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Traduttore: C. Previtali
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2010
Pagine: 292 p. , ill.

nella classifica Bestseller di IBS Libri - Fumetti e graphic novels - Storie vere e non-fiction

  • EAN: 9788806202347


“Insomma, non riesco neppure a dare un senso al rapporto con mio padre… Come posso dare un senso ad Auschwitz?... All’Olocausto?...”

È difficile commentare un’opera controversa come “Maus – Racconto di un sopravvissuto”, un graphic novel che nell’America degli anni Ottanta si permise di parlare dell’Olocausto. Ai tempi alcuni artisti d’avanguardia usavano il fumetto come medium, ma per il pubblico e l’ambiente accademico i comics erano un mezzo di intrattenimento infantile e superficiale. Poteva essere un flop clamoroso, poteva essere tacciato di mancanza di rispetto per le vittime della Shoah, invece divenne un successo: nel 1992 fu il primo graphic novel a vincere il premio Pulitzer.

L’idea base di “Maus” è rivoluzionaria: raccontare l’Olocausto non solo tramite disegni, ma attraverso animali antropomorfi. Gli ebrei sono topi, i polacchi maiali, i tedeschi gatti, gli americani cani. Ma il problema dell’identità culturale è complesso, lo stesso autore se ne rende conto. Da qui la sua indecisione su come disegnare sua moglie, Françoise: una rana francese o una topina ebrea, essendosi lei convertita? E nel campo di concentramento suo padre incontra un ebreo che sostiene di essere un tedesco: forse era davvero un gatto, ma in quel momento i suoi aguzzini lo vedevano solo come un topo.
L’opera è divisa in due volumi, dagli evocativi titoli di “Mio padre sanguina storia” e “E qui sono cominciati i miei guai”. La prima parte tratta della vita del genitore dalla giovinezza fino alla deportazione ad Auschwitz. Nella seconda il padre racconta la sopravvivenza nei campi di concentramento, il ricongiungimento con la moglie, il viaggio in America.

L’opera è d’ispirazione autobiografica: l’autore, Art, è uno dei personaggi principali di “Maus”. La vicenda comincia con una visita di Art al padre, Vladek, che non vede da molto. Dopo qualche pannello che con poche rapide pennellate ci descrive il carattere difficile di Vladek e la convivenza poco armoniosa con Mala, sua seconda moglie, Art comunica al padre la sua decisione di disegnare un libro su di lui.
Vladek non ne è convinto, ma inizia comunque a raccontare com’era la sua vita nella Polonia degli anni Trenta: il lavoro, le ragazze, l’incontro con la madre di Art, Anja. Vladek chiede che Art non scriva su nulla di tutto ciò: non ha niente a che fare con Hitler o con l’Olocausto, è solo la sua vita privata. L’autore ribatte che è proprio questo che sta cercando: materiale umano, reale. Vuole raccontare com’è andata veramente la vita del padre, non scrivere un libro astratto su sopravvissuti dell’Olocausto in generale. In effetti i personaggi ci appaiono vivissimi, nelle loro speranze e nelle loro debolezze. Vladek sposa la milionaria Anja anche per calcolo, la moglie è mentalmente fragile, la famiglia di lei si mostra cieca alle necessità della guerra. Lo stesso autore si disegna in modo impietoso: a tratti insensibile ed esasperato nei confronti del padre, scosso dal successo della sua stessa opera, in cura da un’analista, geloso in modo irrazionale del fratello morto durante la guerra. La difficile situazione polacca ci viene narrata in modo preciso, come poche altre opere sono state in grado di fare: la tensione secolare fra ebrei e polacchi, la spartizione dopo la conquista nazista, l’organizzazione dei ghetti, gli atroci inganni dei nazisti.

La complessità dell’opera è palese fin dalla sua organizzazione temporale: la narrazione si divide fra il racconto di Vladek al figlio e la loro vita nell’America degli anni Settanta. Così pannelli su camere a gas sono seguiti da disegni di passeggiate in quartieri tranquilli, la lotta disperata per la sopravvivenza si affianca alle lamentele futili dell’ormai anziano sopravvissuto. D’altra parte lo stile minimalista ma intenso, l’attenzione per i dettagli, la resa del parlato di Vladek (fluente in polacco o tentennante in inglese), tutto concorre a testimoniare la cura che l’autore ha riservato alla sua opera.

A più di venticinque anni dalla sua pubblicazione, “Maus” si conferma un capolavoro del post modernismo, un graphic novel di rara maturità artistica, uno sguardo anticonvenzionale e paradossalmente realistico all’Olocausto.

Recensioni dei clienti

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    paolo

    31/01/2016 21.02.35

    Lo conoscevo di fama, nientemeno come uno dei maggiori testi di fiction (mai il termine è stato così poco efficace) sull'olocausto, quindi ero pronto al l'entusiasmo o alla delusione cocente, di certo non alla mediocrità. Dopo i primi capitoli l'italiano zoppicante (tradotto dall'americano-yiddish-polacco) di Vladek mi affaticava, l'animalizzazione dei personaggi mi sembrava pretestuosa quanto quella di Orwell nella Fattoria, il disegno fitto, nero e pianeggiante delle pagine mi pareva appesantire un po' troppo la lettura. Invece con il procedere della lunga storia dell'indistruttibile e insopportabile Vladek Spigelman sono entrato sempre più nel racconto, nel l'orrore di quella ineluttabile normalità che è stato il procedere del nazismo verso lo sterminio. Raccontata da un uomo moralmente mediocre come Vladek, che è terribilmente avaro, razzista, egocentrico, la shoah assume contorni ancora più orribili, ed è umanissimo lo smarrimento dell'autore Art, figlio di Vladek, che a quanto pare non si è più ripreso dalle fatiche psichiche che la stesura ha comportato. Non è retorico, davvero non lo è, chiedersi alla fine: come è potuto accadere? È ancor di più, come hanno potuto sopportare, i sopravvissuti, il ritorno alla normalità? Anja, la madre di Art, non ha saputo sopportarlo....

