Editore: Einaudi
Collana: Super ET
Anno edizione: 2014
Formato: Tascabile
Pagine: 620 p.
  • EAN: 9788806222086
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Recensioni dei clienti

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    Michele Lucivero

    25/05/2017 08:23:17

    Il primo volume del cosiddetto trittico atlantico s’inserisce nella cornice composita, e spesso troppo idealizzata, della Rivoluzione americana, laddove il secondo apre scorci inediti e prospettive teatrali nella Rivoluzione francese e il terzo è ancora da inventare. Ciò che caratterizza i due volumi già pubblicati del trittico è una sorta di spaesamento storico, determinato dalla volontà di spostare l’attenzione del racconto, o meglio della selezione narrativa che di solito viene tramandata, e che i nostri manuali di storia solitamente riportano, sui protagonisti minori degli eventi, condannati purtroppo alla damnatio memoriae e che, invece, hanno vissuto con dignità e lealtà gli scontri: se ne L’armata dei sonnambuli si considerano le vicende con gli occhi del popolo, qui sono gli i Nativi americani, gli indiani Irochesi, a raccontare la loro avventura, portata avanti con altrettanto spirito di indipendenza, libertà, lealtà, cui segue, però, soltanto la delusione e l’annientamento fisico e culturale. Un’opera storica, o forse controstorica, ben fatta, con non poche prese di posizione messe in bocca a personaggi marginali, che vanno dalla classica affermazione risalente a Giovanni di Salisbury, secondo il quale «Chi si ribella al tiranno non tradisce, ma serve la libertà», fino a considerazioni di sapore quasi rousseauiano fatte da bizzarri conti della madrepatria, come: «L’origine della nobiltà inglese non è che lo stupro» e «Essere aristocratici significa agire nella piena impunità, a dispetto di ogni evidenza».

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    Antonio B.

    21/07/2016 18:19:45

    Mi allineo alla gran parte delle recensioni. Inizio lento e frammentato, ma superata la metà, e una volta inquadrati i personaggi principali, diventa un gran bel romanzo. Ho letto anche io Q. (mi piacque moltissimo) ma i paragoni trovano il tempo che trovano. Sono due romanzi ovviamente diversissimi. Da non perdere!

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    Erica Berti

    01/06/2016 10:25:30

    Magnifico. Un'opera sontuosamente costruita, sviluppata e narrata senza alcun calo di tono. Certamente complessa perché tale è la storia, sconvolgente perché tale è stato l'Olocausto degli Indiani d'America. Un libro indimenticabile.

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    Francesco

    22/02/2015 17:20:34

    Un libro sontuoso, immenso, magnificamente costruito, che si stende dalle foreste americane ai bassifondi di Londra. Un libro contro le romanticherie sulla nascita dell'America che anticipa storicamente il più grande sterminio mai perpetrato da mano umana, dinnanzi al quale anche l' Olocausto impallidisce. Gli uomini fedeli alla corona inglese e gl'indigeni d'America, strettamente legati, intrecciati da mescolanza di sangue e d'intenti, lottano i ribelli, coloro che si dichiarano indipendentisti. E' la storia vista dall'altra parte della storia, è lotta, è sentimento, è guerra, è amore per la terra, è padre ed è figlio, è onore, è dignità. Questo e non soltanto questo, in un libro indimenticabile.

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    Annina

    20/01/2015 01:10:15

    La prima parte un pò lenta comunque ottimo resoconto storico, originale perchè raccontato dal punto di vista "sbagliato"

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    clara lunardelli

    18/10/2014 18:20:17

    Lo sto leggendo, ma....non so se riuscirò a finirlo. Trovo la narrazione discontinua, intervallata da capitoli troppo "furbi", anche se ricca. Ci sono autori meno pubblicizzati, ma che meritano molto di più.

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    proL

    07/12/2009 11:43:20

    bellissimo. uno dei migliori libri degli ultimi anni, a mio avviso. All'inizio ci mette un po' per ingranare, ma quando entri nel racconto, bè, è spettacolare.

