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recensione di Pezzino, P., L'Indice 1993, n. 2

Questo di Diego Gambetta è un lavoro importante: l'autore, in base a una mole imponente di materiale documentario (le deposizioni dei mafiosi collaboratori della giustizia, le sentenze-ordinanze, sue ricerche sul campo a Palermo) elabora un modello di interpretazione della mafia che costituisce un originale apporto alla comprensione di un fenomeno sul quale pochissimi sono gli studi originali e molti gli 'instant books' di scarsa qualità. Il libro, lo anticipo subito, perviene a originali risultati conoscitivi, e ne va sottolineato, innanzitutto, l'approccio "laico" al tema: la mafia non è n‚ un oggetto misterioso n‚ il prodotto di una presunta specificità "culturale" della Sicilia, ma viene inquadrata in un'analisi empirica che applica a questo le stesse regole utilizzate per qualsiasi altro oggetto di ricerca, indagando sulle origini, il contesto, la razionalità interna, infine i soggetti sociali protagonisti del fenomeno, e individua logiche e comportamenti la cui persistenza genera competenze specifiche, induce abilità particolari, crea negli individui aspettative, porta a quella ripetitività di azioni e comportamenti che permette allo scienziato sociale di elaborare un modello.
Gambetta parte da una constatazione, sulla quale poi costruisce tutta la sua interpretazione: la mafia è un'industria che produce e vende un bene particolare, la protezione privata: "i mafiosi non sono qui considerati imprenditori di beni illegali, n‚ tantomeno imprenditori violenti di beni legali. Come tali, i mafiosi non si occupano d'altro che di protezione" (p. XIX). La protezione è un bene scarso in Sicilia: Gambetta introduce un altro concetto importante, quello di fiducia, sul quale già in passato aveva fornito, in alcuni saggi, anticipazioni e interpretazioni: "il mercato principale per i 'servizi' della mafia è da cercare nel campo delle transazioni instabili, in cui la fiducia è fragile o assente" (p. 8). Una situazione tipica della realtà meridionale, di cui Gambetta, come recentemente anche Tranfaglia, individua la causa fondamentale nella politica spagnola seicentesca, volta a distruggere "la 'fede pubblica', ossia la base stessa di ogni convivenza civile" (p. 92). Una proposta interpretativa che necessita a mio avviso di ulteriori approfondimenti, e non solo perché nel libro di Gambetta poggia su basi troppo ristrette rispetto alla sua portata (le convinzioni dei filosofi napoletani del Settecento), ma anche per la constatazione che in Italia gli spagnoli hanno dominato in zone nelle quali non si è verificata una carenza di quel bene indispensabile allo sviluppo di un mercato dove le transazioni vengono rispettate.
Molto più convincente la localizzazione del momento genetico del fenomeno mafioso nel primo Ottocento: seguendo le indicazioni di Leopoldo Franchetti, un autore cui giustamente attribuisce grande importanza per la genialità delle sue intuizioni, Gambetta individua tale momento nelle modalità specifiche del processo di dissoluzione del feudalesimo. Una dissoluzione tardiva che, in presenza di una debole classe dirigente e di strutture statali inadeguate a rivendicare a sé il monopolio della violenza, ha prodotto incertezza e disordine in tre settori fondamentali, quello del controllo della forza-lavoro contadina, quello dei diritti di proprietà, quello dei diritti di uso, esclusività e priorità nell'utilizzazione delle risorse. Le tensioni che ne sorsero, "maldefinite o extralegali, destinate a sorgere in una società in corso di modernizzazione, non furono lasciate alla logica delle forze di mercato: non si attese che i meccanismi dei prezzi e della concorrenza le risolvessero" (p. 121). Gambetta recepisce i recenti risultati della ricerca storica, che tendono a situare i fenomeni di delinquenza mafiosa in una logica di modernizzazione distorta, o violenta: la domanda di protezione che nasceva da questo processo di rapida modernizzazione trovò, in assenza di forti strutture statali, dei "fornitori di protezione emersi dallo scioglimento dei legami feudali e dalla fine del controllo baronale" (p. 125), cioè i mafiosi. Questa spiegazione dà modo a Gambetta di scrivere pagine convincenti anche sui "luoghi" della mafia: essa è stata di volta in volta vista collegata al latifondo, ai mercati urbani o all'uso della violenza nei conflitti locali ma, considerando i mafiosi come venditori di "protezione", Gambetta è in grado di situarli "nel punto intermedio in cui la ricchezza urbana e la prosperità commerciale potevano combinarsi con profitto alla rudezza contadina... La mafia non saltò fuori completamente formata dai latifondi, e neppure apparve semplicemente dove più vivaci erano i commerci, ma dove questi mondi si incontravano" (pp. 122 e 126), il che fornisce la spiegazione del perché ancora oggi le famiglie mafiose vincenti provengano da paesi come Corleone e così importanti siano le mafie provinciali.
