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Francesca Barra

Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 2016
Pagine: 150 p. , Rilegato
  • EAN: 9788811671541

Remon cerca la libertà: libertà di professare la propria religione, di studiare, di uscire per strada con gli amici ed il fratello senza avere paura. La libertà di cose normali, quotidiane, che noi siamo abituati a dare per scontante ma che per un ragazzo egiziano, cristiano copto, oggi sono un sogno irraggiungibile. Remon è costretto a convivere costantemente con il terrore di essere ucciso o di veder soffrire la propria famiglia. Per sopravvivere dovrebbe mettere a tacere la sua fede, privarsi di quel rapporto sincero e vero che ha con Dio e che riscalda la sua anima fin nel profondo. Una scelta difficile che contrasta dolorosamente con i suoi valori e che Remon, così onesto con se stesso, non può permettersi di fare.

“Ma io ho il diritto di desiderare di essere un uomo libero. Di camminare per strada senza il rischio di morire a causa di una bomba o di una pallottola senza capirne il motivo. Di entrare in una chiesa senza guardarmi alle spalle” (p. 18).

Per non rinunciare ai suoi sogni, alla sua vita e alla sua fede, Remon a soli quattordici anni decide di intraprendere un vero e proprio viaggio della speranza, imbarcandosi alla volta dell’Italia. Un viaggio difficile, pauroso, durante il quale il protagonista affronta tante difficoltà insieme agli altri compagni di sventura, persone sconosciute ma legate dalla sofferenza e dalla paura. Abbandonato il calore confortevole della sua famiglia, Remon è costretto a fare i conti con la fame, la sete, la solitudine e i soprusi da parte degli scafisti: “Non riuscivo a capire come fosse possibile stare vicini per tanti giorni e non parlarsi mai, non scambiare mai uno sguardo. Forse perché la tristezza e la paura non hanno voce, a volte non ci sono parole per descriverle” (p. 38).

Nonostante le difficoltà, questo ragazzo coraggioso non abbandona il sogno di una vita felice e trova la forza di sopravvivere al viaggio e al campo di accoglienza, riuscendo con la sua profondità a fare breccia nel cuore delle persone intorno a lui e ritrovando l’affetto e l’umanità, valori che credeva perduti, nella famiglia che lo accoglie in affido, “la forma di amore più gratuita e rischiosa che esista.” (p. 132)

Una storia vera, intensa e commuovente, che offre tantissimi spunti di riflessione su un tema così attuale a controverso come quello dell’accoglienza dei migranti. Francesca Barra ci permette di conoscere da vicino la storia di un ragazzino che ha vissuto sulla sua pelle la paura, la frustrazione e la privazione a tal punto da decidere di compiere un viaggio così difficile. Una storia dolorosa e coinvolgente che affronta il tema della libertà di espressione, della possibilità di essere se stessi fino in fondo. Pagina dopo pagina, accompagnamo Remon nel suo viaggio doloroso, nella sua presa di coscienza, già così giovane, di quanto la vita possa essere difficile, di quanto e come gli uomini possano far soffrire i propri simili. Ma oltre le difficoltà, è bello scoprire in questo romanzo pagine cariche di speranza e umanità, valori che Remon trova proprio nel nostro Paese, l’Italia dalle mille contraddizioni ma del quale Francesca Barra ci mostra la parte migliore, fatta di calore e condivisione. L’autrice, con rispetto e semplicità, racconta le emozioni di Remon, i suoi sogni e le sue paure, il suo viaggio e la sua nuova vita, riuscendo, come afferma essa stessa, “a restituire speranza. A raccontare che i migranti non sono solo pericolosi. Non professano un’unica fede. Non sono tutti terroristi. Che ognuno ha la sua storia, non solo un numero con il quale sbarcare. E che con le storie si restituisce dignità e valore” (p. 146).