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    mariateresa radogna

    27/10/2013 11.14.18

    "Mio padre sanguina Storia". Questo sottotitolo è il senso ultimo di questa graphic novel! Un senso che pare proprio essere sfuggito ai detrattori che si appellano al"littering di un solo tipo e anonimo" e alla "narrazione lenta e monotona". Quanto al littering anonimo ritengo sia un espediente mirato a far cogliere la spersonalizzazione avvenuta nei campi; la non differenziazione tra il tempo del ricordo e quello del presente è altrettanto metaforica: chi si porta addosso un simile orrore ha la percezione di un infinito e dilatato presente di atrocità con cui convivere giornalmente. La lentezza della narrazione è tutt'uno con la fatica del ricordo che deve farsi racconto. Strepitosa la metafora dell'insetto ucciso col DDT, a ricordare come sia sbagliato sacralizzare le vittime, che erano uomini e donne coi loro difetti e le loro paure, esattamente come tutti,e come tutti soggetti a commettere errori. Dunque non di razzismo di ritorno si tratta, ma della presa in carico della propria sofferta umanità. Il sopravvissuto non è un eroe, ma un uomo come tanti, che ha avuto la ventura di stare tra i salvati e non i sommersi, e che giornalmente deve barcamenarsi tra le proprie certezze sgretolate e l'urgere della vita. E' la fatica della normalità quella che qui viene raccontata, mentre si sanguina storia! E' uno straordinario tentativo di raccontare scegliendo una veste insolita e sicuramente perturbante!!!! Qualcosa con cui doversi misurare sicuramente, possa o no piacere.

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    Lorenzo Panizzari

    03/09/2012 14.10.58

    L'ho letto per la sua fama, ma ne sono rimasto molto deluso. Fumettisticamente scarso per grafica ed impaginazione: vignette a tratto spesso, disegni piccoli e saturi, uso/abuso di nero pieno e linee fitte/incrociate per riempire di tutto e creare atmosfera cupa; tavole statiche, troppo regolari per dimensioni ed allineamento; narrazione lenta e monotòna (tutto allo stesso livello emotivo), littering di un solo tipo ed anonimo caratterizza il passaggio presente-ricordo. Curioso l'abbinamento animali/popoli, ma a differenza degli animali utilizzati l'uomo è "una" razza e la trovata lascia il sapore del razzismo di ritorno (inconscio?) da parte della vittime. La ricerca di proprie radici attraverso quelle del padre, l'ebreo stereotipato (padre avaro e figlio settario), la prima moglie mitizzata che aleggia per il racconto, la seconda come surrogato e svilita, la gravità per Vladek dei banali problemi del presente contrapposta alla normalità narrativa del tragico passato, qualche guizzo ironico nel finale (racconta del gas per gli ebrei e poi l'insetto ucciso con il ddt, il figlio diventa fisicamente bambino con il terapeuta e di fronte ad alcuni problemi) ecc ecc: trucchetti insufficienti a sollevare l'opera dalla bassa mediocrità. Non tutto ciò che parla della shoah deve essere importante (pena l'essere tacciati di antisemitismo): gli eventi sono stati tragici, ma la loro condanna, il rinnovarne il ricordo perché non si ripetano e la partecipazione emotiva, non bastano a fare un capolavoro del fumetto o dell'impegno civile. Ed infatti questo non lo è. Qual'è l'obiettivo del lavoro: la somatizzazione dell'autore o ricordare al mondo? Se è il primo ok, ma è personale e lascia il tempo che trova; se è il secondo, allora molto meglio affidarsi a Shindler's List o Exodus o La freccia del tempo.

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    monica

    15/02/2012 07.47.06

    Graphic novel che narra la tragedia dell'Olocausto raccontata dal figlio di un sopravvissuto ad Aischwitz. Dall'inasprimento delle condizioni di vita degli ebrei negli anni precedenti lo scoppio della guerra fino ad arrivare ad uno spaccato molto chiaro della vita dei deportati nei Lager di sterminio. Padre e figlio che parlano che si raccontano ma hanno uno stile di vita ben diverso, il padre e' un reduce dagli orrori del nazismo e manifesta in ogni suo gesto questo suo passato angoscioso imponendolo alla famiglia, il figlio si rende conto che le barbarie subite da questi sopravvissuti si estendono fino alla sua generazione. Gli ebrei sono disegnati come topi proprio come li rappresentava la propaganda nazista, i nazisti come i gatti che in realta' sono i predatori dei topi per antonomasia. Un bel libro, leggero e scorrevole fatto solo di dialoghi che esprimono in modo evidente cosa rappresentava essere ebreo negli anni bui del nazismo e le sue conseguenze.

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