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Traduttore: G. Manganelli
Curatore: L. Scarlini
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2000
Pagine: 45 p.
  • EAN: 9788806145903

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recensioni di Papetti, V. L'Indice del 2000, n. 07

Nel 1817, ancora incerto nella scelta del mito da indossare, Byron abbozzò un Manfredi satanico, incestuoso, maledetto, quasi un Heathcliff ma troppo insistito e al tempo stesso troppo approssimativo per esserne sedotti o spaventati. È stata trovata una posa, che ha avuto la sua fortuna epocale, non è nato un personaggio. "Inutile cercare in questo testo il facile commercio con il personaggio", avvisa Giorgio Manganelli nelle tre preziose paginette che introducono la traduzione. questa eccitata larva di eroe faustiano, naturalmente gnostico, dovrà completarsi nel successivo Caino, del dramma eponimo scritto nel 1821. In Cain si placa e si giustifica anche la personale angoscia di Byron, il rimorso per il rapporto incestuoso con la sorellastra Augusta. "L'amai e la distrussi", dirà Manfredi di Astarte - una sentenza quasi auto-assolutoria che l'amante maudit si compiace di ripetere. La maga gli domanda: "Con le tue mani?". Manfredi: "Non la mano: il cuore spezzò il suo cuore: il suo fissò il mio, si disseccò. Ho versato il sangue, ma non di lei; e tuttavia si sparse il suo sangue; io vidi e non seppi arrestarlo". Byron-Manfredi non ha cuore per estirpare il cuore di Augusta-Astarte, come fece Giovanni Florio, il fratello incestuoso di John Ford che teorizza il superuomo barocco, di illimitati desideri e colpe. Manganelli osserva che l'intensità verbale del Manfredi non è dovuta a "arguta concentrazione" o "sottile aggressione del linguaggio, che, anzi, in Byron è di limitata articolazione, ma piuttosto in una sorta di violenza fisica, una pressione massiccia, una grandezza anche vanitosa e minatoria; violenza non di rado ripetitiva e torbida; bruciante di esclamazioni, di vocativi, di perorazioni. E tuttavia noi avvertiamo la pressione fonetica con cui investe l'ascoltatore. Agisce, insomma, come un gesto cui l'imprecisione non toglie la qualità di ira, rancore o disperazione."
Quell'imprecisione, quella "differenza da se stesso" (Blanchot), insita nel testo, permette la traduzione ottimale: da quella apertura a un altro orizzonte linguistico viene alla luce il Manfredi italiano, sfrondato da ridondanze e vaghezze, preciso e elastico nell'arcatura sintattica, più raccolto in sé e più limpido. La traduzione era stata commissionata nel 1966 dal Teatro dell'Opera di Roma per la messa in scena del Manfredi di Schumann. Carmelo Bene la lesse al Terzo Programma nel 1979. "Nella mia errabonda giovinezza, rammento, in una notte come questa, sostai entro la cerchia del Colosseo, tra le alte reliquie di Roma onnipotente; nella mezzanotte azzurra gli alberi cupi ondeggiavano lungo gli archi frantumati e oltre gli squarci dei ruderi splendevano le stelle; lontano, oltre il Tevere, latravano i cani, e più da presso, dal palazzo dei Cesari, veniva il grido lungo della civetta e il richiamo intermittente di lontane sentinelle si levava e disperdeva a tratti col tenue vento". Manganelli è preso dalla logica notturna, sognante, illusionistica di Schumann; poco si fida invece di Byron. A irritarlo è l'io autoriale e autoritario, che nel suo Inferno fa troppo baccano, dispiega troppa angusta e acre concettosità, svillaneggia. E non vuole declinarsi in quella definitiva figura dello scrittore che, secondo Manganelli, è lo Scrittore Inesistente.