La linea del colore

Igiaba Scego

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Editore: Bompiani
Anno edizione: 2020
In commercio dal: 12 febbraio 2020
Pagine: 384 p., Brossura
  • EAN: 9788830101418

nella classifica Bestseller di IBS Libri Narrativa italiana - Di ambientazione storica

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Igiaba Scego scrive un romanzo di formazione dalle tonalità ottocentesche nel quale innesta vivide schegge di testimonianza sul presente, e ci racconta di un mondo nel quale almeno sulla carta tutti erano liberi di viaggiare.

"Signorina, l'oceano è gelido d'inverno, si copra bene durante la traversata." Lafanu non lo guardò nemmeno. Occhi fissi al molo che lentamente ma inesorabilmente si separava da quella nave grassa di passeggeri. Acqua tutt'intorno. La stessa acqua che aveva visto in ceppi i suoi antenati. E ora lei andava nella direzione opposta a quella degli schiavi. Andava a cercare una specie di libertà.

Quanti di noi scendendo oggi da un treno a Roma Termini ricordano i Cinquecento cui è dedicata la piazza antistante la stazione? È il febbraio del 1887 quando in Italia giunge la notizia: a Dògali, in Eritrea, cinquecento soldati italiani sono stati uccisi dalle truppe etiopi che cercano di contrastarne le mire coloniali. Un'ondata di sdegno invade la città. In quel momento Lafanu Brown sta rientrando dalla sua passeggiata: è una pittrice americana da anni cittadina di Roma e la sua pelle è nera. Su di lei si riversa la rabbia della folla, finché un uomo la porta in salvo. È a lui che Lafanu decide di raccontarsi: la nascita in una tribù indiana Chippewa, lo straniero dalla pelle scurissima che amò sua madre e scomparve, la donna che le permise di studiare ma la considerò un'ingrata, l'abolizionismo e la violenza, l'incontro con la sua mentore Lizzie Manson, fino alla grande scelta di salire su un piroscafo diretta verso l'Europa, in un Grand Tour alla ricerca della bellezza e dell'indipendenza. Nella figura di Lafanu si uniscono le vite di due donne afrodiscendenti realmente esistite: la scultrice Edmonia Lewis e l'ostetrica e attivista Sarah Parker Remond, giunte in Italia dagli Stati Uniti dove fino alla guerra civile i neri non erano nemmeno considerati cittadini. A Lafanu si affianca Leila, ragazza di oggi, che tesse fili tra il passato e il destino suo e delle cugine rimaste in Africa e studia il tòpos dello schiavo nero incatenato presente in tante opere d'arte. Igiaba Scego scrive in queste pagine un romanzo di formazione dalle tonalità ottocentesche nel quale innesta vivide schegge di testimonianza sul presente, e ci racconta di un mondo nel quale almeno sulla carta tutti erano liberi di viaggiare: perché fare memoria della storia è sempre il primo passo verso il futuro che vogliamo costruire.

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La linea del colore è il nuovo romanzo di Igiaba Scego. Tra gli Stati Uniti e l’Italia, tra il XIX e il XXI secolo, il romanzo narra in maniera sapiente e raffinata le storie di Lafanu, Leila e Binti che si intrecciano fino alla definizione delle identità di ciascuna.

Intrecci di vite e di storia

La linea del colore (384 pagine, 19 euro) di Igiaba Scego, pubblicato da Bompiani, è un romanzo che gioca con i generi letterari, li scompone per lasciar spaziare l’immaginazione attraverso la storia di tre donne e dei loro mondi che si incontrano, si incrociano e si ritrovano l’una nell’altra.

Due i filoni narrativi. Il primo, ambientato tra gli anni ’60 e ’80 dell’800 tra gli Stati Uniti e l’Europa, ha come protagonista Lafanu Brown, una giovane che attraversa il suo tempo e le sue contraddizioni per trovare una voce concreta e non stereotipata che vada oltre l’immagine che “gli altri” hanno di lei.

