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Dai boschi di Taranto al gelo dei campi di prigionia tedeschi, Mario Desiati ci consegna un grande romanzo che indaga il rapporto tra l'individuo e le sue radici, il trauma e la vergogna, interrogando con coraggio il rimosso collettivo del nostro Paese.
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Malbianco di Mario Desiati è un gran bel libro, uno di quelli che non si limitano a raccontare una storia, ma cercano di dare un senso a ciò che si eredita senza saperlo. È un romanzo che, in un certo senso, si legge al contrario. Marco convive con un malessere che non sa spiegare. A guidarlo è il nome che porta, lo stesso di altri uomini della sua famiglia, come se fosse un’eredità più pesante del sangue. Da qui nasce una ricerca: ricostruire il passato familiare per trovare una forma di pace. Quella di Desiati è una storia che scava nelle radici. Il nome diventa quasi un’entità viva, una presenza che attraversa le generazioni. Viene naturale pensare al dybbuk della tradizione ebraica: un’anima irrisolta che si attacca a chi resta, un’eredità emotiva che non si riesce a scrollarsi di dosso. Ma il cuore del romanzo è un altro: il silenzio. Famiglie che non raccontano, padri che non spiegano, verità lasciate a metà. E da questi vuoti nascono fraintendimenti, fratture, identità spezzate. Il passato non elaborato diventa una condanna. È qui che il titolo trova il suo significato più potente. Il “malbianco” è un fungo che ricopre le piante e ne cancella i colori. Nel romanzo diventa la metafora perfetta: un parassita invisibile fatto di segreti e omissioni, che si trasmette da una generazione all’altra. Marco cerca di ricostruire ciò che non gli è stato detto, ma la verità completa gli sfugge. Eppure, in questo tentativo incompleto, arriva qualcosa di più importante: una forma di riconciliazione con se stesso. La seconda parte amplia lo sguardo e completa il quadro familiare, mostrando quanto il non detto possa deformare le relazioni e creare dolore. La morale è semplice e potente: il passato va compreso, non nascosto. Perché ciò che non viene raccontato non scompare. Si trasforma. Un romanzo profondo, senza retorica, che resta dentro. Da leggere.
Onestamente mi aspettavo di meglio: conoscendo Desiati, pensavo che questo romanzo “maturo” mi sarebbe piaciuto, e invece non è stato così. Ho trovato troppo netta la separazione tra le prime due parti e le ultime due, e ho faticato a rintracciare una coerenza tra le stesse: il passaggio dalla prima alla terza persona e alla narrazione molto più “classica” nella terza parte è stato un po’ destabilizzante, e il racconto a tratti onirico in quella conclusiva mi ha dato l’idea che l’autore non sapesse davvero come chiudere il libro. La storia è quella di Marco Petrovici, un uomo di quasi cinquant’anni che, dopo una vita a cercarsi altrove, torna a casa dalla famiglia e prova a ricostruirne il passato, immaginando che nei non detti, nelle bugie e nelle omissioni si nasconda la chiave per trovare anche se stesso e per comprendere l’origine del suo malessere. Eppure, tra l’alternanza di figure negative e positive - quelle negative concentrate quasi tutte nel presente - la pace sembra non arrivare mai e molte delle conclusioni sono lasciate anche all’intuizione del lettore. Nella bibliografia finale l’autore asserisce di aver eliminato diverse parti molto più saggistiche, ma in alcuni punti le riflessioni del protagonista risultano, a mio parere, comunque troppo pesanti e superflue. Una volta Desiati ha detto una cosa molto bella sulla letteratura, che condivido appieno, e cioè che nei libri non devi riconoscerti, ma sperimentare situazioni nuove, che mai avresti immaginato di poter vivere. Ebbene, il disagio psichico di Marco Petrovici è purtroppo molto diffuso, la sua esistenza è simile a quella di molti, e questa continua autoreferenzialità (tipica della letteratura contemporanea), secondo me, priva un po’ del piacere della lettura.
La scrittura di Desiati ha mille braccia per stringerti in un'affascinante, drammatica, divertente, commovente, urticante abbraccio e speri che non finisca mai.
Recensioni
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