Se la discussione sull'origine storica è necessaria per stabilire le basi del modello, è indubbiamente nell'analisi, prima teorica e poi empirica, del funzionamento dell'industria della protezione che il libro fornisce i risultati più originali. Con una logica stringente e un periodare asciutto che deve molto alla miglior tradizione anglosassone (l'autore da tempo vive e lavora in Inghilterra), Gambetta analizza le caratteristiche di questa industria: dopo aver distinto fra protezione ed estorsione (la prima fornisce, in qualche misura, un bene reale), egli dimostra come quella offerta dai mafiosi sia selettiva poiché non si applica a tutti, ma solo a quei clienti che sono in grado di comprare i servizi. Per di più i mafiosi stessi contribuiscono a immettere nel mercato dosi di sfiducia, perché non si formino condizioni per le quali il bene da loro venduto sia facilmente disponibile o, peggio ancora, non sia più considerato dai cittadini una merce da acquistare, ma un diritto non negoziabile.
L'industria della protezione, pur particolare, come tutte le attività economiche richiede alcuni capitali e competenze specifiche: le risorse di cui i mafiosi devono disporre sono la violenza, la reputazione che, usandola, essi acquisiscono, una rete di informazioni capillare ed estesa, la segretezza necessaria a condurre in porto le transazioni con i propri clienti. Anche in questa industria poi i marchi commerciali e i segnali "pubblicitari" sono indispensabili come nelle altre: dopo tutto, se chiunque può spacciarsi per mafioso, il mercato verrebbe inflazionato ed il bene venduto perderebbe di valore perché nessuno garantirebbe della sua qualità. Gambetta analizza quali marchi vengano usati dai mafiosi: tutta la mitologia cresciuta sul fenomeno (dai Beati Paoli ai riti di iniziazione) può essere letta in questa chiave, essendo utilizzata per dimostrare "come sia possibile per le famiglie mafiose essere a un tempo indipendenti e tuttavia avere qualcosa di impalpabile, ma nondimeno significativo, in comune fra loro. L'ingrediente fondamentale che esse condividono non è n‚ una struttura centralizzata n‚ un'organizzazione formale permanente; è piuttosto un'identità commerciale, un'identità di fornitori di protezione di 'qualità'. La mafia può quindi essere definita come un "marchio" particolare dell'industria della protezione" (p. 216).
È su questo terreno che Gambetta scrive le pagine più belle e convincenti del volume: polemizzando con chi considera la mafia una società segreta o concepisce il livello di centralizzazione come un consiglio di amministrazione di una Spa, egli dimostra come la violenza mafiosa tenda ad un monopolio basato territorialmente (fra l'altro, la regolazione dei rapporti fra famiglie ha possibilità di funzionare solo quando il territorio geografico della cosca coincide con il suo mercato della protezione), e come superagenzia di collegamento (la cosiddetta cupola) e guerra di mafia siano entrambe soluzioni possibili che nei fatti si alternano a seconda delle congiunture storiche. L'organizzazione di un insieme di cartelli provinciali, che data dalla fine degli anni cinquanta, non è in grado di rappresentare una sicura risposta alla fondamentale instabilità che caratterizza il mondo mafioso, e ha la funzione di regolare più i conflitti interni a ciascuna famiglia (molto frequenti in un'impresa nella quale la trasmissione della proprietà e il problema della successione nella dirigenza sono di difficilissima soluzione) che quelli fra famiglie. Né è convincente l'immagine (anche di recente riproposta in alcune deposizioni di pentiti) di un'associazione internazionale unica, diretta da Cosa Nostra: dalla maggior parte delle testimonianze dei mafiosi "apprendiamo che questi rapporti ("internazionali") sono sporadici e coinvolgono due conglomerati separati che mantengono le comunicazioni attraverso canali informali" (p. 161).