Il secondo filone è ambientato ai nostri giorni tra l’Italia e la Somalia, una narrazione che cerca di trovare una ragione alle distorsioni della contemporaneità attraverso le storie di Leila e Binti. Leila, voce narrante del filone contemporaneo, è una affermata curatrice di mostre ed eventi che, come succede a Lafanu, scopre la propria identità riconoscendo i segni del razzismo nella cultura in cui è immersa. Binti è una giovane donna somala che, come tanti suoi coetanei, tenta il viaggio verso l’Europa, viaggio che si rivelerà una discesa nell’inferno.

Grazie alla narrazione di Leila, le storie si intrecciano, trovano nei luoghi punti di incontro, si inseguono nella ricerca di libertà, di un’emancipazione tanto difficile quanto necessaria non solo per le loro vite, ma per il mondo nel quale vivono. Grazie a Leila, Lafanu esce dall’oblio in cui l’ha relegata la storia dell’arte e Binti supera il limbo di sopravvivenza in cui l’ha relegata il viaggio verso l’Europa.

Il romanzo ha una struttura complessa, ma la scrittura scorrevole e coinvolgente incolla il lettore alle pagine. Tale scorrevolezza non è il risultato di una scrittura semplice, ma della capacità della scrittrice di proporre temi complessi, intrecci narrativi sofisticati e molteplici livelli di lettura senza appesantire linguaggio e sintassi.

Il genere narrativo è misto e ricorda le sperimentazioni condotte da scrittrici quali A.S Byatt in Possessione o Elif Shafak ne Le quaranta porte per la creazione di una connessione tra storie del passato e storie del presente. In questo modo il romanzo storico, se proprio vogliamo incasellare La linea del colore in un genere, esce dallo schema tradizionale per contaminare il romanzo sociale contemporaneo. Il romanzo ottocentesco in cui il lettore segue l’eroina nelle sue vicende, assume una dimensione contemporanea di impegno sociale. La dimensione storica non è pretesto per la fuga da un presente difficile ma è strumento di scoperta di una storia personale come radice identitaria per chi da quella storia deriva.

La difficoltà principale di questo genere misto sta nella capacità di gestione degli snodi narrativi. Igiaba Scego mostra una padronanza della trama, dei suoi personaggi e delle tematiche tale da gestire perfettamente tali snodi, conducendo il lettore per mano a proprio piacimento attraverso sensazioni, sentimenti, dolori, sofferenze, gioie, speranze. La linea del colore non è un romanzo di sentimento ma di sentimenti, affatto scontati, mai banali.

Con questo romanzo Scego, una delle voci più innovative e interessanti della scena letteraria italiana, dimostra una maturità intellettuale e di scrittura trovando una voce lirica decisa e differente.

Il romanzo è un grande affresco che restituisce l’immagine di periodi diversi, la seconda metà del XIX sec. e il nostro presente; racconta oltre che tempi diversi, paesi diversi: Stati Uniti, Italia, Somalia con incursioni in Gran Bretagna e Francia.

I personaggi che ruotano intorno a Lafanu Brown sono molteplici e raccontano di stereotipi forti, idealtipi sociali ancora oggi validi. Penso a Betsabea MacKenzye e al paternalismo verso quelli che chiama «i suoi negri», persone che sono oggetti e non soggetti, persone da salvare, redimere, forgiare per dimostrare la propria superiorità al mondo. Penso alle coetanee di Lafanu che non riusciranno a superare la linea del colore quando la protagonista cercherà di entrare nel loro mondo attraverso l’istruzione. Penso allo stereotipo della mentalità borghese della famiglia Trevor che non può accettare scelte sessuali diverse della propria figlia.

L’attenzione di Scego è proprio sulla necessità di raccontare gli stereotipi per rintracciare gli errori storici che portano alle storture del mondo in cui viviamo. Ne sono un esempio chiaro i personaggi maschili, uno su tutti Frederick Bailey che nonostante la sua lotta per l’emancipazione dei neri d’America non riesce a comprendere la lotta di Lafanu per la propria emancipazione. Lafanu non è solo nera, Lafanu è nera e donna, la sua lotta è sempre e comunque due volte più difficile di quella di un uomo.

