Traduttore: O. Fatica
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2016
Formato: Tascabile
Pagine: XXVI-695 p., Brossura
  • EAN: 9788806230098
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Recensioni dei clienti

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    Giovanni

    19/09/2017 13:50:40

    Non mi permetto di valutare la qualità della traduzione, rimando ad Umberto Eco con il suo "Esperienze di treduzione". Vorrei solo segnalare come diventa fondamentale il recente "La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco" di Andrea Marcolongo. Cosa significa?, che in greco la sigma ha due grafie diverse se all'interno della parola od in finale; e proprio in prima pagina, titolata Etimologia, lo svarione, non saprei a chi sia dovuto, è eclatante. Ma d'altronde tale Etimologia viene dichiarato essere stata "fornita da un supplente di scuola elementare morto di consunzione". Evidentemente non aveva studiato greco, ma allora eviti di cimentarvicisi.

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    Michele Bettini

    04/07/2017 06:33:51

    Una balena, ovvero un'espressione della natura che non vuole soccombere, è definita come il Male in persona, da un capitano che la vuole uccidere, senza risparmio di rischi e di mezzi (pochi), per celebrare il proprio personale trionfo. La risolutezza del capitano è determinata da un mito: l'imprendibilità della balena bianca. E' una sfida che la rivoluzione industriale sta per rendere possibile, ma il comandante non vuole affidarsi alle "nuove generazioni". E' la guerra alla maniera di Hitler, senza compromessi, dove l'uomo non vuole addomesticare il nemico designato, né umanizzarlo, ma distruggerlo, per affermare il primato dell'uomo tra tutti gli esseri viventi. Resterà solo un marinaio in vita, come se designato dalla stessa balena, o predestinato quale prova vivente e testimone della morte di Achab e tutto il suo equipaggio. Come tutte le grandi storie si presta a varie interpretazioni religiose e sociali, ossia una utopia e i suoi catastrofici effetti. E' estendibile ad ogni situazione che vede l'uomo al cospetto di una forza a lui superiore. L'utopia è figlia del dolore e della disperazione, che a volte sono fecondi di benèfici effetti morali, artistici e filosofici e ciò accade di rado. La balena è bianca e questo sinistro dettaglio cromatico eccita nel biblico cuore di Achab un delirio di visioni metafisiche e il bravo cacciatore di balene si convince che ha il dovere di vendicarsi ad ogni costo, accoppando quel candido simbolo del male. Per inseguire il suo fine, la distruzione del "Male", Achab ha bisogno di gregari e li trova nei marinai del Pequod, la celebre baleniera. Per riuscire in questa impresa deve infondere nell'equipaggio un po' del proprio entusiasmo, destare in esso una confusa brama di redenzione e di gloria. Moby Dick è soprattutto una grande e possente tragedia, che ha stregato ogni genere di narrazione. La storia narrata da Melville si ritrova sempre la stessa in ogni tipo di rappresentazione, senza tagli né aggiunte.

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    La narrazione e l'intero romanzo sono soffusi di magia, resa con un fraseggio limpido e poetico: "Ma un mattino di un diafano ceruleo: sul mare una cappa di silenzio quasi preternaturale, senza però, a conforto quella certa accalmia stagnante; e a imporre segretezza, simile a un dito d'oro attraverso le acque, il lungo riverbero brunito del sole; e le onde che rincorrendosi in punta di piedi confabulavano felpatamente: in quella profonda taciturnità della sfera visibile Dagoo dal colombiere di maestra avvistò uno strano spettro". Qui si passa da una calma innaturale a una sensazione di pericolo imminente, e il traduttore usa con precisione i suoni, insieme ai vocaboli, della lingua italiana; sentite scorrere la molle rotondità di "confabulavano felpatamente" e "profonda" a cui segue, l'interruzione della calma con la durezza del vocabolo che la anticipa: "taciturnità", per poi concludere con il ripetersi delle "ti" e delle "erre", ecco: "uno strano spettro". In breve è possibile vedere il lavoro della traduzione, che non opera solo sulla scelta dei vocaboli, per ricreare l'atmosfera dell'originale, ma inserisce caratteristiche, usualmente riscontrabili in poesia, come il ricorso a consonanze ed assonanze, e a suoni dolci o aspri, a seconda del momento che il lettore sta vivendo. Ottavio Fatica, autore de "Le omissioni", una raccolta poetica del 2009, recupera parole quasi perdute, aggrappate sul margine del limbo tra l'Italiano del Novecento e le sfumature dialettali ancora in uso, un'operazione di salvataggio volta a dimostrare, ancora una volta, la forza del linguaggio o della lingua trasformata in letteratura. E con questa traduzione che rimarrà nella storia del capolavoro di Melville in Italia, afferma il brutale potere della poesia che ci scomoda dalle facili posizioni e convinzioni di anni, per aprirci un mondo nuovo: "Moby-Dick" non è mai stato così vivo e questo vale anche per la lingua che ce lo racconta.