Nella terza e ultima parte del libro, Gambetta, dopo avere analizzato le caratteristiche dell'industria della protezione e il suo impianto in Sicilia, ne analizza il funzionamento nella pratica. Con una ricchissima esemplificazione, proveniente anche da proprie ricerche sul mercato ittico e sui mercati generali di Palermo, egli sostiene che "non si può accantonare la protezione della mafia come un fenomeno invariabilmente fasullo, o di pura estorsione: casi di promozione 'iperenergica' di questo prodotto non ci devono trarre in inganno sul fatto che tale servizio è spesso utile per i clienti, e da loro attivamente ricercato" (p. 258). È un'osservazione che già Franchetti avanzava nel 1875, quando scriveva che i grandi proprietari fondiari siciliani, se avessero voluto, avrebbero potuto indubbiamente sbarazzarsi dell'industria della violenza, e che ripetono oggi i giudici, quando affermano, con riferimento agli imprenditori, che è assai difficile stabilire dove finisca l'azione di intimidazione da parte dei mafiosi e cominci la ricerca da parte degli imprenditori di utili servizi offerti dalle cosche.
I settori cui si applica l'offerta di protezione sono molteplici: Gambetta invita a non confondere i clienti con i fornitori, anche se fra loro spesso si creano rapporti stretti dato che i primi tendono a venire "internalizzati", con contratti a lungo termine ed esclusivi, all'interno dell'azienda mafiosa (come accadde per Michele Sindona o per i Salvo). L'elemento comune ai vari "servizi" offerti è la composizione delle controversie, che si può applicare sia ad attività legali (controversie per appalti, per l'installazione di un cantiere, per l'esecuzione di opere pubbliche), sia a transazioni illegittime: i mafiosi possono così difendere i commercianti da furti, estorsioni o sequestri, ma possono anche proteggere i ladri e assicurare loro libertà d'azione, dato che la caratteristica dei loro contratti è di essere rinegoziabili in continuazione, in relazione alla prospettiva della durata dell'investimento. Inoltre i mafiosi tendono a formare accordi o cartelli, spartendosi territori, clienti o attività; le vittime sono i consumatori e i potenziali concorrenti esclusi dall'accordo (per cui, ad esempio, nel mercato ortofrutticolo di Palermo la presenza della mafia è venuta scemando quando si è allentata la situazione di oligopolio dei grossisti, con l'allargamento del numero degli operatori, perché troppo costosa sarebbe stata l'imposizione del rispetto di accordi collusivi). In questa situazione, la corruzione politica aumenta la necessità di protezione, e quindi la domanda del bene fornito dai mafiosi: se più ditte si accordano fra di loro e con politici o funzionari corrotti per spartirsi gli appalti pubblici (con vari metodi, da quelli del turno a quello del territorio), la possibilità di ricorrere alle normali vie giudiziarie nel caso che qualcuno non rispetti gli accordi è loro preclusa, e quindi "Don Peppe", come Gambetta chiama il mafioso tipico, fornirà loro la garanzia che i patti vengano rispettati.
