Il mestiere dello scrittore

Haruki Murakami

Traduttore: A. Pastore
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 14/02/2017
Pagine: 186 p., Rilegato
  • EAN: 9788806232146
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    Grazia

    07/11/2017 12:08:44

    Ho letto in un giorno, con la complicità di una domenica di pioggia, "Il mestiere dello scrittore", una sorta di sincera e amichevole - verso il lettore - autobiografia letteraria e intellettuale dalla quale emergono sia lo scrittore che parla del suo lavoro con semplicità e modestia (forse in forma anche troppo dimessa), che l'uomo Murakami: schivo, gentile, mite, assai lontano dallo stereotipo del genio tutto arroganza e sregolatezza. Più frequentemente infatti, mi è capitato di imbattermi nel contrario: libri di cui mi sono innamorata e autore odioso. Alla fine della lettura fa persino un po' pena, specie quando riferisce, senza alcun astio, come se non ne capisse il motivo, le critiche e le denigrazioni, anche violente, subite nel proprio Paese e a causa delle quali, in più occasioni, ha preferito risiedere all'estero. Dopo aver strapazzato 1Q84 in un'altra recensione, mi sono sentita quasi in colpa, come se lo avessi offeso personalmente. É un mio coetaneo, siamo nati nello stesso anno e nello stesso mese, a tre giorni di distanza: questa è una delle ragioni per cui ho compreso e condiviso, per averle viste o vissute, alcune delle cose che dice. È una lettura nel complesso piacevole, anche se non imperdibile, come si usa dire ora con una detestabile parola.

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    AdrianaT.

    14/06/2017 08:39:36

    Sembra che ti racconti la storia dei sette nani; un Murakami-pensiero davvero povero di forma e contenuto. Scrittura, argomentazioni e conclusioni semplicciotte attraverso le quali ti racconta come è diventato scrittore, e mi si è ficcato in testa il dubbio se lo sia mai diventato realmente, uno scrittore. Considerazioni esistenziali fondamentali del tipo: "Ah, la vita passa dunque così, in un attimo?" nonché "Se son rose fioriranno" - da tramortire persino Rosanna Lambertucci. Ho letto parecchio di Murakami, e qualche titolo mi era anche molto piaciuto (a dirla tutta, con 'L'uccello che girava le viti del mondo', qualcosa aveva cominciato a girarmi storto), ma il suo approccio alla letteratura, come gli excursus su musica e pittura in questo puerile e slavato temino da liceo, mi comunicano forte la sensazione di aver preso lucciole per lanterne e che quello che mi era piaciuto di lui si risolve in un sua botta di culo da amatore e in una mia 'bota de mona' da neofita. Ma non è mia intenzione esprimere una livida e perentoria stroncatura: lui ha fatto bene a scrivere quello che ha scritto e come l'ha scritto, considerato il fatto incontrovertibile che si è rivelato un mestiere proficuo in tutti i sensi; sta solo a me decidere se valga o meno la pena continuare a seguirlo, magari tralasciando i suoi saggetti all'acqua di rose e accordargli, in onore dei bei tempi, ancora un paio di romanzetti - vedremo...

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    Gian Luca Rib

    21/03/2017 17:52:30

    Premetto che , post lettura, lo avrei intitolato La scrittura secondo me, o La mia scrittura. Scrittore come professione, divenuto Il mestiere dello scrittore, è un collage di cose più o meno note di Murakami Haruki. Alcune pagine le ricordavo, identiche, per averle lette nella prefazione di Vento e Flipper. Altri punti erano stati toccati in L'arte di correre. Di Murakami ho letto tutto, dai singoli racconti alle raccolte fino a tutti i romanzi. Tutto. Per questo, essendo un lettore fedele dell'artista giapponese, il libro mi è piaciuto ma non totalmente. Per mio gusto personale, ci sono punti maggiormente riusciti, più godibili. Sarà che, come detto, non vi ho trovato molte cose nuove. Sarà pure che, in altre occasioni, nei rari incontri concessi al pubblico, era stato anche più diretto. Lo amo, molto, per il suo voler essere scrittore. Lo apprezzo nonostante, o anche per, il non voler incontrare ,se non in rare occasioni, più estere che in Giappone, i suoi lettori/ammiratori. Non è convenzionale, certamente. Non è semplice, ma non vuole esserlo perchè, in realtà, non gli interessa. Il rapporto con i lettori è attraverso l'arte. Scrittore e lettori, collegati attraverso i libri in un reciproco rispetto. Le parole si trasformano in radici, fonde. Tornando al libro in questione, c'è veramente poco/pochissimo per chi voglia di cimentarsi con la scrittura. I consigli non sono molti. Rispetto agli ultimi libri di Murakami Haruki editi da Einaudi , stavolta il tomo vale la somma richiesta. Non ci saranno tavole ad abbellire il testo, ma è un buon libro. Non che gli altri non lo fossero, ma 15 euro per poche decine di pagine, mi è sempre parso esagerato. Anche a fronte delle numerose e , si, belle tavole. Lo consiglio, questo Il mestiere dello scrittore, a chi ama Murakami Haruki.

