La luna e i falò

Cesare Pavese

Editore: Einaudi
Collana: Super ET
Edizione: 2
Anno edizione: 2014
Formato: Tascabile
Pagine: XXXIV-212 p.
  • EAN: 9788806219383
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Recensioni dei clienti

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    Biagio

    04/10/2017 05:44:57

    Molti non toccano lontanamente il cuore dell'autore, e danno una lettura molto superficiale del libro. Non è un capolavoro, per quanto mi riguarda, ma una malinconica accettazione della sconfitta. Pavese comprende quello che la maggior parte delle persone neanche scorge, lo stesso si legge in quasi tutte le recensioni; e da solo non ha senso comprendere. Nel romanzo c'è Nuto che in parte lo affianca. Personaggi, ambienti, vita rurale, periodo storico; tutto questo è del tutto secondario. Il vero sentimento di questo libro, solo per un attimo scoperto come in una timida occhiata furtiva, è la mancanza di consapevolezza; l'incultura pregnante che tutto rafferma ad un presente eterno. Pavese comprende che non c'è vita se non ne sei consapevole, le origini fanno appunto da fondamenta, informazioni solide dalle quali partire a scrivere la propria compiutezza; un libro già scritto in cui leggere mutamenti statici, viaggi immobili e dal quale magari comprendere che non si può non viaggiare, e che viaggiare non significa banalmente spostarsi. Quando il protagonista riflette sull'indifferenza delle vite che non s'interrogano sulle precedenti e future vuol dire proprio questo. Regala il coltello a Cinto quasi a voler invitarlo a tagliare quelle catene originali che non lo fanno vedere, per poi prendersene cura dandogli così la possibilità di una nuova lettura. Anche le ragazze borghesi che pur avendo tutto sembrano non rendersene conto e si struggono per un invito mancato, a sottolineare la mancanza di autocoscienza; se non ti notano non esisti. Stesso discorso per l'America "bastarda". La solitudine intellettuale dell'autore lo fa come "vivere troppo", pieno di vite altrui della sua non sa più che farsene.

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    Camilla Dini

    12/04/2017 19:53:18

    Primo dopoguerra, Italia, Langhe piemontesi. Anguilla ormai quarantenne fa ritorno nella sua campagna. Figlio bastardo di genitori mai conosciuti, dopo aver passato anni a lavorare come bracciante alla Mora dal Sor Matteo, si imbarca verso il grande sogno; l'America. Sia per scappare del nazifascismo che sta dilagando in Italia sia per "tornare un bel giorno dopo che tutti mi avessero dato per morto di fame". Finalmente torna e tutto è cambiato. Alla mora non c'è più il padrone, né le due bellissime figlie, Irene e Silvia, che si affacciavano al balcone e di cui lui poteva di tanto in tanto origliare i discorsi. Neanche la piccola Santina, bambina bella come le sorellastre, ma più furba come la madre. Ora la tenuta appartiene ad un certo Valino che tutte le sere si sfila la cintura e mena la povera nonna, la figlia rosalina e il ragazzo zoppo, Cinto. Ed è proprio in Cinto che il protagonista si rivede e cerca in tutti i modi di aiutarlo,di incuriosirlo sul mondo che esiste oltre Canelli, oltre Gaminella. Ma è grazie a Nuto, l'amico dell'infanzia che anguilla riuscirà a scoprire tutti gli avvenimenti che hanno fatto sì che le persone e la vita delle persone cambiasse così impercettibilmente all'apparenza, ma così profondamente in realtà.

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    Hodor

    05/01/2017 02:51:08

    La Recherche di Pavese, ambientata tra il periodo pre e post bellico, lo struggente attaccamento ai luoghi d'infanzia e la malinconia per un tempo che non tornerà più. Capolavoro.

