La mia vita di uomo

Philip Roth

Traduttore: N. Gobetti
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2011
Pagine: 374 p., Rilegato
  • EAN: 9788806205140
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    Giuseppe Russo

    10/02/2014 17:46:38

    Scritto 40 anni fa, e forse parzialmente datato per la presenza eccessiva di archetipi freudiani, questo durissimo romanzo di Philip Roth può essere considerato un ottimo esempio di risposta negativa alla domanda: «Ma davvero dobbiamo avere sempre compassione per i personaggi dei drammi psicologici?» Peter Tarnopol, malriuscito narratore che vorrebbe incarnare la nuova generazione di scrittori ebrei americani cresciuti durante la Seconda guerra mondiali ma diventati adulti nel periodo del boom economico, è un concentato di sindromi classiche: angoscia da castrazione, delirio narcisistico, Edipo parzialmente irrisolto, vuoto di autorità paterna etc. Ha bisogno di una donna che lo faccia star male, lo castri mentalmente e lo tratti come subalterno, altrimenti la sua ispirazione artistica ne risente. Trova in Maureen la persona adatta, e così dà vita ad un matrimonio iperpunitivo nei confronti di ogni aspetto della sua struttura psichica. Ma la maestria di Roth, che anche in altre opere mostra come l'inferno possa essere solo una pallida imitazione della vita matrimoniale, sta nell'impedire al lettore di solidarizzare con lui, perché appare progressivamente evidente come sia Peter stesso la causa del suo disagio, come il suo disagio sia qualcosa a cui si è affezionato col tempo e da cui non si vuol separare. Non è uno scenario da schiavo/padrone perché è molto ma molto peggio.

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    joe roberts

    27/08/2013 10:27:45

    Come Marco, nella recensione qui sotto, anche io ho pensato al libro di Svevo mentre leggevo di Tarnopol per gli intrecci temporali, per la nevrosi del personaggio e per l'idea di scrittura come cura. Ho pensato anche a Woody Allen per le situazioni esilaranti e tragicomiche. Libro divertente e tragico, scritto in modo mirabile.

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    Marco Ferraro

    11/07/2013 10:42:51

    In una sintesi estrema lo definirei visionario, tanto che mi ci è voluto del tempo prima di riuscire ad entrare nei meccanismi della narrazione, per tenere in mano i fili su cui si sviluppava la vicenda. Ma poi piano piano è emersa la sottigliezza delle questioni e lo spessore dello scrittore, tanto che mi ha richiamato alla mente Italo Svevo con "La coscienza di Zeno", primo grande libro dei tempi del liceo, prima odiato per la sua complessità e poi amato per la sua profondità; certo qui siamo in America e non in Italia (anzi a Trieste e quindi nell'influenza mittel-europea), siamo negli anni '70 e non all'inizio del secolo. Ma quando si affronta la letteratura americana, secondo me, bisogna tener presente che si entra in un mondo diverso e lontano dalle nostre radici culturali e perciò bisogna farlo con rispetto, quasi fossimo ospiti, per cercare di capire quali sono le loro basi e su quali fondamenta si sviluppa la coscienza collettiva; e poi alla fine si scopre che gli elementi essenziali sono sempre gli stessi in tutto il mondo.

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    mara regonaschi

    29/11/2012 16:53:07

    Libro irrinunciabile, alla pari di "Pastorale americana" e "Nemesi". Sintesi perfetta delle ossessioni di Roth, o meglio, delle ossessioni "umane" (e sull'importanza della comprensione del significato dell'aggettivo umano lungamente si sofferma Nathan nella propria tesi di laurea, tanto da essere considerato eccessivo, ridonadante dalla propria relatrice, che tuttavia non lo convince, perchè aveva un debole per quell'aggettivo...). Fra le ossessioni di Roth c'è il matrimonio perchè "la narrativa fa cose diverse a persone diverse, un po' come al matrimonio". E il racconto del matrimonio con Maureen è una delle narrazioni più ironiche e spassose che abbia mai letto, esilarante! E mai titolo è più azzeccato: la vita di un uomo raccontata con ottica tutta maschile, di uomo in balia della vita. Ma riporto di seguito stralcio della lettera che la defunta Maureen (!) invia al marito a commento di alcuni racconti da lui scritti sul loro matrimonio:"Caro Peter, ho letto i racconti e li ho trovati molto spassosi, soprattutto quello che non intendeva eserlo. (..) Qui fra i santi martiri gira voce che tu abbia in cantiere una uova opera che a tuo dire racconterà le cose come stanno. Se è così immagino significhi di nuovo Maureen. Come intendi ritrarmi questa volta? Mentre reggo la tua testa su un piatto? Crede che un fallo aumenterebbe le vendite. Ma certo tu sai meglio di me come sfruttare la mia memoria per alti intenti artistici. Buona fortuna con "Il mio martirio di uomo". Sarà questo il titolo no? Tutti noi qui in cielo attendiamo con ansia lo spasso che di certo procurerà a chi ti conosce dall'alto. P.S. L'eternità non è male. Lunga abbastanza da vere il tempo di perdonare un figlio di puttana come te". E vorremmo anche noi leggere il seguito del tuo genio, Roth: ripensaci: non smettere di scrivere.