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    giulia

    21/02/2017 10:22:24

    Magnifico Murakami Haruki, qualsiasi cosa scriva. Splendido poter entrare nella sua narrazione così intimamente. Forse troppo. Ecco, il limite di questo libro (comunque necessario per tutti i lettori che l'hanno amato) è proprio questo. Murakami è uno scrittore misterioso, un surrealista della letteratura, ed avvicinarsi così tanto alla sua creatività può farle perdere un po' del suo fascino. Lettore avvisato...

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Le prime pagine del libro

I. Lo scrittore è una persona generosa?L’argomento «romanzo» è talmente complesso, talmente sconfinato, che preferisco parlare del romanziere. Mi sembra un discorso piú concreto, piú chiaro da riconoscere, e forse relativamente piú facile da portare avanti.
Se devo essere sincero, non si può proprio dire che i romanzieri − la maggior parte di loro, per lo meno − abbiano un buon carattere o una visione particolarmente lucida della vita. Inoltre, anche se non dovrei troppo strombazzarlo in giro, il piú delle volte hanno stili di vita eccentrici e abitudini di cui non andare particolarmente fieri. Che lo dicano o meno, poi, i romanzieri (forse il novantadue per cento di loro, me compreso), sono convinti di essere sempre nel giusto, qualunque cosa facciano o scrivano. Hanno scarsa considerazione degli altri scrittori e nelle loro scelte quotidiane, a parte qualche raro caso, si attengono a quest’idea. Chi vorrebbe avere degli amici o dei vicini di casa del genere? Non molta gente, per usare una litote.
Talvolta sento parlare di scrittori legati da una sincera amicizia, ma onestamente non ci credo molto. Non devono essere rapporti tanto intimi e duraturi, tranne qualche caso eccezionale. Gli scrittori sono fondamentalmente delle persone egoiste, troppo orgogliose e con un forte spirito di rivalità. Se mettete insieme due scrittori, è piú facile che non vadano d’accordo piuttosto che il contrario. Io stesso ho fatto quest’esperienza non so quante volte.
Per citare un esempio famoso, durante una serata che si svolse a Parigi nel 1922, Marcel Proust e James Joyce si trovarono seduti alla stessa tavola. Erano vicinissimi, eppure non si parlarono quasi. Tutti gli altri convitati li tenevano d’occhio trattenendo il respiro, curiosi di sapere cosa si sarebbero detti i due scrittori piú rappresentativi del ventesimo secolo; invece la cena terminò senza che, praticamente, i due scambiassero una parola. Forse per eccesso di presunzione. Succede spesso.
Però i romanzieri non hanno la tendenza a escludere i nuovi arrivati dal proprio campo professionale − in altre parole, non hanno senso del territorio. Anzi, a questo riguardo sono ben piú indulgenti e generosi di tante altre persone. E questa mi pare una bella qualità che li accomuna.
Cercherò di spiegarmi in maniera un po’ piú concreta e comprensibile.
Prendiamo un romanziere che abbia una bella voce e che, a un certo punto, decida di esordire come cantante. Oppure che ami la pittura e si metta a dipingere. Incontrerà sicuramente delle resistenze, verrà deriso e ridicolizzato. Tutti diranno: «Si è montato la testa e ha finito per strafare», oppure: «È un dilettante, non ha né talento né tecnica», e cantanti e pittori professionisti lo guarderanno con diffidenza. Probabilmente verrà accolto malissimo, e comunque quasi mai con calore. Nessuno gli dirà: «Bravo, benvenuto fra noi!», al massimo otterrà questo risultato solo in piccoli ambienti, e comunque molto di rado.
Venendo al mio caso, sono trent’anni che, oltre a scrivere romanzi, traduco letteratura anglo-americana. All’inizio però (e può darsi che sia ancora cosí) mi piovevano addosso critiche feroci. «La traduzione non è una cosa semplice, alla portata di un dilettante», pare che si dicesse da piú parti riferendosi a me. «La traduzione per uno scrittore è un passatempo nocivo».
Inoltre, quando ho pubblicato Underground, ho avuto recensioni severissime da parte degli scrittori di non-fiction. Critiche di ogni tipo: «Non conosce le regole della non-fiction», «Una cosa strappalacrime di basso livello», «Un improvvisatore superficiale». Quello che volevo fare io, però, non era scrivere non-fiction, ma, piú precisamente, «qualcosa che non fosse fiction»: cioè un’opera che non fosse inventata. Il risultato è che volente o nolente ho pestato i piedi ai guardiani del tempio della non-fiction. Non sapevo nemmeno che esistessero, non mi era mai venuto in mente che in questo genere letterario ci fossero regole tanto rigide, e all’inizio sono rimasto spiazzato.
