzazione dei nuovi territori geografici incorporati nell'impero. La ricostruzione postbellica, infine, sarà caratterizzata da una recrudescenza della repressione sociale che porterà il sistema del gulag al massimo della sua espansione quantitativa, segnando anche, però, l'inizio della crisi di un universo concentrazionario troppo ipertrofico e non più economicamente redditizio
Werth affronta un tema che ha caratterizzato da sempre gli studi di storia sovietica, e cioè il rapporto di continuità e di possibile prefigurazione tra il ciclo leninista e quello staliniano. Egli considera incomparabili i due contesti storici, l'uno caratterizzato dalla guerra e da uno scontro sociale generalizzato e l'altro dall'offensiva intenzionale anticontadina (la maggioranza della società) in un paese pacificato; ma ritiene che l'esercizio del terrore come strumento al servizio del progetto politico risulti centrale e non transitorio già dall'epoca della rivoluzione e nell'elaborazione di Lenin. Pur sottolineando gli elementi di somiglianza tra le varie fasi e i fenomeni che suggerirebbero un disegno pianificato e unico di utilizzazione del terrore, Werth individua con forza anche le forti rotture tra i diversi cicli, nonché il caos e l'improvvisazione che accompagnano la spirale repressiva; indicando anche nel gulag una fonte di contraddizioni più che l'ordinato e univoco volto "nero" dello stalinismo.
Si può adesso tornare all'introduzione, anche se ciò significa tralasciare un'analisi più precisa degli altri saggi del volume. Ma il rapporto tra questi e l'interpretazione forte e univoca suggerita da Courtois è troppo importante per non spendere qualche parola a riguardo: tenuto conto, del resto, della distanza da questa introduzione che gli stessi Werth e Margolin hanno vigorosamente preso all'apparizione del libro in Francia.
Il saggio sull'Urss, come si è visto, ha offerto una periodizzazione interna alla storia "criminale" del comunismo sovietico, mostrando i rapporti di continuità e discontinuità tra le varie fasi e sottolineando le somiglianze e diversità dell'approccio repressivo e terroristico tra le istituzioni dell'epoca di Lenin e Stalin. Courtois, al contrario, insiste per una radicale decontestualizzazione dei "crimini", indicando nel terrore criminale non già un aspetto fondamentale del comunismo da affiancare con maggiore rilevanza a quelli più volte suggeriti dalla storiografia (l'economia pianificata, il sistema monopartitico, l'ideologia statale), ma la vera e unica essenza del comunismo ovunque sia andato al potere, e non solo. Questa conclusione non è soltanto sfasata e irriducibile ai risultati delle analisi e interpretazioni presenti nell'intero volume: è un contributo forte e intenzionale a quella storiografia "monocausale" che gli studi sul comunismo hanno sempre suscitato con particolare frequenza.
È l'interpretazione di Courtois, tuttavia, più dei contributi scientifici a cui fa da prefazione, che, grazie all'amplificazione dei media, ha maggiori possibilità di diventare senso comune. Anche se è certo merito del suo fondamentalismo interpretativo il rilievo di cui il libro ha goduto e il successo che ha avuto. Una contraddizione che non giova alla conoscenza storica, ma che gli storici, e non solo loro, dovrebbero meditare con attenzione.

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