Il mare non bagna Napoli

Anna Maria Ortese

Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
Edizione: 1
Anno edizione: 2008
Formato: Tascabile
In commercio dal: 21/05/2008
Pagine: 176 p., Brossura
  • EAN: 9788845922855

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Recensioni dei clienti

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    Cristiano Cant

    02/05/2018 04:29:39

    Lucente e estrema in ogni suo lembo steso, buia, misera, Mater dolorosa e sinistra matrigna, più o meno questa la Napoli che brulica nelle pagine di questi racconti, finestre di impressionante verità. Basterebbe da solo un passo preso da 'Oro a Forcella', dove lo sfondo è San Biagio dei Librai, quartiere poverissimo: "Una miseria senza più forma, silenziosa come un ragno, disfaceva e rinnovava a suo modo quei miseri tessuti, invischiando sempre più gli strati minimi della plebe, che qui è regina". Sfondi e descrizioni quasi insopportabili nella loro amara potenza di immagini, superstizioni, trivio, occulto e lividi dentro la pancia di un cosmo unico al mondo, sventura e piaga, sconforto e bisogno. Ma è un cuore crivellato che mantiene lo stesso una forza stupenda nel suo mostrarsi senza veli, sgombro da ogni forma vezzosa, dai fasti di un passato regale, disfatto e tenero sotto gli occhi del poeta. Palazzo dei Granili svetta come un tremendo canto di povertà e di abbandono dove fame e servitù campeggiano come stemmi dell'umana dimenticanza, il lamento dell'anima. Così questo coro di novelle tenta di farsi evento, amore, lacrima, sforzo e tributo di una donna sotto le coltri di un mistero magnifico. Verranno non a caso echeggiate le esperienze intellettuali legate a quella terra, una ragione sempre smaccata sotto i tacchi di una natura "pronta a soffocare il dormiente se esso cerca di muoversi e accenni sguardi e parole che non siano quelle di un sonnambulo". Svetta una riflessione che è quasi un destino a un certo punto: "...l'antica impassibilità all'ingiuria e al dolore che formano l'essenza di Napoli. Non un fantoccio, ma un giustiziato". Eppure, fra lo sciacquio del mare sugli scogli, in qualche rada giuntura di quei vicoli infetti, la meraviglia abita ugualmente: "Gli smisurati incanti di Napoli non potevano trovare traccia su un cuore freddo. Napoli non aveva effetto su persone scarsamente umane". Scrittura altissima, impeccabile esperienza poetica.

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    MD

    11/04/2018 14:23:15

    Avevo seguito anche il precedente appuntamento, quello dedicato all’umbratile scrittore Tommaso Landolfi, un altro grandissimo del ’900 edito da Adelphi, e alla sua città d’origine: Pico; però, la puntata de “L’Altro ’900” del 9 aprile 2018, con al centro la figura luminosa e sfuggente di Anna Maria Ortese, è stata corredata di commenti davvero ben pensati e profondi, come forse solo due studiosi attenti alla realtà napoletana e alla scrittura ortesiana, come Silvio Perrella e Nadia Fusini, potevano osare. Belli pure i riferimenti alle copertine Adelphi con i quadri del settecentesco Thomas Jones, con quelle vedute di mura in rovina trasformate dal sole e dalla luce partenopea in momenti di totale levità, con frammenti di colore che, illuminato e battuto dal vento, manda piccoli fuochi fatui, stentorei tagli di luce, proprio come la prosa poetica di Anna Maria Ortese così fortemente aggettivata e musicale. Un tempo quasi immobile, irrevocabilmente inscritto in un suo tragico destino che è condiviso dalla città e dalla presenza del mare, il quale sembra lì per ricordare ai napoletani la legge suprema e rinnovantesi della metamorfosi, e risvegliare in loro il “demone conoscitivo” (S. Perrella). Da questa premessa è naturale evincere che la lettura dei racconti de “Il mare non bagna Napoli” (recentemente tradotti anche in inglese) non poteva più essere rimandata; e la consiglio a tutti coloro che già hanno apprezzato altre opere della O. o che vogliono cimentarsi con una nuova grande autrice. Viene ripetuto durante la puntata e ribadito nel finale; ma vorrei sottolineare l’idea di lettura-scrittura come “ritorno a casa”: un tornare a sé, all’uomo interiore che è nella natura della Ortese e dei suoi lettori, citando un passo analogo di Sandra Reberschak: «Tanti anni sono passati e io non ho smesso mai veramente di provare il vuoto incolmabile che mi dilaniava bambina, ma ho dovuto imparare a cercare altri rifugi, come quello della gratificante certezza delle parole».