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    Carla

    04/11/2012 11:04:25

    Non era facile da scrivere questo romanzo nel romanzo, questi protagonisti che persino quando sfiorano il paradosso finiscono comunque per essere credibili. Roth si conferma un grande artista quando riesce a mescolare tanti temi importanti con la giusta dose di ironia, essenziale in ogni buon vero libro. Non ho messo il punteggio massimo solo perchè non mi sono sentita coinvolta fino alle viscere... qualità essenziale per un 5 pieno.

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    Raffaele

    06/04/2012 11:38:25

    "La narrativa fa cose diverse a persone diverse" (pag.131); che cosa non riesce a fare Philip Roth con la sua. Assolutamente straordinario.

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    Michael Moretta

    03/01/2012 11:10:42

    Che dire di Philip Roth che già non si stato detto? Ogni sua opera è un monumento e questa certamente non si sottrae a questa definizione. Il libro è del 1971 ed i due primi racconti introducono la figura di Nathan Zuckermann, l'alter ego dell'autore che ritroveremo in così tanti libri di Roth, e dei suoi due matrimoni disastrosi. La seconda parte è scritta dal professor Tarnopol e racconta la sua vita, da cui prendono spunto i due racconti iniziali. In questo libro troviamo tutti gli argomenti che saranno al centro dei futuri libri di questo mostro sacro della letteratura. Il mondo degli ebrei opposto a quello dei gentili, il confronto eterno tra genitori e figli ed il rapporto problematico esistente soprattutto tra padre e figlio, in bilico tra amore ed odio, il sesso come ossessione, le scappatelle extra-coniugali di un professore con le sue studentesse, che saranno al centro del libro " Il professore di desiderio " e " Il seno ", il rapporto paziente-psicoterapeuta, che sarà una costante dei futuri libri di Roth. Non posso che consigliare questo libro e, nel mio piccolo, augurare lunga vita a questo autore che, secondo me, è uno dei migliori in assoluto.