L'industria della protezione tende ad estendersi anche ai mercati illegali, quello del contrabbando e della droga innanzitutto: anche in questi mercati i mafiosi non vanno confusi con i trafficanti, ai quali forniscono la propria merce specifica, sempre la protezione cioè (anche se ciò non esclude che alcuni di essi operino in proprio nel mercato della droga). Il mercato della droga, tuttavia, è un pericoloso groviglio nel quale sono numerosi gli operatori, e disseminati su linee di traffico internazionali, e l'industria della protezione è in esso troppo rischiosa, praticamente impossibile. Contrariamente a quanto si crede, perciò, non è un mercato interamente controllato dalla mafia: le transazioni sono molteplici e difficili da controllare, e vi partecipano singoli mafiosi, e non famiglie in quanto tali (non ha infatti alcun senso il criterio della territorialità sul quale una cosca fonda il suo potere), la cui offerta di protezione è per lo più limitata a singole operazioni. Ciò nonostante, i bidoni continuano ad essere frequenti, e ciò induce uno stato continuo di guerra, tanto che si potrebbe ritenere che il mercato della droga rappresenti addirittura una minaccia all'esistenza della mafia in quanto industria specifica: su di esso il mafioso opera come qualsiasi altro imprenditore violento, non sembra godere di quella rendita che gli deriva dalla sua reputazione, il suo marchio di qualità sembra perdere di efficacia: "Le testimonianze trasudano sospetti, paranoia e risentimento, in particolare mentre descrivono il traffico di stupefacenti... I mafiosi si lamentano degli imbrogli degli altri e si vantano dei propri. Quanto sia stato micidiale per loro questo cocktail alla droga si desume dal numero dei morti della guerra degli anni '80... da quello di coloro che si pentirono per salvarsi la pelle e da quanti sono finiti in prigione di conseguenza" (p. 343).
Anche l'evoluzione di Cosa Nostra verso una struttura più centralizzata, per il predominio dei corleonesi, "potrebbe essere un segno di debolezza, una ritirata... L'intensità raggiunta dalle estorsioni può... dimostrare indirettamente che mentre la mafia - quella autentica - si sta ritraendo, gruppi di dilettanti si stanno facendo avanti provocando confusione" (pp. 357-58), ed in ultima analisi provocando la perdita di valore di quel bene, la protezione, sulla cui vendita la mafia ha fondato il proprio dominio.
Due conclusioni originali di un libro dal quale non si deve pretendere che - attraverso il modello proposto - spieghi tutto. La sua validità va ricercata nell'individuazione di "un" elemento reale della catena mafiosa nella spiegazione di "un" passaggio fondamentale di causalità, senza pretendere di trovarvi una teoria onnicomprensiva. Da questo punto di vista, il tentativo di Gambetta di individuare nella mafia un'industria, quella della protezione privata, mi sembra riuscito, perché coglie un elemento che appare essenziale nel fenomeno mafioso. In questa direzione la sua analisi può essere anzi ulteriormente sviluppata: essa parte dalla "domanda" di protezione, presumendo che ci si trovi davanti a una società nella quale tale bene è scarso, mentre si potrebbe più utilmente partire dall'"offerta" di protezione, un'offerta che in questo settore, più che in altri, contribuisce essa stessa a creare la "sua" domanda. In altre parole, è il tema del monopolio della violenza legittima che può proficuamente fondare l'analisi, in una situazione come quella della Sicilia di primo Ottocento (caratterizzata da risorse scarse, da una scarsa legittimità della ricchezza, da una forte competizione per le risorse, dalla debolezza delle élite economiche), la scarsa regolamentazione da parte dello stato dei conflitti sociali, e delle tensioni che ne derivano, permette a un'élite di violenti, per lo più di origine popolare, di imporsi secondo percorsi di mobilità sociale che comportano il ricorso all'uso costante, programmatico e organizzato della violenza. Questi gruppi violenti forniscono innanzitutto protezione a se stessi, tendono cioè a utilizzare il loro capitale originario per inserirsi in un'ampia gamma di transazioni, economiche e politiche, con interessi propri, specifici: se teoricamente è corretto distinguere fra mafiosi (venditori di protezione) e clienti protetti, di fatto la tendenza monopolistica insita nell'industria della protezione tende a eliminare anche questa distinzione: i clienti vengono "internalizzati", i mafiosi tendono ad assumere in proprio le varie attività economiche che prima si limitavano a proteggere. Inoltre se teoricamente è corretto distinguere fra protezione ed estorsione (il bene prodotto nella prima è reale), di fatto la prima tende a trasformarsi nella seconda (dipende ovviamente dalla importanza dei clienti) il che limita fortemente la "razionalità" del sistema per gli acquirenti, e rimanda ancora una volta alla capacità dei mafiosi non tanto di offrire un servizio utile, quanto di intimidire con la violenza.