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    Tobermory

    10/02/2016 20:39:53

    Solo un esempio a caso: tradurre «when the slippered waves whispered together as they softly ran on» con «e l'onde che rincorrendosi in punta di piedi confabulavano felpatamente» (p.329), per quanto mi riguarda è quasi comico, oltre che totalmente velleitario, ma è veniale. Mentre riuscire a comprendere che, in un passaggio immenso nascosto in nota a p.231, dove si dice: «through its inexpressible, strange eyes (dell'albatro), methought I peeped to secrets which took hold of God», quel «which took hold of God» in questo caso non significa «che giungevano a Dio»(come traduce Pavese), o similmente «che toccavano Dio» (nel senso di «grasp», come fa Ruggero Bianchi nella sua pregevolissima versione) ma: «che angosciavano Dio», nel senso di «possedevano», «imprigionavano», «opprimevano» Dio stesso. Beh, allora questo significa arrivare al centro di Moby Dick, e anche di Melville. E penso che valga tante inutili "faticate".

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    Tobermory

    10/02/2016 16:39:37

    Ai contabili della traduzione (sempre armati di valide ragioni), i problemi di contabilità. E ai duri d'orecchio come Cav, non resta che lo zelo.

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    Joseph

    08/02/2016 17:02:11

    Sono d'accordo con chi sostiene che questa nuova edizione soffra di una traduzione pesante e stentata. Ho sempre apprezzato molto Einaudi come casa editrice, ma purtroppo questa volta non posso dirmi soddisfatto. Nessuna meraviglia che il mio disappunto sia condiviso da altri. Comunque resta un lavoro di traduzione nuovo, che nell'attuale editoria è sempre ben accetto, visto la desolazione in costante aumento. Quindi non darei una bocciatura completa, ma viste le mie aspettative non posso nascondere la delusione.

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    Cav

    05/02/2016 12:51:09

    Mi dispiace notare come nessuno dei difensori della traduzione di Fatica si prenda la briga di indicarne effettivamente i punti forti. Mi viene il sospetto che questi paladini siano della nutrita schiera di finti intellettuali che difendono a spada tratta tutto quello che è "innovativo", a maggior ragione se ha il benestare di una casa editrice che sta lentamente abbassando i suoi standard dopo decenni di eccellenza. Testi alla mano, di Pavese, Minoli, Bianchi, e le più recenti di Ceni, Draghi e Natale, la traduzione di Fatica è la peggiore, in quanto porta la lingua di Melville totalmente fuori contesto, cercando di mimarla in malo modo in alcuni passaggi usando termini arcaici per gettare fumo negli occhi e spacciare la contorsione linguistica per tributo ai termini ottocenteschi. Se gli si vuole dare il merito di essere uscito dai binari tracciati da Pavese (che ad eccezione di Bianchi ha rappresentato la linea guida per tutti gli altri traduttori, basti vedere il "poco o punto denaro"), questo è l'unico encomio che gli si può dare (in ogni caso non originale dato il lavoro di Bianchi). Purtroppo è uscito anche dai binari di Melville. Questo è un fatto, ed è innegabile per chi legga Moby Dick in lingua originale e lo confronti con quello tradotto. Il lavoro di Fatica è puramente autocelebrativo, e indifferente ai problemi di registro linguistico che Bianchi ha saputo risolvere molto meglio di lui. Poi che a giudizio personale possa piacere, su questo non mi intrometto. Oggettivamente la traduzione è e rimane un disastro, e se volete farvi un'idea di cosa significhi studiare le traduzioni (di cui forse non vi importa nulla, visto che questa vi piace e sicuramente tanto vi basta) esiste una tesi, di un nostro connazionale, "Emiliano Marra - Le due versioni di Pavese" che affronta espressamente il tema del registro linguistico e di come Pavese ci si sia cimentato ben due volte, e lo confronta con le traduzioni successive. Buona lettura!

