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Roberto Fieschi, Claudia Paris De Renzi

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1995
Pagine: 225 p.
  • EAN: 9788806136444

recensione di Rasetti, M., L'Indice 1995, n. 8

Il 6 agosto di quest'anno è ricorso il cinquantesimo anniversario di un evento che ha pesato e pesa come un macigno sulla coscienza civile e politica di tutti gli uomini, qualunque ne sia l'ideologia, purché incentrata sui valori più alti dell'uomo: l'esplosione della prima bomba nucleare a Hiroshima. Ma ancora di più questo anniversario pesa sul senso di responsabilità collettivo della comunità degli scienziati. Chiamati spesso a correi di quell'evento, gli uomini di scienza, i fisici in particolare, il cui bagaglio di conoscenze dei meccanismi profondi che regolano la dinamica della materia nucleare fu il pilastro di sostegno di quella tragica esperienza, hanno nel tempo cercato di esorcizzarne il ricordo, ma esso continua a ritornare con i suoi spettri, implacabile come un incubo: in giugno, a meno di due mesi da quel terribile anniversario, il neoeletto presidente Chirac ha annunciato al mondo che presto la Francia riprenderà le prove di bombe nucleari nell'atmosfera, e subito i generali americani gli hanno fatto eco rivendicando anche per sé lo stesso macabro "privilegio".
In effetti, il lungo dibattito etico e culturale seguito alle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki e, prima ancora, alla messa in atto del progetto Manhattan, che, raccogliendo a Los Alamos i migliori fisici del mondo occidentale, ne costituì la premessa, fu spesso proposto in termini metodologicamente non corretti, dando voce a una presunta colpa storica della scienza e chiamando i fisici ad addurre argomentazioni a propria discolpa. Questo era palesemente scorretto e non necessario: in quanto puri scienziati, il perseguimento della conoscenza è per loro l'obiettivo più alto che l'uomo possa perseguire; il mistero più grande della natura, scrisse Einstein, è il fatto che noi possiamo comprenderla.
Non c'è sfida più nobile che quella di capire, perché capire significa controllare, prevedere, spiegare quanto è passato e anticipare quanto verrà. La traduzione del sapere scientifico in tecnica e tecnologia è naturalmente parte di questo processo conoscitivo, spesso ne è l'ispirazione: l'astronomia nacque dal bisogno di conoscere i ritmi delle stagioni per rendere più efficiente l'agricoltura, Archimede concepì il primo algoritmo formale per calcolare le radici cubiche per poter costruire un miglior meccanismo di tensione per le catapulte, Nobel pensò che la dinamite dovesse solo aiutare i minatori alleviando la fatica di scavare.
Tuttavia quando, oggi, questa interazione e compenetrazione di obiettivi, metodi e intenti ha raggiunto livelli senza precedenti nella storia, assistiamo senza stupore - come è avvenuto alla fine degli anni ottanta per la superconduttività ad alta temperatura critica - al fatto che da una scoperta scientifica fondamentale, che riguarda la struttura della materia condensata, così rilevante da valere il premio Nobel, nascano dopo soli due anni dispositivi industriali commerciali: senza stupore e naturalmente senza lamentele. Inneggiamo anzi alla scienza applicata anche quando le radiazioni nucleari vengono applicate con successo alla cura dei tumori o alla produzione di energia, non ricordando che i principi primi sono ovviamente gli stessi sui quali si basa il micidiale funzionamento di una bomba.
L'irrazionale collettivo in questo caso si comporta come se non fosse vero che qualsiasi macchina o dispositivo si costruisca, buono o cattivo che sia nei suoi esiti, tale costruzione viene basata sulla conoscenza delle leggi fisiche che ne presiedono alla dinamica, ma, al contrario, come se lo scienziato cercasse di conoscere le leggi fisiche solo al fine di applicarle a questo o quest'altro (magari malvagio) marchingegno. Certo talora le motivazioni della ricerca sono state quelle: proprio il progetto Manhattan ne è un esempio. È però fuori di ogni dubbio che anche se spesso la ricerca (quella vera, fondamentale) è motivata da fini pratici, purtuttavia sempre le sue scoperte, i suoi risultati hanno carattere di universalità che trascende qualsiasi praticità per assorgere a conoscenza.