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    andricci

    12/06/2008 14:35:01

    Bello, ma Q e 54 sono superiori.

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    Francesco Brisotto

    05/06/2008 10:55:57

    Mi dispiace, ma dopo Q è decisamente altra cosa. Buona l'idea di mettere a nudo l'origine di un'intera nazione, ma speravo in una maggiore incisività nel racconto, invece tutto mi è parso molto soft: in fin dei conti erano pochi soggetti da eliminare. Il preludio (o la continuazione) di tanti altri genocidi perpetrati in nome della civilizzazione.

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    Sati54

    13/03/2008 16:18:02

    Bello bellissimo, piu scorrevole di Q....... aspetto con ansia i prossimi 2... x chi volesse leggere qcs altro d qst collettivo oltre gli storici Q e 54 consiglio New Thing e Free Karma Food !!!!

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    marco

    27/01/2008 13:32:58

    Dopo aver letto Q non è possibile dare un voto più alto a questo libro.A tratti molto lento ma nel complesso ben scritto e avvincente.Molto bella l'idea del sito e quindi tutto il progetto in generale collegato al libro.

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    mr

    11/01/2008 15:14:51

    L’inizio dell’Impero malefico degli Stati Uniti nasce nel peccato originale. Manituana ci porta nel tempo della guerra dell’Indipendenza degli Stati Uniti. Nella colonia inglese tanti coloni sono in rivolta per le tante tasse e per l’indifferenza della corona, ancora nelle colonie ci sono truppe inglese che trovano alleanze nelle tribù ‘’indiane’’ indigene dei luoghi da sempre fedeli della Corona inglese contro i francesi. Così si formano alleanze e si da via ad una guerra crudelissima di cui le vittime principali non sono gli inglese, già consapevoli di concedere l’indipendenza per poter fare affari con maggiore libertà, ma le popolazioni indiane. Infatti vengono cacciate dalle loro terre, uccisi, torturati, costretti ad abbandonare le loro culture e tradizioni e tutto questo venne fatto dagli indipendentisti americani che costituirono la loro nazione sulla testa delle popolazioni locali. Nella lettura ci ritroviamo dentro questo mondo con i nostri occhi. Gli indiani ci appartengono come spirito di libertà, soprattutto nelle loro tradizioni e nel loro misticismo indigeno, nei loro spettri e nella loro facoltà di mente che viaggia da un luogo all’altro mantenendo un collegamento al di la del tempo e dello spazio. E’ proprio in questo spiritualismo che nasce la parte più viva, dove le tradizioni vengono rispettate e non muoiono mai. Vi è una profonda parte politica, l’indipendenza nasce per avere la terra degli indiani, ricca e vasta che gli inglesi non gli avrebbero altrimenti concesso. Un vero romanzo collettivo dove i tanti personaggi hanno tutti la loro dignità. Anche quando si spostano a Londra per avere sostegno dalla Corona nasce una dicotomia fra questi ‘’selvaggi’’ e la spenta nobiltà ed aristocrazia inglese. Diventano famosissimi ma visti soprattutto come se fossero ‘’cannibali’’ senza una conoscenza antropologica e culturale. Ma il loro essere primitivo si scontra con la ‘’buona’’ società inglese, parassita ed inutile, è il conte Warwick che diventa il loro anfitrione nella società nobile.