Tutto il romanzo è incentrato sulla tematica della libertà della donna. La vita delle protagoniste è la lotta per arrivare ad essere pienamente se stesse nel modo che meglio loro si addice. Il viaggio, in particolar modo, costituisce un elemento centrale. Lafanu come pittrice in formazione coltiva il sogno del Grand Tour per vedere di conoscere una cultura che non le appartiene ma che sente essenziale per formare la propria poetica artistica. Binti, in egual modo, vuole raggiungere l’Europa per formarsi, per uscire da una vita che sembra per lei già scritta. Leila viaggia per il mondo come preferisce perché cittadina italiana nel XXI sec. La contraddizione insita nelle diverse situazioni è chiara, se Lafanu, in quanto cittadina americana è (quasi sempre) libera di viaggiare anche nel XIX sec., Binti nel XXI sec. è relegata nel suo paese, non può spostarsi legalmente e la prospettiva del viaggio comporta l’assunzione di un rischio per la propria vita.

Per Binti è tutto impossibile, non si tratta di essere donna, almeno non solo, ma di essere somala e, in quanto tale, non avere alcun diritto oltre i propri confini. La sua voglia giovane di scoprire si perde nei divieti di un mondo fatto di barriere. Ma noi possiamo capire Binti, a venti anni non abbiamo avuto tutti la voglia di vedere il mondo, di provare a conquistarlo? Forse che il razzismo vero sta proprio in questo, nel pretendere che noi abbiamo il diritto a cercare, a non accontentarci e il resto del mondo deve invece farsi bastare quello che ha.

Il romanzo è anche un meraviglioso canto d’amore per l’Italia e in particolare per Roma. Realizzando il Grand Tour, Lafanu respirerà la libertà della bellezza. A Roma è ambientato il prologo, folgorante inizio, che ci trascina nella Roma del 1887, all’arrivo della notizia della disfatta di Dogali. A Roma Lafanu trova la sua dimensione umana e artistica, qui si compirà il suo destino di donna, qui si realizzerà il suo amore. Roma darà a Lafanu la possibilità di combattere i propri fantasmi e aprirsi al futuro e alla speranza. Scego (come già aveva fatto in La mia casa è dove sono, Roma negata e Adua) ribadisce l’amore per questa città, per la sua bellezza e le sue contraddizioni, riesuma i fantasmi del passato coloniale, di un razzismo insito nella cultura popolare che ha rimosso le proprie colpe tanto non da non riconoscerne i segni. I luoghi tornano come elemento centrale nella narrazione a raccontare un passato che gli italiano hanno volutamente accantonato. La Fontana dei Mori a Marino funge da sveglia per la coscienza civile di Leila, il monumento dei Mori a Livorno racconta a Lafanu come gli italiani guardano ai neri, come lo schiavista guarda allo schiavo. Da luoghi di memoria collettiva, questi monumenti diventano luoghi di memoria personale, introspettiva per la nascita di una consapevolezza rispetto al proprio ruolo sociale.

Identità ed emancipazione femminile

Per Lafanu Brown l’arte è la sua espressione prima di vita, disegna da sempre appena ne ha l’opportunità per terra, sulla sabbia, con un rametto o un carboncino, fino a trovare chi finalmente scorge il talento della ragazza e decide di offrirle l’opportunità di formarsi e crescere. Per Binti, l’arte è un punto di partenza per una nuova vita. Per la narratrice Laila l’arte rappresenta la chiave di interpretare il mondo nel suo complesso.

Per tutte le protagoniste l’arte ha la funzione catartica di favorire la transizione dal dolore alla rinascita e mettere in comunicazione mondi diversi. Lafanu prova con la sua arte a creare una comunicazione tra il mondo dei bianchi (le tecniche, la storia dell’arte, le scuole) e le istanze dei neri, la dimensione del maschio (determinante primaria della produzione e della fruizione di arte) con la libertà femminile. Per Binti e Laila la comunicazione va cercata tra il Nord del mondo chiuso nell’autoreferenzialità e nel timore dell’altro e il Sud del mondo che anela alla libertà, ai diritti alla stessa capacità politica dei passaporti.