Una richiesta dunque di verdetto ai innocenza che sancisca la verginità inviolabile degli scienziati? Certamente no. È giusto chiamare a correi, assieme con generali e politici, dell'uso perverso del prezioso bagaglio delle conoscenze scientifiche anche loro, siano essi fisici, chimici, biologi, ma non in quanto essi perseguono tale conoscenza, qualsiasi possano essere le applicazioni e implicazioni, immaginabili e non delle loro scoperte, bensì proprio quanto comunità.
Oggi più che mai, come già in misura minore nel passato, operare nel mondo scientifico ha profonde e complesse articolazioni sociali e politiche: i meccanismi di finanziamento della ricerca, così come quelli di trasferimento dei risultati della ricerca stessa al mondo industriale, i processi di attivazione delle politiche scientifiche che privilegiano una ricerca rispetto all'altra, la struttura stessa delle università e i percorsi culturali che esse offrono in ambito scientifico, sono gli elementi che hanno via via portato gli scienziati a organizzarsi in organismi rappresentativi, che li qualificano e li rappresentano di fronte al mondo.
In molti paesi (l'Italia è colpevolmente in ritardo in questo) gli scienziati vengono interpellati e ascoltati in audizioni speciali di parlamenti, senati e governi ed esprimono la loro visione "di categoria" sui temi che più da vicino li coinvolgono nelle loro competenze professionali. La vera colpa sta nel fatto che tra queste ultime non sia stato dato spazio sufficiente alle questioni etiche; che alla comunità non siano stati forniti, dagli stessi ricercatori, strumenti e meccanismi di intervento (si noti bene, non di controllo, ché questi di fatto esistono, senza bisogno di essere formalizzati, per il modo stesso con cui la scienza e gli scienziati operano, che è sovranazionale, che trascende - proprio in vista del fine ultimo conoscitivo - gli stessi confini disciplinari, che trova la sua motivazione naturale in quella competizione per il raggiungimento degli obiettivi comuni, che è così caratteristica delle discipline scientifiche).
Roberto Fieschi, autore di questo bel libro con la giovanissima Claudia Paris De Rienzi, fisico della struttura della materia, da anni milita attivamente nella comunità scientifica (come membro del consiglio direttivo dell'Uspid, l'Unione degli Scienziati per il Disarmo) perché all'inquietante problema delle responsabilità dei rapporti fra scienza e armi, agli interrogativi drammatici che tali rapporti pongono ai fisici più consapevoli venga data una risposta concreta, nella forma di un coinvolgimento diretto nei processi decisionali che ne scaturiscono. Il libro, "Macchine da guerra", affronta con grande lucidità scientifica e al tempo stesso con altissima passione civile questi temi.
Lo fa con totale adesione alla verità storica, di cui dà testimonianza rigorosa e documentatissima, non cedendo a tentazioni retoriche n‚ quando descrive gli sforzi, talora ingenui, ma sempre accorati dei più grandi geni della fisica, da Bohr ad Einstein, per comprendere le potenzialità distruttive di un ordigno basato sulle forze nucleari anziché su quelle atomiche e chimiche e trasmettere questa loro conoscenza ai politici, in senso positivo o negativo, n‚ quando ricorda e ricostruisce stati d'animo ed eccitazione intellettuale degli altrettanto grandi scienziati che a Los Alamos costruirono di fatto i primi ordigni letali.
Lo fa non fingendo un'innocenza che può essere, questo sì, nei singoli individui, ma non nella collettività, proponendo, in conclusione, una sorta di nuovo "giuramento di Ippocrate" che accomuni tutti gli scienziati, non solo quelli le cui scoperte possano essere usate a fini di guerra, ma anche quelli le cui conoscenze siano potenzialmente in grado di mutare storia e natura dell'uomo, dai fisici ai genetisti che oggi operano nel settore delle manipolazioni genetiche. Non si tratta n‚ di un gioco n‚ di un sogno utopico: la storia ci insegna che, come poté funzionare per duemila anni di storia della medicina (le inevitabili eccezioni furono in qualche modo sempre tenute sotto controllo), potrebbe ora ridare alla scienza moderna la supremazia morale che le deve essere propria.