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Memoria del limite. La condizione umana nella società postmortale
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Descrizione


È a partire dalla coscienza della morte che l'uomo si comprende e si relaziona al mondo e agli altri. Perché proprio nel porre un limite alla vita, la morte le dà forma e possibilità di senso. Solo ciò che muore è vivo, mentre ciò che non muore, neppure vive. La certezza della morte (incerta omnia, sola mors certa, nelle parole di sant'Agostino), da sempre alla base della cultura umana, è oggi posta radicalmente in discussione in Occidente, in quella che i sociologi chiamano la società postmortale, una società insofferente dei limiti, che grazie alla tecnica e al progresso medico tenta di far indietreggiare la morte, di intervenire sulle sue cause, di modificarne le frontiere, di spingere sempre oltre i limiti della longevità umana. Davanti allo scenario di un'umanità che può pensarsi a-mortale, Luciano Manicardi si interroga sulle conseguenze di questa rimozione. Che cosa è diventata la morte? Ma soprattutto chi siamo diventati noi, se la morte non è più memoria del limite? Non c'è il rischio che nutrendo il sogno dell'onnipotenza l'uomo contemporaneo si trovi ancora più solo e smarrito di fronte alla morte? Proprio a questo crocevia occorre recuperare la sapienza che nasce dal riconoscimento del limite, non solo come fine, ma anche come confine, soglia, e dunque possibilità di un nuovo inizio.
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Dettagli

2011
2 dicembre 2010
144 p.
9788834320129

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Aurelio Piscardi
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Contro la tentazione diffusa di ritenere lecito tutto ciò che è tecnicamente possibile, anzi di non porsi nemmeno questioni su ciò che e lecito oppure no, Manicardi ci ricorda che siamo limitati, non tutto ci è possibile e non tutto ci è lecito. Questo vale per l'eutanasia, la fecondazione artificiale, l'aborto etc. Non per il fatto di essere possibili, diventano automaticamente leciti. Rimangono oggettivamente illeciti.

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alida airaghi
Recensioni: 5/5

Il limite di cui si parla in questo libro intelligente e documentatissimo di Luciano Manicardi è,ovviamente, "il limite invalicabile e ineludibile della condizione umana", la morte. Nel mondo contemporaneo la morte, come la malattia e l'invecchiamento, è divenuta fenomeno da esorcizzare o addirittura negare, usando stratagemmi di rimozione (chi si veste a lutto,oggi? Chi scrive la parola morte nei necrologi? E i funerali vengono trasformati in happenings di celebrata individualizzazione,i corpi igienicamente cremati,le agonie vissute asetticamente e solitariamente negli ospedali..),o demandando alla scienza -nelle sue branche della farmacologia,della biotecnologia,dellaa genetica- il compito faustiano di prolungare la vita indefinitamente,oltre la sua conclusione naturale. Un sogno di immortalità che assolutizza il presente, nella ricerca narcisistica di vivere sempre, e sempre giovani e sani, con la convinzione egoistica della propria insostituibilità. Se nel corso del XX secolo il mondo occidentale ha guadagnato circa 30 anni di speranza di vita alla nascita, l'ha fatto anche a discapito di chi muore di fame,epidemie,guerre e catastrofi naturali senza possibilità di progettarsi un futuro; se da noi si rincorre il mito della prestanza estetica, della vitalità sessuale,del successo economico fino alla vecchiaia, in un'assurda negazione del concetto di limite, altrove la morte continua a imperare come livellante ingiustizia. Manicardi,ricordando che in ogni società primitiva esistevano riti funerari, e che da sempre l'umanità ha messo in atto strategie di immortalità (religiose,politiche,generazionali)nel tentativo di vincere la morte, stigmatizza l'ottusità della società postmortale in cui viviamo,sottolineando che l'uomo è molto più che la sua dimensione biologica, e deve pertanto ritrovare la concezione del corpo come relazionalità,"disponibilità a lasciarsi alterare nell'incontro con il prossimo e con il mondo", accettazione del confine, e quindi della fine.

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