Come ho detto, quando si cerca di entrare in un campo che non è il proprio, qualunque esso sia, non si è visti di buon occhio dalle persone che vi appartengono, e che tendono a impedirne l’accesso, come i globuli bianchi cercano di eliminare dal corpo i microorganismi estranei. Poi queste stesse persone finiscono per accettare tacitamente chi insiste imperterrito e ammetterlo fra i propri ranghi − con l’aria di dire: «Cosa ci possiamo fare?» −, ma per lo meno all’inizio sono molto diffidenti. Piú un campo è ristretto, specialistico e prestigioso, piú l’orgoglio e l’esclusivismo sono forti e cresce la resistenza ad accogliere gente nuova.
Al contrario, ad esempio, se un cantante o un pittore, oppure un traduttore o un autore di non-fiction, scrivono un romanzo, i romanzieri ne saranno contrariati? No, non credo affatto. Anzi, succede spesso che i romanzi scritti da cantanti, pittori, traduttori e saggisti vengano apprezzati e lodati. Non succede mai che un romanziere affermato si adombri e dica di una di queste persone: «È un dilettante che si è divertito a scrivere». Né si permetterà di lanciare accuse, sbeffeggiare o insultare, nulla del genere mi è mai arrivato alle orecchie. Al contrario, mostrerà curiosità verso chi scrive pur non essendo del mestiere, e se si presenterà l’occasione di incontrare questi esordienti, parlerà con loro di narrativa, a volte proverà persino il desiderio di incoraggiarli.
Naturalmente è possibile che dietro le spalle li critichi, è normale, ma è una cosa che capita a tutti gli scrittori; insomma è un comportamento usuale che non prende di mira solo chi non appartiene al settore. Ai romanzieri si possono attribuire tanti difetti, ma sono generosi e indulgenti nei confronti di chi desidera metter piede nel loro territorio.
Questo, però, perché succede?
Per me la risposta è chiara. Quasi chiunque, se desidera scrivere un, diciamo cosí, romanzo − «un, diciamo cosí, romanzo» è un’espressione piuttosto aggressiva, lo so −, può farlo. Ad esempio, per diventare pianista o ballerina è necessario esercitarsi severamente fin dalla tenera età. Anche un pittore deve acquisire alcune conoscenze e alcune tecniche specialistiche di base. Deve comprare un certo numero di utensili. A un alpinista occorrono un coraggio e una forza fisica fuori dal comune.
Prendiamo invece il romanzo: basta procurarsi una biro e un quaderno, scrivere delle frasi (quasi tutti i giapponesi sanno scrivere), e se si ha una certa capacità di inventare delle storie, in qualche modo si riesce a buttar giú qualcosa, senza bisogno di allenamento professionale. Qualcosa che bene o male prenderà la forma di un romanzo. Non è necessario aver frequentato Lettere all’università. Non sono richieste conoscenze specifiche.
Se l’autore ha un po’ di talento, non è impossibile che scriva un’opera di valore fin dall’inizio. Ho qualche remora a portare ad esempio il mio caso, ma, per quel che mi riguarda, non ho mai seguito corsi di scrittura creativa. È vero che all’università ero iscritto all’indirizzo «Cinema e teatro» di Lettere, ma i tempi erano quelli che erano e non ho studiato quasi niente, mi limitavo ad aggirarmi per il campus conciato come un barbone, con i capelli lunghi e mal rasato. Non avevo alcuna intenzione di diventare uno scrittore, né mi esercitavo a farlo. Un giorno mi è venuto in mente di scrivere Ascolta la canzone del vento − il mio primo, diciamo cosí, romanzo − e mi sono visto attribuire il premio per esordienti di una rivista letteraria. Dopodiché sono diventato uno scrittore di professione, senza sapere bene come. «Ma è cosí semplice, non ci sono problemi?», mi chiedevo io stesso con una certa perplessità. Perché è stato tutto veramente troppo facile.
Nel leggere queste parole, qualcuno penserà irritato: «È questa l’opinione che ha della letteratura?» Eppure mi limito a descrivere la realtà dei fatti. La narrativa, per quanto se ne dica, è senza possibilità di dubbio una forma espressiva estremamente estesa. E secondo me questa sua caratteristica − l’estensione − è strettamente legata all’energia grande e semplice che sa infondere. Di conseguenza dire «Chiunque può scrivere un romanzo», dal mio punto di vista, non è un insulto nei confronti di questo genere letterario, ma piuttosto una forma di elogio.