 Recensione di Chiara Barra

 


«Mi chiamo Remon. Sono un cristiano copto. Avevo quattordici anni quando sono arrivato in Italia a bordo di un barcone dall’Egitto. Da solo. Il mio viaggio in mare è iniziato il 6 luglio 2013, è durato centosessanta ore. E preferirei morire pur di non dover più compiere quel viaggio.»

Un popolo, quello dei migranti, che non ha nome né volto, che non ha il diritto di stare al mondo. I loro, sono occhi impauriti e raggrumati dietro una rete metallica, sono volti sporchi e consumati dalla fame e dalla sete, corpi sudici scavati e lordati dalle peggiori condizioni igieniche. No, non hanno il diritto di stare al mondo questi migranti. Sono animali rinchiusi in gabbia. No, peggio, per lo meno gli animali sono degni del più nobile rispetto, sono degni di cibo e acqua, di un posto dove dormire, di un’onorevole sepoltura. Il popolo dei migranti no. Il popolo dei migranti non appartiene né a specie umana, né a specie animale. Parlano le lingue dell’inferno, si ammassano, si infettano, annaspano. Rimandateli sui loro barconi, cosa vogliono da noi, prima gli italiani, vengono qua e vogliono privarci di tutto, del nostro cibo, del nostro lavoro, non diamogli niente, non guardiamoli in faccia, non rischiamo di incrociare i loro occhi perché a guardare bene, là in fondo, potremmo trovare qualcosa che ci assomiglia, accorgerci che sono esseri umani, proprio come noi.
Remon è il migrante numero 92 quando scende da quel barcone delle anime sporche, senza nome né storia. È un bambino egiziano, un giorno partito da solo dalla sua città, perché perseguitato a causa della sua religione: Remon è un cristiano copto e, dopo la Rivoluzione egiziana del 2011, quelli come lui hanno iniziato a essere perseguitati. Remon è il numero 92 di un barcone anonimo. Ancora l’ennesimo barcone che affolla i servizi del telegiornale all’ora di cena.
Remon è fuggito per cercare la libertà, per inseguire il suo sogno: diventare un ingegnere. Ma la libertà non sempre è gratuita. Lo è per noi, nati e cresciuti in un paese di pace, dove basta afferrarla, se la si vuole davvero. Eppure ci sono paesi in cui la libertà ha un prezzo altissimo: il prezzo di abbandonare la propria famiglia, il prezzo di sopravvivere alla nostalgia. Il prezzo di lasciare lingue e costumi conosciuti per approdare in terre nuove e sentirsi diversi. Il prezzo di un viaggio al limite dell’immaginabile. Il prezzo di arrivare dall’altra parte e di non sentirsi ancora liberi, perché diversi ancora una volta, perché brutti e sporchi, perché barbari, perché rozzi e incivili, perché musulmani, perché siriani, perché egiziani, nigeriani, senegalesi, libanesi...
Ma quanto costa, questa libertà? Remon, dall’esperienza dei suoi quattordici anni, ha intuito solo una piccola parte di quello che sarebbe stato il dolore di quel viaggio, ma non si è fatto spaventare. Per un cristiano copto vivere nell'Egitto musulmano oggi significa vivere nelle persecuzioni, nelle violenze quotidiane, nell’emarginazione. La scuola era diventata il suo peggior incubo perché lui, uno dei pochi cristiani in mezzo a una comunità musulmana, veniva denigrato ed escluso da tutti, persino dai professori che muovevano punizioni contro la sua persona fisica. Tenendo lontana la famiglia da questo dolore, Remon ha organizzato la sua partenza, di nascosto: ci sarebbe stato un posto per lui, da qualche parte nel mondo, in cui avrebbe potuto studiare come tutti gli altri, diventare l’ingegnere dei computer:

Restare avrebbe voluto dire vivere in un paese in guerra. Dove hai sempre la sensazione che la libertà sia altrove. E che tu non la conoscerai mai. Avrebbe voluto dire pregare in silenzio, perché qualcuno può tentare, come succedeva troppo spesso, di farti cambiare la tua fede.