Infine introdurrei un elemento che reputo essenziale, quello del rapporto fra mafia e politica: secondo Gambetta è solo uno dei tanti cui si applica il contratto di protezione: "una varietà di contratti di protezione sono disponibili non solo per i finanzieri, commercianti ed imprenditori, ma anche per i politici... Se i voti sono merci, le elezioni diventano una transazione nella quale i votanti sono i venditori e i politici i compratori. Ma questo è un mercato molto difficile da controllare... Se il mercato del voto esiste anche in aree dove non c'è mafia, in Sicilia sembra essere più vasto e più efficiente proprio in virtù dell'affidabilità che la mafia conferisce alle varie fasi di questo complesso scambio" (pp. 251-54). Ci si può chiedere, tuttavia, se questo specifico mercato non abbia maggiore importanza degli altri: la formazione di monopoli privati della violenza territorialmente localizzati è indubbiamente un prodotto della società siciliana, ma è solo con l'incontro con poteri "esterni", politico-istituzionali, che l'industria della violenza viene in qualche misura legittimata e "istituzionalizzata". Il che rimanda alla debolezza dello stato, alla contraddittorietà della sua azione (penale e civile), alle collusioni delle forze politiche, ad un "rapporto" cioè fra poteri legittimi e potere illegale che mi sembra il vero nodo della questione mafiosa.

L'anno appena trascorso sarà probabilmente ricordato come un anno di svolta non tanto nel processo di conoscenza del fenomeno mafioso - a mio avviso, già individuato con notevole precisione fin dall'inizio degli anni settanta dalle commissioni parlamentari antimafia e da alcuni magistrati e studiosi - quanto nella mobilitazione della società italiana e, in parte, delle istituzioni, tardivamente consapevoli delle dimensioni ormai eccezionali del pericolo che Cosa Nostra e le organizzazioni ad essa alleate, coma la camorra campana, la 'Ndrangheta calabrese, la Corona unita pugliese, rappresentano per l'avvenire civile e politico della penisola.
Un ruolo di non scarso rilievo ha avuto in questo risveglio la migliore editoria italiana, la grande come la piccola, che negli ultimi anni ha pubblicato molte opere significative, alcune delle quali sono diventate punti di riferimento preziosi per i giovani e per gli insegnanti e che in qualche caso, sull'onda dell'emozione collettiva e dell'interesse, sono diventate addirittura dei bestseller (tra quelli citati all'inizio il libro di ricordi del giudice Caponnetto, capo del pool antimafia di Palermo negli anni del maxiprocesso contro Cosa Nostra).
L'unico libro apparso nel 1991 del gruppo che ho scelto per "L'Indice" è quello di Casarrubea e Blandano sull'educazione mafiosa e merita, a mio avviso, una particolare segnalazione sia perché affronta un tema che è di particolare importanza in un momento come l'attuale, sia perché la stampa quotidiana e settimanale non ne ha affatto parlato, quantunque contenga notizie e considerazioni di grande importanza per condurre la lotta contro la mafia, una lotta che non può esaurirsi nella necessaria repressione delle azioni e delle associazioni criminali ma che deve incidere sulla formazione dei giovani.
Il volume si compone di quattro capitoli e a me sono parsi di particolare interesse il terzo e il quarto, che analizzano le caratteristiche dell'educazione mafiosa e attraverso di essa costruiscono un nuovo approccio metodologico, per intervenire anzitutto nella scuola in maniera concreta, offrendo ai ragazzi un'alternativa che consenta loro di sfuggire a tradizioni e ragionamenti fortemente radicati all'interno di molte comunità dell'isola e del mezzogiorno.