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    paolo

    24/07/2016 15:12:09

    Mi è difficile essere sereno nel giudicare un'opera (qui, secondo molti, la migliore) di Pavese, perché adoro questo autore: il suo scrivere secco, omissivo, semi-dialettale, che potendo farebbe a meno di articoli e pronomi, capace di creare sempre un tono epico, di una grandezza sempre nostalgica, anche, anzi soprattutto, quando scrive degli ultimi. I suoi ambienti rurali trasmettono un senso di comunità, di vicinanza reciproca anche quando descrivono l'abbrutimento e la violenza, ideologicamente i naturali derivati della miseria e dell'ingiustizia sociale. Mi ricorda sempre Il primo Pasolini, quello friulano. Qui si legge di Anguilla, un "bastardo" preso da bambino da una famiglia di mezzadri, in cambio di soldi e braccia. Fa fortuna, o ci prova, e torna a vedere i fossati, le ripe, i noccioli e le vigne della sua infanzia, per scoprire l'impossibilità di andarsene davvero, di staccarsi o fuggire da quel che si è, dagli uomini e dalle donne che hanno popolato le immagini degli anni della formazione. Discutibile sotto molti aspetti, primo tra tutti la, da tempo risaputa, misoginia....ma averne di romanzi come questo.

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    Elena

    07/04/2016 09:13:59

    La scrittura di Pavese e' magnifica, colloquiale e descrive perfettamente ambiente e personaggi. Mi è piaciuta molto l'alternanza tra memoria e contemporaneità che crea un flusso narrativo armonico molto interessante. Memorabili alcuni pensieri, attuali e una sensibilità nella descrizione delle ragazze "della mora" che mi hanno elevato ancora di più la considerazione sull'autore. Non ha bisogno di essere consigliato ma lo consiglio.

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    KidChino

    15/02/2016 04:15:00

    C'è un profumo forte tra queste pagine. Il profumo di un Italia vera, che nell'immediato dopo guerra deve rialzarsi. C'è il profumo della campagna. Con la sua terra ed il suo sudore. Storie di uomini semplici. Uomini qualsiasi. Storie di vita. In ogni pagina di questo libro mi perdevo e nella successiva mi ritrovavo. Uno spaccato di vita così semplice e al contempo così bello. Le feste. I canti. Le donne. La vendemmia. Ed i buoi e le cascine e gli uomini e i colori e i tramonti e i fiumi e le colline. E la luna. Ed i falò. La storia di un uomo che parte. Va in America per trovare il cosiddetto "sogno". Ma il suo vero desiderio è soltanto quello di ritornare a casa. A battere gli stessi sentieri di quando era giovane. E rivedersi in un ragazzo e prenderse e cura. Un Pavese ai massimi livelli. Quasi un testamento. La sua ultima opera prima della decisione più grande. L'andarsene. Per sempre. Eterno come questo suo grande lascito. Un vero romanzo.

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    Alinghi

    20/03/2015 10:14:05

    Bel libro, ma non lo reputo quel capolavoro assoluto della letteratura. Si riscatta nella seconda parte e nella lettura ti pervade un senso di nostalgia per le cose che non ci sono e non ci saranno più. Contento di averlo letto, ma non capisco tuttora perchè si trovi in tutte le classifiche dei libri da leggere o da salvare

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    Roberto Pasqualini

    27/12/2014 10:02:12

    Libro particolare, impegnativo, ma bellissimo! E' il periodo successivo alla lotta partigiana antifascista ed alla Liberazione. Anguilla, dopo molti anni trascorsi in America a cercar fortuna, torna al suo paese d'origine sulle colline delle Langhe, alla ricerca delle proprie radici. Ritrova l'amico Nuto, con il quale ripercorre i luoghi della propria vita adolescenziale. Alla Mora, vendemmiava, sfogliava, torchiava; mangiava il coniglio con la polenta e andava per funghi. In quella terra era cresciuto, tra canne e cascine sperdute, tra il Belbo e Canelli, lavorando, soffrendo, andando alle feste di paese. C'erano i falò e "la notte di San Giovanni tutta la collina era accesa". Ora, Anguilla desidera soltanto vedere qualcosa che ha già visto: "carri, fienili, una bigoncia, una griglia, un fiore di cicoria, un fazzoletto a quadrettini blu, una zucca da bere, un manico di zappa". Il suono di una martinicca risveglia in lui tutte quelle cose che si è portato dentro tutti quegli anni. Quelle cose che "non sapeva più di sapere". E "non sapeva che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, vedere morire, ritrovare la Mora com'era adesso". Anguilla ha fatto fortuna ed è tornato, ma le facce, le voci e le mani che dovevano toccarlo e riconoscerlo non ci sono più: "Pareva un destino. Certe volte mi chiedevo perché, di tanta gente viva, non restassimo adesso che io e Nuto, proprio noi" ? "Di tutto quanto della Mora, di quella vita di noialtri, che cosa resta?" Questo libro parla di tanta sofferenza e di cose semplici come "una ventata di tiglio la sera". Le descrizioni chiare e dettagliate stimolano l'immaginazione visiva del racconto che, pur non presentando dialoghi, solo qualche battuta, mantiene il proprio magnetismo sino alla fine. E' stata una lettura difficile, ma che mi ha dato tanto. Ora, anche in me un suono familiare risveglia qualcosa che non sapevo più di sapere. E, forse, riuscirò a gioirne prima che essa si consumi, sotto la luna, al fuoco di un falò.