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    Tito santoro

    10/08/2016 21:09:11

    Un libro senza un minimo filo logico. Una grandissima delusione. Io amo i libri su Napoli, ma sinceramente e' stato uno dei libri più brutti letti negli ultimi anni

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    An Tares

    30/07/2013 18:02:01

    Ho molto amato questo libro, tant'è che ne possiedo due edizioni. L'unica pecca è l'ultimo racconto, proprio non riesco mai a finirlo, mi annoia mortalmente e non capisco a cosa voglia arrivare la scrittrice. Ho letto tutti gli altri racconti due, tre volte anche, ma l'ultimo mai finito, eppure c'ho provato spesso. Di tutti, il migliore è certamente "Un paio d'occhiali" ma è anche un pugno allo stomaco che fa riflettere. Spero un giorno di poter riuscire a finire quel racconto che mi manca.

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    Anna

    23/01/2012 09:59:47

    Ha ragione Citati, è una discesa agli inferi che manca tuttavia completamente di poesia. Forse però, per discendere poeticamente negli inferi è necessario essere Tolstoj e l'autrice, bisogna dargliene atto, è ben consapevole di non esserlo.

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    Francesco D Addio

    17/02/2009 20:24:04

    E' un viaggio all'interno della coscienza critica di Napoli, vissuto in prima persona nella prima parte e mediato dall'incontro con intellettuali napoletani nella seconda. I racconti della prima parte sono molto belli, specialmente la descrizione della visita al quartiere dei Granili, autentica discesa nell'inferno del degrado umano; emerge, anche dalla descrizione dell'umanità degenerata che si riversa nei vicoli, la sensazione di una corruzione della natura umana, ridotta allo stato di "natura", in cui la "ragione" (rimanendo alla terminologia dell'autrice) non può trovare alcuno spazio, e soprattutto l'inevitabilità di questa condizione, esemplificata nell'inevitabile sconfitta intellettuale di chi cerca di opporvisi(indimenticabile la descrizione del Compagnone). Nella seconda parte, appunto, l'autrice descrive gli incontri con i principali scrittori napoletani del dopoguerra, che appaiono come figure fantasmatiche, prigioniere del loro destino, e che sembrano emergere dalle nebbie di una città irreale ed assurda.

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    ant

    13/02/2005 20:44:14

    Immagine tutt'oggi veritiera di Napoli rispetto a chi la vede tutta delinquenza, camorra e traffico

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    Bartolomeo Di Monaco

    14/05/2003 13:13:32

    Non è un caso che questo libro di sei racconti, dallo stile giornalistico e quasi sempre distaccato, si apra con la piccola Eugenia che, pressoché cieca, vede tutto appannato, indistinto, inciampa negli scalini, finché la generosa zia Nunziata non si decide – poveri come sono tutti quanti – a metter fuori le ottomila lire per l’acquisto di un paio di occhiali. Sono gli occhiali che inforca la nostra autrice per guardare Napoli: “Figlia mia, il mondo è meglio non vederlo che vederlo”; “tutto era coperto per lei da un velo sottile”; “il mondo, fuori, era bello, bello assai.” Credo di poter dire che la speciale miseria di Napoli che è rappresentata in questo libro, abbia la sua chiave di lettura nel primo racconto dal titolo “Un paio di occhiali”: è la miseria morale e materiale che si respira in quegli anni usciti dalla guerra, e più che la miseria di una città, sia pure emblematica come Napoli che la patì orrendamente, è la miseria di tutti quei gesti, quelle ambivalenze di parole e di azioni che generano solo incomprensione e oscurità, mentre, se si riuscisse a veder bene, ci si accorgerebbe che al di là di noi stessi la natura è pronta, al contrario, a condividere e a sorriderci: “si presentiva, là dietro, l’enorme festa della primavera.” Occhi speciali occorrono, dunque, perché non ci accada come a Anastasia Finizio, nel secondo racconto, che: “guardava giù, non riconoscendo quasi i luoghi e le persone.” C’è bisogno di lei in famiglia, del suo lavoro, per tirare avanti, e allora anche la madre s’adopera per ottenebrarle la mente, ostacolarle ogni illusione. Anche l’autrice, a Forcella, nel marasma di contraddizioni di quella strada dove i piccoli uscivano dai buchi dei marciapiedi come fossero topi e “il mare non bagnava Napoli”, in realtà non vedeva “nulla, se non un groviglio confuso di cose varie”. Si deve metter mano ad un lavoro di ripulitura accurata delle proprie lenti osservatrici e visionarie – e chissà se a qualcuno riuscirà mai - per estrarre dal groviglio di voci e di immagini che si accavallano e s

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