I due autori, che si avvalgono della propria esperienza di insegnanti in Sicilia, tracciano quindi un panorama completo di quel che la scuola ha fatto finora (poco, senza dubbio) e di quello che potrebbe e dovrebbe fare da adesso in poi per contrastare il progetto educativo mafioso. Non c'è dubbio, peraltro (e il libro di Casarrubea e Blandano ne è una conferma ulteriore) che lo studio del fenomeno mafia raggiungerà risultati sempre più approfonditi se sarà condotto attraverso strumenti di più discipline: storia, sociologia, antropologia ma anche diritto, psicologia, letteratura sono chiavi d'accesso che possono integrarsi a vicenda per cogliere aspetti e complessità difficili da verificare fino in fondo muovendosi all'intero di una sola disciplina.
Tra le opere citate merita, a mio avviso, particolare considerazione la storia della 'Ndrangheta di Enzo Ciconte. Merito importante di Ciconte è quello di aver ricostruito per primo, dopo che squarci parziali erano stati aperti dalle inchieste di Gambino e di Sergi e dagli studi di Arlacchi e di Cingari, un profilo storico attendibile dell'onorata società calabrese nell'arco di oltre un secolo. Ciconte lo ha fatto utilizzando prima di tutto le fonti giudiziarie, finora sempre ignorate, e coniugandole con una lettura attenta di quelle parlamentari, giornalistiche e archivistiche. Attraverso un'ampia ricerca documentaria ha potuto dimostrare che la 'Ndrangheta come incerta federazione di 'ndrine autonome e indipendenti esisteva già al momento dell'unificazione e non sappiamo da quanto tempo; che il regime fascista tentò anche in Calabria un'operazione simile a quella condotta in Sicilia da Cesare Mori, il "prefetto di ferro"; infine che nel secondo dopoguerra, e in particolare a partire dagli anni sessanta e settanta, grazie al traffico di stupefacenti e di armi, i contatti tra Cosa Nostra e la 'Ndrangheta si sono intensificati.
Un racconto che raccomanderei soprattutto ai giovani sono i ricordi di Antonino Caponnetto, che un giornalista bravo e competente come Saverio Lodato ha raccolto. Meglio di tanti saggi paludati, quel racconto restituisce il clima, i personaggi, i problemi che dovette affrontare il pool antimafia di Palermo negli anni ottanta.
Di particolare importanza è quello che Caponnetto dice a proposito dei nemici politici del pool che sono in gran parte gli stessi che si sono strappati le vesti di fronte alle stragi di Capaci e di via D'Amelio: uomini politici nazionali, ministri, persino presidenti della repubblica che nell'88 hanno fatto di tutto per rendere inoffensivi giudiziariamente Falcone e Borsellino favorendo la nomina di Meli al posto di Caponnetto, boicottando l'elezione di Falcone al Csm e così via, e quattro anni dopo hanno finto di aver dimenticato tutto e di essere i migliori campioni della lotta alla mafia, fidando sulla scarsa memoria degli italiani e sul bombardamento quotidiano dei mass media. Mi sbaglierò ma ho l'impressione che gli italiani, almeno la maggioranza di loro, non abbiano dimenticato.
Una ricerca interessante è quella condotta dal benemerito Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" sui processi per omicidio a Palermo dal 1983 al maxiprocesso. In particolare il saggio di Giorgio Chinnici, che presenta i risultati della ricerca, contiene una serie di dati clamorosi, anche se noti agli operatori della giustizia, come il fatto che circa due terzi degli omicidi (il 75 per cento) in Italia resta impunito, archiviato perché restano ignoti gli autori, ed osservazioni significative. Ne cito una che mi sembra assai pertinente alla fase che stiamo vivendo: "Nella realtà odierna la mafia si è ramificata in tutta la società con una moltiplicazione di adepti che coprono tutto un continnum che va da fasce sociali arcaiche ad una borghesia che ha introiettato stili di vita congrui alla gestione di attività tarate sulla scala del business internazionale e capace di allacciare producenti legami con settori particolari dei livelli alti del mondo dell'economia, della finanza, della politica e delle istituzioni in genere, divenendo spesso, in tali ambienti, modello desiderabile di identificazione e strumento efficace di particolari problemi che in esso insorgono".
