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Enrico Mancini

Editore: Franco Angeli
Anno edizione: 1998
Pagine: 160 p.
  • EAN: 9788846407283

recensioni di Migliaccio, C. L'Indice del 1999, n. 07

Il libro di Enrico Mancini è un'agile e utile ricognizione di riflessioni e citazioni sul tema del punto culminante, o "climax", nella musica.

La parola "climax" è già misteriosa di per sé, sia dal punto di vista semantico (rappresenta il punto culminante o il percorso che conduce a un'acme?), sia per il dubbio sul suo genere: si dice il climax o la climax? (dubbio questo di non poco conto, visto che Mancini dà alla fine una significativa motivazione della sua scelta). Ma in particolare non è facile spiegare perché quasi tutta la musica, popolare o colta, antica o contemporanea, e soprattutto romantica, si articoli seguendo un decorso temporale fatto di alti e bassi, di ascese e discese, di tensione e distensione, di arsi e tesi, che spesso si focalizzano su un solo punto privilegiato, la cui intrinseca motivazione sfugge spesso a un'analisi puramente linguistica e formale. È infatti nella sua stessa struttura formale che quest'arte sembra prevedere, quasi come una necessità intrinseca, la costante dell'innalzamento di tensione verso punti apicali, a cui segue quell'allentamento che prelude all'estinzione e alla conclusione.

La questione tocca aspetti tanto strutturali quanto emotivi, poiché è proprio nella particolare curva espressiva di un pezzo che le esigenze del piacere estetico si incontrano con l'oggettiva configurazione formale della musica. Infatti i punti culminanti, che vengono ovviamente determinati e sottolineati dal linguaggio musicale, ossia dall'armonia, dalla linea melodica, dal timbro e soprattutto dalla dinamica, sembrano rispondere a quell'interiore istanza dell'ascoltatore che lo spinge a seguire un determinato percorso temporale, riferibile vuoi a schemi senso-motori, fisico-corporei e sessuali, vuoi a una sorta di Gestalt organizzatrice dell'esperienza ricettiva della musica.

A garantire la stretta relazione tra linguaggio musicale e ascolto vi è l'interprete, a cui Mancini assegna un ruolo del tutto privilegiato, sostitutivo di qualsiasi mediazione teorica: le esecuzioni sono infatti metateoriche, sono quasi una teoria in atto o un'autentica "dimostrazione dell'analisi", poiché più di qualsiasi spiegazione intellettuale riescono a cogliere l'arte "nel suo farsi", mentre la teoria si applica solo al risultato compiuto. Così egli giunge a individuare nella "lexis esecutiva" la pertinenza in toto del punto culminante, sul quale può "giocare la carta vincente quel tipo di comprensione sintetica che è l'intuizione". Tra gli interpreti il preferito è Sergej Rachmaninov, anche per la sua duplice esperienza di compositore ed esecutore: Mancini chiama "delirio interpretativo" il fatto che in lui "la musica viene concepita e composta in funzione di come verrà interpretata". Aderendo all'intenso - ma lucidissimo - romanticismo del compositore russo, così significativamente egli si esprime: "Ripensiamo a come in Rachmaninov il segno, l'unghiata del punto culminante intervenga sulla forma, a come il furor esecutivo si eserciti sul testo scritto fino a ri-comporlo, ripensiamo a come l'interpretazione diventi insomma un vero e proprio atto compositivo, e chiediamoci se il termine struttura non abbia già fatto il suo tempo e se dopo di lui non sia più opportuno parlare di livello di organizzazione".

In queste parole emerge il particolare taglio che Mancini vuol dare al suo lavoro, che va in direzione antitetica sia allo psicologismo sia allo strutturalismo; egli preferisce invece un pragmatismo intuizionista che pone l'efficacia del "fare" musica come prioritaria rispetto a ogni formalizzazione; e inoltre che spiega la ragione della continua nostra ricerca di punti culminanti in una intrinseca corrispondenza fra temporalità esistenziale e temporalità musicale, consistente nell'avvertire la nostra caducità e nell'anelito a superare "la dolorosa minaccia della morte". Egli vede infine nel pudore con cui molti interpreti eludono la retorica e il "plusvalore" del punto culminante un ripudio di una concezione "forte" della climax (e questa è la ragione per cui sceglie il genere femminile del termine).

Terreno privilegiato nel delineare i tratti di questa psicologia - ma direi anche estetica del punto culminante - sono allora i pensieri e le annotazioni dei musicisti e degli interpreti, più che dei teorici o dei musicologi. Con puntigliosità fenomenologica e senza pregiudizi ideologici Mancini riporta tutti i passi a sua conoscenza in cui viene affrontato questo tema, o anche solo in cui appare la parola "climax"; sono passi tratti da scritti molto vari, anche estemporanei, o pure testimonianze, persino aneddoti indiretti riportati da fonti di terza o quarta mano, il tutto nella convinzione non tanto di costruire un quadro teorico coerente, quanto di aderire a una specie di "psicologia implicita" insita nell'esperienza vissuta, diretta e anche autobiografica, degli artisti. Lo stesso autore, che è neurologo, psichiatra, psicoterapeuta e musicista, definisce il suo lavoro un "ateoretico pastiche" o un divertissement basato su "sollecitazioni anche arrischiate". Ciò rende la lettura indubbiamente piacevole - e gli icastici titoli dei capitoli e paragrafi ne sono un ameno supporto - anche se una certa approssimazione nei rimandi bibliografici può lasciare alquanto perplesso un pedante recensore. E poiché l'originalità dell'impostazione invoglia a futuri approfondimenti della tematica nei suoi molteplici risvolti, il volumetto di Mancini può costituire in tal senso un interessantissimo stimolo.