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Paolo Favilli

Editore: Franco Angeli
Collana: Saggi di storia
Anno edizione: 2006
Pagine: 336 p.
  • EAN: 9788846477606
L'ultimo libro di Favilli, studioso del socialismo e del movimento operaio, autore di una bella Storia del marxismo italiano. Dalle origini alla grande guerra (FrancoAngeli, 1996), si occupa di un tema spesso al centro di forti polemiche: la presunta egemonia della cultura marxista nell'Italia del secondo dopoguerra. Ricostruisce le vicende e i dibattiti della storiografia marxista italiana, sostenendo una tesi molto netta: nei primi decenni dell'età repubblicana quell'egemonia ci fu davvero, ma non derivava tanto dall'influenza del Partito comunista, quanto dal carattere innovativo e dal valore scientifico delle metodologie e delle categorie interpretative che si ispiravano al marxismo. Tant'è vero che, non appena il marxismo ha cessato di esercitare la propria influenza (a partire dagli anni novanta), la storiografia come strumento di comprensione dei processi di trasformazione sociale è entrata in crisi, aprendo la strada a quelle visioni della società, oggi dominanti (e riconducibili al "caleidoscopio" delle teorie postmoderne), secondo le quali "non [sarebbe] possibile produrre alcuna coerente e razionale spiegazione del cambiamento storico", e la storia si ridurrebbe a pura narrazione, a costruzioni e decostruzioni semantiche, a rapporti di forza tra esercizi retorici. E se il sapere storico appare gravemente indebolito, la causa sarebbe da individuare proprio nello smarrimento di quelle chiavi di lettura che il "marxismo" aveva saputo imporre.
Il marxismo, appunto. Una categoria tra le più ambigue e sfuggenti (Delio Cantimori diceva: "Non mi piace la parola marxismo, perché non è precisa"), soprattutto quando la si applichi in ambito storiografico. Eppure, argomenta Favilli, se è opera vana andare alla ricerca del "vero" marxismo, è indubbio che esso sia stato un "reticolo concettuale" capace di orientare il lavoro degli storici, anche assai distanti per interessi e orientamenti metodologici. In quella stagione e in quella temperie culturale il marxismo non aveva a che fare tanto con l'adesione a determinati canoni, quanto con la capacità di fare propri gli schemi interpretativi e le categorie d'analisi marxiane: i modi sociali di produzione, la lotta tra le classi, i rapporti della struttura economica con le forme giuridiche, politiche, culturali delle diverse società. Su quella stagione storiografica, e sull'opera di quanti ne furono protagonisti, il volume offre una documentazione molto ricca, collocandola inoltre nel contesto del dibattito internazionale. Il volume si fa inoltre apprezzare per l'ampiezza delle fonti e per lo scrupolo con cui esse vengono messe a confronto, in base al principio secondo il quale "le idee vanno trattate con la stessa acribia filologica dei fatti, perché le idee sono fatti".
Destano qualche perplessità, invece, alcune scelte di impianto generale. Stupisce che siano stati esclusi gli studi sul movimento operaio e socialista, "che pure sono stati luoghi frequentati in maniera tutt'altro che marginale dagli storici marxisti". Né convincono del tutto le spiegazioni dell'autore, che per un verso si appella a esigenze pratiche, mentre per l'altro afferma invece di aver "ritenuto centrale la dimensione dell'economia" o meglio "un sistema di relazioni con l'economia, più diretto, meno mediato" di quello presente in genere negli studi sul movimento operaio. Il che può essere del tutto legittimo, ma limita fortemente il campo d'indagine. Qualche perplessità nasce anche dal modo di affrontare alcuni nodi della ricerca marxista in Italia, a partire dal ruolo dell'eredità teorica di Gramsci e dal problema della formazione del capitalismo italiano. Le forti polemiche che, dalla fine degli anni sessanta, divisero gli studiosi sul rapporto con la dimensione etico-politica della riflessione gramsciana, o il giudizio sul processo di accumulazione originaria e sul "decollo" industriale, sono fortemente ridimensionate e in qualche caso addirittura eluse. Si ha l'impressione che Favilli tenda a sfumare tutti gli elementi di differenziazione interni agli studi marxisti, finendo per dipingere un quadro non del tutto convincente, ispirato qua e là a immagini tradizionali e "canoniche" (in particolare nel giudizio su Gramsci, dove arriva ad accreditare la discutibile tesi di Giorgio Lunghini, secondo cui "la teoria economica di Gramsci è la marxiana critica dell'economia politica").