Sul piano delle testimonianze, ma critiche e consapevoli, come i ricordi di Caponnetto, si colloca il volume "Contro il racket" di Tano Grasso. L'autore, che fu alla guida di una memorabile e vittoriosa lotta dei commercianti di Capo d'Orlando contro una cosca mafiosa che dominava la zona e imponeva taglie per tutte le attività economiche, rievoca l'atmosfera e i problemi di quella lotta ma soprattutto indica con grande chiarezza le condizioni oggettive e soggettive perché proprio la Sicilia diventi un laboratorio politico dell'Italia di domani. È un capitolo concreto di educazione civile per i giovani.
Infine due testi che si legano strettamente agli ultimi avvenimenti. Maurizio Calvi, vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia nella X Legislatura, ha raccolto alcuni interessanti documenti poco noti - per esempio le audizioni dei giudici Falcone, Borsellino, Ayala di fronte alla commissione - su argomenti di rilievo come i rapporti tra mafia e politica, su alcuni processi, sugli appalti pubblici in Sicilia.
Una piccola casa editrice - Periferia di Cosenza - ha pubblicato le desolanti memorie di un 'ndranghetista pentito. Desolanti ma istruttive: rivelano forse meglio di altre confessioni il mondo squallido e vuoto del delitto su commissione. Con "La mafia siciliana" di Diego Gambetta (recensito in queste pagine) il lettore si trova di fronte a un'indagine di grande spessore culturale e di prima mano (fondata sugli atti giudiziari più importanti degli ultimi anni ma anche su una lettura critica della letteratura internazionale esistente) sul fenomeno mafioso. Accanto a questi aspetti positivi dell'opera, è necessario - tuttavia - aggiungere che Gambetta sceglie un modello sociologico - quello per cui la mafia è un'industria della protezione privata - e occupa la maggior parte del libro a cercare di dimostrarlo minuziosamente, rievocando personaggi ed episodi nella misura in cui servono al suo teorema. Di notevole interesse, anche se aperto a diverse conclusioni, mi è parso il capitolo che Gambetta dedica alle origini del fenomeno mafioso in Sicilia e agli interrogativi che si pone rispetto a fenomeni apparsi in varie parti del mondo e che mostrano certe innegabili affinità con il mondo e i comportamenti di Cosa Nostra. L'autore non si preoccupa invece di rispondere a domande che pure con la mafia hanno una stretta attinenza e che riguardano la sua contestualizzazione storica, la sua penetrazione nel mondo politico ed economico, la sua capacità espansiva al di fuori della Sicilia. È un caso, a mio avviso, di rigidità disciplinare che tende a utilizzare le categorie sociologiche in contrapposizione invece che in connessione con la storia e le altre scienze sociali, e i risultai della ricerca sono perciò cospicui ma non interamente soddisfacenti. Questa è almeno la mia opinione.


Bibliografia di riferimento

MAURIZIO CALVI, "Figure di una battaglia. Documenti e riflessioni sulla mafia dopo l'assassinio di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino", a cura di Crescenzo Fiore, Dedalo, Bari 1992, pp. 224, Lit 25.000. ANTONINO CAPONNETTO, "I miei giorni a Palermo. Storie di mafia e di giustizia raccontate a Saverio Lodato", Garzanti, Milano 1992, pp. 166, Lit 24.000. GIUSEPPE CASARRUBEA, PIA BLANDANO, "L'educazione mafiosa. Strutture sociali e processi di identità", Sellerio, Palermo 1991, pp. 176, Lit 22.000. GIORGIO CHINNICI, UMBERTO SANTINO, GIOVANNI LA FIURA, UGO ADRAGNA, "Gabbie vuote. Processi per omicidio a Palermo dal 1983 al maxiprocesso", Angeli, Milano 1992, pp. 240, Lit 25.000. ENZO CICONTE, "'Ndrangheta dall'Unità ad oggi", Laterza, Roma-Bari 1992, pp. 432, Lit 38.000. TANO GRASSO, "Contro il racket. Come opporsi al ricatto mafioso", Laterza, Roma-Bari 1992, pp. 190, Lit 16.000. A. ZANGARI, "Ammazzare stanca. Autobiografia di un 'ndranghetista pentito", Periferia, Cosenza 1992.