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    Khenubaal

    26/12/2007 18:38:54

    Un lungo viaggio alla ricerca del peccato originale, quello da cui sono scaturiti i mali più profondi della nostra epoca, un percorso nel quale Manituana è solo la prima tappa. Il 1776, ci è stato insegnato, è l'anno in cui la libertà ha trionfato sulla tirannia, in cui l'uomo ha visto riconoscere il diritto alla felicità, ma come sempre accade le belle parole servono solo a nascondere la sporcizia sotto il tappeto. Libertà per pochi, illusione per tanti, tutto pagato con il sangue degli altri. Un ritornello che da più di due secoli continua ad ammorbare il mondo, ogni volta come fosse la prima. E' all'interno di questo brodo primordiale che si srotola il romanzo dei Wu Ming, ineluttabile come il destino dei suoi protagonisti. Suddiviso in 3 parti, ognuna conseguenza e ragione dell'altra, risulta un pò pesante quando descrive il cuore dell'impero, quella Londra ano del mondo che opprime tutto e tutti, e per quanto abbia ragione di essere, autentica chiave di volta del sistema intero, risulta troppo vicina a noi per non causare disorientamento. Molto meglio allora la foresta nordamericana, con le barbarie e gli orrori di una guerra civile e di un massacro almeno riconoscibili come tali. Forte critica della società attuale, Manituana trae le sue forze e le sue debolezze proprio da questo aspetto. Chi riesce a far propria la battaglia dei Mohawk, a riconoscere in essa gli stessi fondamenti che animano quella che dovrebbe essere la nostra lotta, non può che amare la storia. Agli altri rischia di risultare immotivata, e quindi fondamentalmente noiosa. Comunque la si pensi, un libro da leggere, fino in fondo.

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    greta

    25/10/2007 18:07:58

    E' con un grande senso di soddisfazione che mi accingo a parlare di questo libro, o almeno ci provo: Manituana è un libro che mischia con maestria vari generi letterari, e che ha la dote grandissima di fare appassionare il lettore ad un pezzo di storia americana. 1775, quasi indipendenza americana, la voce narrante è quella di chi perde la guerra, cioè di quei nativi americani e inglesi devoti al Re, che convivendo da decenni si trovano a dover fare delle scelte drastiche, che inevitabilmente cambieranno il corso della vita, è la storia vista dalla parte sbagliata. Manituana è avvincente, tutti i suoi personaggi lo sono, sia quelli veramente esistiti che quelli inventati. Wu Ming (ne parlo al singolare) li fa combaciare perfettamente nel contesto storico, al punto che quando sono andata a cercare notizie su i protagonisti del libro, ho applaudito mentalmente alla bravura del nostro collettivo, che ha saputo dosare bene i fatti veri, le persone realmente vissute con i pochi personaggi creati, e creati apposta per arricchire un testo già di per se soddisfacente e completo, ma così facendo è stato reso ancora più "finito". Manituana mi ha aiutato a colmare le lacune personali. Sapevo ben poco del ruolo avuto dagli indiani nella guerra d'Indipendenza americana, sapevo le cose imparate a scuola senza mai aver avuto la voglia di approfondire la conoscenza. E' davvero un libro che parla di storia, senza buoni o cattivi: i personaggi sono tutte e due le cose, come sempre succede quando si affronta una guerra. E' un libro sul cambiamento, sull'evoluzione di un'era, sulla bellezza e sulla bruttezza dell'uomo e soprattutto è un libro scritto bene; mai noioso o prolisso e con un personaggio veramente grandioso (fittizio): Philip Lacroix - Le Grand Diable. L'unica critica che faccio è sulla parte londinese della trama, dove si mischia l'avventura dei nostri indiani con quella dei così detti indiani londinesi. L'ho trovata non in linea con il resto della storia, un po’ caotica diciamo.