Insomma, la narrativa è come un ring di lotta libera sul quale può salire chiunque lo desideri. La distanza fra le corde è grande, c’è una comoda scaletta a disposizione. Il ring stesso è piuttosto vasto. Non ci sono guardiani che cerchino di impedirvi l’accesso, l’arbitro non è severo. Lo spirito è questo. I lottatori già sul ring − in questo caso gli scrittori − fin dall’inizio sono piú o meno rassegnati alla facilità con cui si entra in campo. Un campo aperto, agevole, versatile, e anche approssimativo.
Tuttavia, se salire sul ring non presenta particolari problemi, restarci a lungo è una faticaccia. Questo i romanzieri lo sanno bene. Scrivere un romanzo o due non è poi cosí difficile. Ma pubblicarne molti, mantenersi con la propria scrittura e sopravvivere in quanto romanziere, è tutto un altro paio di maniche. Un’impresa dura, non alla portata di tutti. Un’impresa − come dire? − che richiede qualcosa di speciale. Un certo talento e una certa fermezza sono necessari, è ovvio. E come in ogni cosa della vita, anche la fortuna e le opportunità hanno la loro importanza. Ma in piú occorre una capacità specifica. C’è chi ce l’ha e chi no. Chi ne è dotato per natura, e chi l’ha acquisita per essersi sforzato anima e corpo.
Di questa particolare capacità non si sa molto, né se ne parla apertamente. Perché non è qualcosa che si possa visualizzare o verbalizzare. I diretti interessati però sanno bene − è un concetto che hanno assimilato − quanto sia difficile sfornare un romanzo dopo l’altro.
Per questo motivo i romanzieri sono piuttosto indulgenti e generosi verso chi, pur venendo da un altro campo professionale, passa sotto le corde per fare il suo debutto sul ring della narrativa. «Prego, accomodatevi», è questo l’atteggiamento che assume la maggior parte di loro. Non se la prendono con i nuovi venuti. Se un esordiente abbandona il ring o viene buttato fuori (è quello che succede nella maggior parte dei casi), avranno parole di consolazione − «Mi dispiace», «Fatti coraggio» −, ma per colui o colei che ce la mette tutta e riesce a restare in campo, avranno il massimo rispetto. Perché il rispetto lo nutrono in maniera equa e imparziale (in teoria).
La relativa generosità mostrata dai romanzieri è forse legata al fatto che il campo letterario non è una società a somma zero. Se un esordiente vi fa il suo ingresso, questo non comporta che uno scrittore già presente sulla scena debba uscirne. Per lo meno, non è qualcosa che succeda in forma esplicita. In questo consiste la differenza con il mondo dello sport professionistico. Nello sport, quando un nuovo campione entra a far parte di una squadra, a un veterano o a un principiante che non si fa onore verrà rescisso il contratto oppure gli toccherà essere confinato ai margini, ma nel mondo della letteratura questo non accade mai. Né le vendite di uno scrittore diminuiscono perché un collega ha venduto centinaia di migliaia di copie. Al contrario, il successo di un esordiente infonderà nuova energia a tutta la narrativa, e il campo professionale nel suo insieme ne trarrà beneficio. A volte funziona proprio cosí.
Eppure, nonostante tutto, quando si cerca di resistere a lungo sul campo, sembra che abbia luogo una sorta di utile selezione naturale. Per quanto vasto sia il ring, probabilmente solo il numero di persone adeguato può restarvi sopra. È questa l’idea che mi sono fatto guardandomi attorno.
Sono ormai piú di trentacinque anni che scrivo, che faccio la vita dello scrittore di professione. Che resisto su quel ring che è il «mondo letterario», e che «mangio grazie alla mia penna», per usare un’espressione d’altri tempi. Posso dire che è già un risultato.
In questi trenta e rotti anni, ho visto molte persone fare il loro debutto come romanzieri. La maggior parte di loro sul momento ha avuto ottime recensioni. Ha ricevuto le lodi dei critici e diversi premi letterari, è stata sulla bocca di tutti, e ha venduto bene. Erano delle promesse per il futuro. Insomma, sono salite sul ring sotto la luce dei riflettori, al suono di una musica trionfale.
Tuttavia, degli scrittori che hanno esordito venti o trent’anni fa, quanti vengono ancora pubblicati? Non molti. Anzi, a dire la verità, pochissimi. Per lo piú sono quietamente scomparsi nell’indifferenza generale. Oppure − ed è la stragrande maggioranza dei casi − hanno rinunciato a scrivere romanzi, o si sono stufati e sono passati a un altro campo letterario. Le loro opere − che all’epoca erano sotto i riflettori, oggetto di conversazione generale − attualmente è difficile trovarle in una comune libreria. Il numero dei romanzieri non ha limiti, ma lo spazio nelle librerie sì.