Il coraggio di ciascuna delle protagoniste sta nel trovare e oltrepassare “la linea del colore”, la sfumatura che permette la piena espressione della propria personalità, quella nuance che sola può raccontare l’unicità della propria identità, nel colore della pelle come nel colore steso sulla tela.

L’arte è dunque lo strumento di emancipazione ma questa emancipazione non potrebbe arrivare senza l’aiuto di altre donne. Betsabea permette a Lafanu di studiare sebbene pretenda di scegliere per lei; la sua mentore Lizzi Manson fa del talento artistico di Lafanu una vocazione. Queste sono tutte donne sole, donne che vivono in modo autonomo, che sfruttano la vedovanza come baluardo a difesa della propria indipendenza. Il romanzo pare dirci che senza la “sorellanza” le donne non possano farcela. È così anche per Leila che soccorre Binti nei momenti più bui, che non la lascia e la tira fuori dall’inferno della prigionia.

La necessità di indipendenza è talmente forte che oscura anche il bisogno di amore. Lafanu sceglie la propria carriera, il viaggio in Italia, la libertà ad un destino di moglie e di madre e fa questa scelta non perché non ami abbastanza l’uomo, ma perché ama se stessa al punto di non sacrificarsi.

Che ruolo hanno gli uomini in tutto questo? Nessuno se l’amore non permette la libertà. L’amore è vissuto pienamente solo se permette libertà di scelta.

Il Making of, ovvero l’appendice come condivisione del metodo narrativo e l’incontro tra scrittrice e lettrice/lettore

Il libro è completato da due appendici. La prima, Making Of, ovvero da cosa è nato e come è stato scritto il romanzo. Si tratta di una sorta di mappa che la scrittrice ci fornisce per seguire l’elaborazione del romanzo e come sia nata in lei l’idea, quali gli spunti di sviluppo della trama, quali le domande cui l’opera intende rispondere, fornendo anche la chiave per i diversi livelli di lettura che il romanzo contiene. Interessante il racconto dei personaggi storici dai quali è nata l’ispirazione per Lafanu, Bailey, Ulisse Barbieri.

Ammirevole davvero la ricerca dietro la stesura dell’opera, l’approfondimento, lo studio sistematico, il bagaglio culturale di riferimento, la letteratura ottocentesca di cui l’autrice si è nutrita. Il Making of dimostra che la Letteratura (con elle maiuscola) non è mai improvvisazione, che il talento va coltivato con lo studio.

La seconda appendice contiene le splendide fotografie di Rino Bianchi che ritraggono luoghi importanti per lo snodo narrativo come il Monumento dei Quattro Mori a Livorno e le testimonianze dell’alluvione del Tevere del 1870. Non svelo altro, ma il connubio tra Scego e Bianchi regala sempre documenti culturali preziosi.

Va da sé che l’edizione è particolarmente curata e il volume presenta caratteristiche proprie che ne arricchiscono il contenuto.

Ho amato ogni singola pagina, ogni personaggio, ogni luogo descritto da Igiaba Scego. Appena lette le prime pagine ho avuto una sensazione magnifica e rara, è stato come se la scrittrice mi avesse presa per mano e mi avesse trascinata in una folle corsa in discesa, lungo un pendio di montagna, correndo a perdifiato senza potersi e volersi fermare per arrivare al più presto a valle. Correndo ho incontrato personaggi indimenticabili, ho attraversato luoghi meravigliosi, ho vissuto il male delle vite altrui, sono approdata alla speranza.

Ho condiviso la sofferenza di una donna e la sua lotta duplice davanti al mondo. Se c’è un’ingiustizia noi donne dobbiamo sempre batterci di più, perché oltre allo svantaggio dell’ingiustizia in sé, abbiamo anche lo svantaggio di essere donne.

Ho trovato un romanzo di ampio respiro, tanto da poter essere considerato internazionale. Senza nessuna appropriazione culturale, Scego ha raccontato una storia immaginaria capace di colpire persone diverse. Scego ha raccontato una grande storia.

Ho pianto nel finale, commossa dalla speranza che spazza via le nubi del dolore.

Recensione di Anna Caputo

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