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    Fabiotom

    22/10/2007 16:56:48

    Ho visto che qui su internetbookshop c'erano commenti contrapposti (chi diceva che è una schifezza, chi diceva che è un capolavoro; chi diceva che è monocorde e chi invece diceva che è pieno di variazioni; chi diceva che è a più livelli e chi invece diceva che dentro non c'è niente) e ho pensato che di sicuro non poteva essere un romanzo banale, se accendeva gli animi a quel modo. Così l'ho comprato e l'ho letto. E' il più complesso e stratificato dei romanzi collettivi dei Wu Ming ed è coraggioso perché non offre nessuna facile consolazione, non c'è la prevedibilità di Q (il rivoluzionario che combatte la tirannide), non c'è neanche la scappatoia dell'ironia come in 54 e non c'è la comprensibilità immediata di Asce di guerra. La seconda parte, che alcuni commentatori dicono di non hanno capito, è in realtà la colonna che tiene in piedi tutto e a reggerla sono proprio i famigerati criminali londinesi. Sì ci sono sbavature qui e là e c'è qualche scommessa azzardata di troppo, il collettivo emiliano sta cercando una strada non scontata e quindi fa affondi in tante direzioni, non sempre le soluzioni trovate sono indovinate al 100% ma c'è un lavoro che va tenuto d'occhio. e poi se questo è il primo libro di una trilogia sulla rivoluzione americana, allora forse il senso di certe scelte si capirà completamente negli anni a venire. Io do fiducia ai cinque narratori. avrebbero potuto vivere e vendere alla grande rimanendo dalle parti del primo romanzo e partorendo una specie di "saga di Q", e invece hanno deciso che non era quella la loro via e lo hanno deciso subito e senza titubanze.

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    andrea

    19/10/2007 11:08:09

    Che fatica. A tratti lento, poi ha brusche (e brevi, e rare) impennate. I nomi indiani hanno un senso. Non tradurli è (secondo me) un errore perché perdono di significato, rimangono solo nomi astruso, difficile da ricordare. Gli indiani di Londra usano un linguaggio caricaturale e forzatamente gergale. Alla lunga stanca e si perde la voglia di tradurlo. La vicenda è piatta e si sviluppa nella noia. In più lo stile è retorico e stucchevole. Gli rimane comunque il merito di aver raccontato la vicenda da un punto di vista inedito.

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    Art.

    18/10/2007 02:43:15

    Come suggerito in alcune recensioni ho letto il libro lentamente, per la verità l’avrei letto lentamente comunque perché la monotonia è il tratto che più contraddistingue questo lavoro. Sembra sempre succedere molto e invece pagina dopo pagina si ha come l’impressione di essere sempre allo stesso punto. E’ evidente l’intenzione di bilanciare la caratterizzazione dei personaggi con il contesto storico-sociale nel quale sono inseriti, purtroppo il risultato è che in entrambi i casi non si va oltre la superficie. I personaggi a volte scadono a livello di romanzo d’appendice e la parte storica non trova mai un adeguato approfondimento.

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    Roberto

    03/10/2007 15:42:04

    Ecco un bel libro: la storia come nessuno l'ha mai raccontata. Bello, educativo, una visione diversa, ribalta tutti gli stereotipi. Infine scritto bene. Consigliato.

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    roberto

    18/09/2007 23:10:41

    gente, un vero capolavoro. non solo come libro, ma tutto il progetto che c'è dietro. un epopea sviscerata e raccontata con stile e passione. ad ermanno, a proposito di passione, consiglio di leggere "il caso battisti", vero concentrato di passione e coraggio. gustatevi questo libro senza paragonarlo a "Q". ce ne fosse uno ogni anno di libro cosi. consigliatissimo.

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    Sergio Merighi

    10/09/2007 15:14:22

    Ho letto tutti i commenti qui sotto e mi sembra che chi meglio ha colto l'essenza di questo libro sia Morselli (blocco 21-34). E' un romanzo che va letto con attenzione, quasi niente è quello che sembra e leggerlo aspettandosi un "normale" romanzo di avventure è davvero fare un torto agli anni di lavoro che gli autori hanno dedicato all'opera. Gli ho dato solo "4" perché non ci sono le mezze stelle ma mi riservo di rileggerlo e forse chissà arriverò fino a 5. Consiglio anche ai delusi di provare a rileggerlo, capita di confondere le proprie aspettative con la qualità di un romanzo e se ques'tultimo non corrisponde alle aspettative allora si dice che è brutto, invece un libro può anche dimostrare che le aspettative erano comode ma portavano furoi strada.

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