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"Come fare a diventare quello che in letteratura si definisce un uomo?", si domanda Peter Tarnopol, marito e amante catastrofico, professore di scrittura creativa nonché scrittore di racconti (autobiografici) che hanno come protagonista e alter ego il Nathan Zuckerman interprete di molte opere di Philip Roth (Pastorale americana, Ho sposato un comunista, Controvita, Il fantasma esce di scena ecc.). Non soltanto la domanda è paradossale, ma in questo romanzo la sovrapposizione di maschere e di ruoli ha l'effetto di provocare una vertiginosa confusione tra autore e personaggio, con il rovesciamento della consueta prospettiva critica: qui il problema centrale dello scrittore, infatti, non riguarda la costruzione del personaggio, dell'homo fictus, né la sua autonomia estetica rispetto all'autore, né il suo potenziale illusionistico. Risaltano, piuttosto, la dipendenza dell'uomo dal personaggio, la perdita di autonomia dello scrittore stritolato dai meccanismi della fiction, da quella specie di perversione che allontana l'uomo dalla vita rendendolo al tempo stesso – attraverso l'impietosa confessione di sé – suo spettatore e narratore estremamente lucido. Il problema non è credere al falso, ma credere al vero. Non è un caso che l'autore prediletto di Zuckerman sia Flaubert ("Rimpinzato di grande narrativa – ammaliato non, come Madame Bovary, da romanzetti sentimentali, ma da Madame Bovary"), anche se il bovarismo inteso come identificazione nei modelli viene portato alle estreme e più disastrose conseguenze: "Il cuore del mio modello di realtà, dedotto dalla lettura dei maestri della letteratura, era l'intrattabilità. Ed eccola lì, una realtà ostica e recalcitrante e (in più) orrenda quanto quella cui avrei potuto aspirare nei miei sogni più libreschi". Il modo autobiografico, deformato nella triangolazione Tarnopol-Zuckerman-Roth, rappresenta per il lettore una sfida difficile ma intrigante: quella di recepire una storia dichiarata come vera (la confessione di Tarnopol, che si intitola La mia vera storia) attraverso la proiezione anticipata in un racconto fittizio (quello di Zuckerman, le Utili finzioni), tra continui sconfinamenti dell'uno nell'altra. Da una parte la narrazione e, dall'altra, il documento, scritto "tenendo a bada l'immaginazione e aderendo rigorosamente ai fatti". In mezzo, come uno spartiacque, un breve curriculum sulla vita di Mr Peter Tarnopol. Che differenza c'è tra le due versioni di questa storia di un uomo che rispecchiano un Gargantua dell'egoismo, un uomo sgradevole che si compiace – a spese altrui – quando finalmente la sua vita prende a somigliare a quei testi su cui amava esercitare la sua astuzia critica? Chi è l'uomo e chi è il personaggio? Al lettore l'ardua sentenza. Il matrimonio è, in questo come in molti altri romanzi di Philip Roth, il fulcro privilegiato di analisi. Nella maturità, infatti – e nel matrimonio inteso come una specie di suo stigma inevitabile – tendenzialmente si soffre o si finge. E sofferenza e menzogna farebbero gola a qualsiasi romanziere. Come Zuckerman, Tarnopol insegue un esasperante mimetismo letterario (che, contaminando arte e vita, rappresenta di entrambe la massima riuscita e il massimo fallimento al tempo stesso); perciò corteggia, seduce e sposa "disastri", donne tormentate, mitomani e suicide. Questi rapporti lo costringono a confessarsi non soltanto sulla pagina scritta ma anche sul lettino dello psicoanalista, davanti al dottore dal nome parlante Spiegelvogel, uomo malato ed esangue che ricorda a Peter il Roger Chillingworth della Lettera scarlatta, e al quale consegna un nuovo sbrigliato racconto. Maureen, sua moglie – barista, pittrice astratta, scultrice, attrice, bugiarda e psicopatica – sua torturata ed erinni torturatrice, è morta, e Peter non smette di sviscerare episodi sul suo conto, che si mescolano ad altri ricordi di tradimenti, sofferenze, menzogne in un accumulo di tragicomica ironia. Una delle sue ossessioni risale a quando, per farsi sposare, Maureen gli aveva mostrato un test di gravidanza positivo ottenuto convincendo una donna gravida vista per la strada a farsi vendere la sua urina. Il rapporto con la psicoanalisi, del resto, fecondissimo nell'America degli anni settanta, oggi ci può sembrare eccessivo e sotto certi aspetti scontato. Qui, però, segna la distanza tra la letteratura concepita come necessità di mantenere aperti dei conflitti umani e di manifestarli, e la psicoanalisi come promessa di un equilibrio fin troppo semplice (e, paradossalmente, disumano). Oltre a essere interpretato dalla storia di Zuckerman, l'ossessivo ed egocentrico punto di vista di Tarnopol risulta poi ridefinito e discusso, quando non completamente rovesciato, da documenti, lettere e altre testimonianze che – alla maniera di Dostoevskij e Conrad – sono materialmente riportati nel romanzo in corpo più piccolo. Tra questi ritroviamo i frammenti di diario della (ormai ex) moglie Maureen, scovati da Peter a casa sua durante il ricovero di lei per un tentato suicidio. E se per tutto il romanzo abbiamo sospettato che dietro le follie e le gelosie di Maureen si nascondesse qualcosa di più interessante e di più umano, questi casuali lacerti si inseriscono come schegge molto dolorose nella confessione del "protagonista", come una verità più "vera" di quella dichiarata come tale. Il rovesciamento di prospettive inscenato – che nei romanzi successivi troverà formulazioni ancora più convincenti – suggerisce un modo importante, dopo le disfatte storiche dell'umano, di fare incontrare arte e vita. Se è attraverso il personaggio che l'individuo celebra e distrugge il proprio egotismo (e Roth è sempre grandioso nel sottolineare il contrasto stridente tra il continuo fallimento morale dell'individuo e il suo incoercibile desiderio edonistico e narcisistico), è facendo aderire pericolosamente la vita alla letteratura che si riesce con più efficacia a sconfessarla.
Chiara Lombardi