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    Barbara

    31/08/2009 13:48:59

    Sono stata costretta a leggerlo al liceo. L'ho odiato: noioso, ridondante, addirittura troppo lungo... Ora, a 26 anni, ho deciso di rileggerlo. Così è cambiata la mia opinione: l'ho scoperto poetico e difficile. Forse tra altri dieci anni potrò dargli un bel 5 di voto.

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    Stefania

    10/10/2005 21:02:40

    Sì, è una poesia e appunto per tale va considerata e letta!lo stile e la lingua è conformi all'argomento e t'immettono subito nell'ambiente.non è un romanzo avvincente,i primi capitoli li leggi con molta calma, come1poesia... la trama che diventa interessante solo quando viene introdotta la storia delle2 sorelle.

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    michela

    16/09/2005 13:57:48

    ho trovato questo libro molto pesante!! sarà perchè ho dovuto leggerlo per forza ma non mi è proprio piaciuto!

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    Nicola

    18/02/2005 21:42:32

    Inizialmente lento e macchinoso ma verso la fine l'intreccio è sempre più accattivante e coinvolgente... Un grande libro

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    Gabriele

    12/02/2005 23:35:34

    Un libro di rara bellezza. Può risultare abbastanza noioso ma dipende da che approccio si ha con la lettura. Ha delle sfumature di una bellezza poetica, non a caso è considerato uno dei capolavori del '900 italiano

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    Lori

    02/02/2005 15:29:40

    Ho trovato questo libro alquanto noioso e pesante... già dalle prime pagine si capisce qual è lo stile del libro... la storia è piatta, senza colpi di scena e non prende il lettore... sono rimasta molto delusa!

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    Fabio

    26/04/2004 23:25:40

    All'inizio può sembrare un libro come tanti altri...ma non lo è!...appena inzi a leggerlo ti scoraggi,perchè si presenta alquanto pesante...però superati questi semplici ostacoli,ci si rende conto della enormità di tale libro...!

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    one-o-one

    03/03/2003 23:15:00

    Uno di quei libri immortali, non a caso considerato il capolavoro di Pavese, che restano dentro per sempre semplicemente perchè c'è 'un paese' in ognuno di noi, volenti o nolenti. Anguilla e la sua epopea, ma soprattutto quel suo tornare per meravigliare qualcuno che però non c'è più, la delusione di ottenere qualcosa di pur importante quando non importa più, ecco alcuni dei temi principali, oltre a quello classico del ritorno alle origini e la ricerca quasi spasmodica di radici che possano testimoniare d'esserci stati, d'aver vissuto... l'ho letto almeno sette volte, ogni volta ci ho scorto dentro qualcosa che m'era sfuggito la volta prima. Penso che questo fatto faccia la grandezza d'un libro, la scoperta senza fine... Amaro e reale fino all'autolesionismo, contiene tutta la filosofia di vita di un autore che ha saputo comunque interpretare i disagi e le ansie di molti e non a caso e' stato il libro conclusivo, il testamento di Pavese. Il libro tra quelli letti che ho più amato, assolutamente senza tempo.

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    sara

    25/01/2003 11:45:16

    semplicemente favoloso.Credo che Pavese sia uno dei migliori letterati del '900. Praticamente questo libro è una poesia lunga 150 pagine.

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