La storia della traversata di Remon è la storia di altre migliaia di persone senza volto e senza nome. Un viaggio così mostruosamente inumano, che andrebbe vissuto da chiunque, anche solo per cinque minuti, per comprendere cosa significa essere nella condizione di bestie da macello, prima di aprire la bocca ai giudizi.
Per rimanere in vita durante questo viaggio, Remon si è aggrappato al pensiero della sua famiglia, all’odore delle spezie in cucina, ai momenti di gioco con il fratello, alle stelle che il mare nascondeva, ai delfini, al gusto che quel nome evocava dentro la sua bocca: libertà.
Ma quella di Remon è anche la storia di una nuova vita, ritrovata in Italia, la storia di un’accoglienza e di persone capaci di accettare, di andare oltre il giudizio e la diffidenza, di aprire la propria casa a un estraneo. Perché l’unica certezza che abbiamo, al di là della fede declinata in sfumature differenti in base alla cultura che ci è capitata per nascita, è che siamo tutti figli di una sola specie, quella umana, tutti fratelli di un solo paese, quello bagnato dal medesimo mare. Tutti occhi con la stessa pupilla, la stessa iride, la stessa retina. Gli stessi occhi che vedono come sia facile morire, la sera, in quel lontano telegiornale, davanti alle nostre minestre calde. E basterebbe guardare veramente per capire che dietro tanto accanimento c’è il grido di una disperazione così violenta da aggrapparsi con tutte le forze all’unica vita che abbiamo.

A cura di Wuz.it


Un brano dell'intervista di Wuz

WUZ:È stato difficile mantenere un distacco nella storia di Remon? Il tuo approccio è stato puramente giornalistico o hai messo anche qualcosa di personale nel racconto?

Francesca Barra: Il libro è raccontato in prima persona da Remon, per cui assolutamente non ho applicato, come in altre storie o in altre inchieste, il mio punto di vista. Questa è la storia di Remon che ho cercato di raccontare nella maniera più attendibile possibile. Nel mio approccio con Remon non potevo essere indifferente, certamente c’è un lato emotivo che mi ha toccato profondamente e spero contagi un po’ tutti nella sua umanità.

WUZ: Mi ha toccato molto l’aspetto di disumanizzazione che Remon ha incontrato sia durante il viaggio che nel centro di prima accoglienza, quando diventa solamente un numero. Come sei riuscita a rendere questa disumanizzazione?

Francesca Barra: È talmente forte la sua esperienza, è talmente vera e autentica che non ha bisogno neanche di immagini. Lui ci ha raccontato con l’onestà dei suoi anni uno spaccato di vita che nessun altro aveva raccontato prima. Sentirlo però dal punto di vista di un ragazzo così giovane tocca chiunque, non può lasciare indifferenti.

Recensioni dei clienti

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    cristina rossana

    22/07/2016 11.10.44

    La storia di Remon narrata da Francesca Barra è inizialmente terribile; nella prima parte infatti narra del viaggio via mare del ragazzo profugo dall'Egitto alla Sicilia, una testimonianza che rende consapevoli di cosa significa rischiare la vita pur di fuggire da un paese non libero, dove si viene perseguitati anche per la propria religione Remon è un cristiano copto). La vicenda prosegue poi felicemente, con la nuova vita di Remon e il suo incontro con una splendida coppia che decide di prendere il ragazzo in affido. Grazie a storie come questa possiamo ancora credere che il Bene trionfa, qualche volta, e che razzismo, pregiudizi e indifferenza sono meno diffusi di quanto crediamo.

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    Paola

    14/02/2016 08.32.58

    Una storia d'amore che sorride a coloro che conoscono il senso di un'accoglienza disinteressata,di una tenerezza che valica i confini delle diversità etniche e religiose

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