Ma queste, sostiene Favilli, erano discussioni fra studiosi che usavano gli stessi concetti, la stessa "metodologia oggettivante". Né le cose cambiarono di molto, aggiunge, quando alcuni iniziarono ad avanzare l'esigenza di nuove metodologie: le vivaci polemiche attorno alla storia sociale, alla microstoria, alla storia di genere e a tutto quanto che, negli anni settanta, sembrarono mettere in discussione le fondamenta stesse della storia (comprese le prime teorizzazioni del linguistic turn), sono interpretate come differenziazioni interne a una disciplina che manteneva lo stesso statuto epistemologico. Il mutamento vero di paradigma sarebbe quello che è intervenuto dopo, per cause del tutto esterne. "Non ha niente a che vedere con il passaggio dal 'macro' al 'micro' o con il 'ritorno al racconto'", ma deriva dagli sconvolgimenti sociali e politici che hanno caratterizzato l'ultimo decennio del secolo scorso, sgretolando le basi materiali e intellettuali su cui poggiavano le grandi visioni del mutamento sociale. La storiografia, insomma, quel mutamento di paradigma lo ha subito e lo subisce, costretta a misurarsi con un senso comune per il quale "la società non esiste più, esistono solo gli individui". Può scegliere di adeguarvisi, o di resistere, ma non può (non dovrebbe) rinnegare gli strumenti analitici e interpretativi che in passato ne hanno fatto (e potrebbero tornare a farne) una delle forme più alte di conoscenza.
Alla dimensione della ricerca, il volume intreccia dunque una forte vis polemica e un pessimismo profondo per le prospettive degli studi. Atteggiamento comprensibile, ma che suscita più di un interrogativo. Che vi sia una tendenza a separare "da una parte la storia che accentua la sua dimensione 'linguistica' fino a identificare i contenuti con le forme della retorica, dall'altra l'economia che accentua il rigore logico-formale considerandolo come valore in sé, e che così si allontana sempre più dall'analisi sociale" è senz'altro vero. Così com'è indubbio che sia andata diffondendosi, soprattutto nei grandi mezzi di comunicazione, una "storia di tipo politicistico a sfondo retrospettivamente giudiziario", che non è più "uso pubblico" della storia, ma politica tout court (e neppure della più nobile). Il panorama della storiografia, tuttavia, non si esaurisce (per fortuna) in questi fenomeni, né mi sembra che si possa davvero parlare di un'egemonia delle teorie "postmoderne". Basterebbe forse allargare lo sguardo al quadro internazionale, dove le correnti di studi più care a Favilli (e a chi scrive) non sono poi così neglette, come può sembrare in Italia. Ma, soprattutto, siamo sicuri che non ci sia stato alcun rapporto tra il dibattito degli anni settanta e quel "mutamento di paradigma", intervenuto più tardi e dall'esterno? Gli storici possono davvero chiamarsi fuori da quanto è avvenuto, sul piano scientifico come su quello della trasmissione del sapere storico, dell'uso pubblico e politico della storia, dell'orientamento degli insegnamenti universitari, delle scelte dell'editoria?
Si tratta di questioni enormi, che in questo volume sono affrontate da un punto di vista specifico, ma che meritano di essere riprese e discusse su un piano più generale. Favilli ha gettato un sasso nello stagno. Non resta che aspettare e vedere sin dove arriveranno le onde.   Marco Scavino