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    carmen

    01/02/2016 16:18:52

    Mi dispiace per CAV, che in altri siti si firma in altro modo, che scrive in ogni pertugio di internet che la traduzione 2015 è terrificante. Trovo invece che sia un lavoro straordinario, incredibile nella raffinatezza e nella cura del particolare. Una bellissima traduzione che rimarrà una pietra miliare. Non è una passeggiata, ma non si deve dimenticare che si legge uno dei libri più importanti della letteratura mondiale. Complimenti al traduttore e, per chi legge, non si faccia spaventare dalle recensioni assurde.

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    Tobermory

    01/01/2016 19:55:59

    Non sono d'accordo. Senza finire a invischiarsi in tediosissime e vane disquisizioni su cosa sia, come si chiami o dove abiti Sua Maestà la traduzione "giusta", quello che conta a mio parere in imprese come questa è semmai riuscire a ricreare il "suono giusto", quella qualità inafferrabile di un testo che sola lo separa da ogni altro e ne rivela l'essenza. Anche a costo, come in questo caso, di torcere arbitrariamente la lingua di partenza. Non lo nego, alcune soluzioni linguistiche mi hanno irritato parecchio - e che alla fine il risultato sia più un "fatichese" che l'inglese infuocato di Melville mi sembra evidente - ma almeno a tratti e per la prima volta in italiano ho ascoltato il "pequodiano", e permettetemi di dirlo: nel desolante pascolo di traduttori ruminanti che ci circonda, davvero non è cosa da poco.

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    Maurizio

    26/12/2015 18:23:34

    Concordo completamente con la recensione precedente. Ho acquistato il libro tradotto da Ottavio Fatica dopo aver ascoltato la trasmissione Fahrenheit su Rai 3. Ma è quasi impossibile leggerlo. Traduzione pesante. Uno spreco di tempo e di soldi. Tornerò a rileggere l'edizione tradotta da Cesare Pavese

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    Cav

    14/12/2015 14:58:40

    Ho acquistato questa edizione un po' restio, data la mezza delusione avuta con la nuova traduzione Einaudi de Il conte di Montecristo. Ma ero rimasto ben impressionato dalla nuova traduzione di Delitto e castigo, quindi fiducioso nel buon lavoro che di solito contraddistingue la casa editrice ho deciso per l'acquisto a scatola chiusa. Scelta sciagurata. La traduzione è terrificante! Contrariamente a molti altri, io non sono estimatore della traduzione di Pavese, che pure apprezzo, ma ho avuto modo di leggere Moby Dick in svariate versioni (la mia preferenza va a Ruggero Bianchi, pur nella terribile scelta operata nell'incipit) e questa è di gran lunga la peggiore. Termini ostentatamente desueti, sinonimi oltremodo e inutilmente stentati (basti leggere il titolo del primo capitolo, Morgane... perché mai? Solo per non mettere il solito Miraggi o un prosaico "Vaghe forme lontane"). Ho interrotto la lettura a metà, impossibile reggere oltre la cacofonia concettuale di certi accostamenti. Questa traduzione vuole solo essere una esibizione del traduttore, a cui nulla importa del contenuto dell'opera, e che non tiene minimamente conto di tutti i problemi di registro linguistico affrontati prima da Pavese e poi da Bianchi. Se nella traduzione di Montecristo della Botto, poteva far storcere il naso un "come al solito" anziché un più ottocentesco "come di consueto", qui si inserisce con baldanza un "che te ne frega?". Ma il rispetto dell'opera dov'è? Al prossimo giro di traduzione ci sarà anche "battere il cinque"? Occasione sprecata, traduzione inutile, pesante, né scorrevole per permetterne una lettura veloce, né aulica per apprezzare un lessico ricercato dalle suggestioni poetiche, uno spreco di tempo e di soldi. Per favore cercate traduttori meno estrosi per i classici, questo testo sarebbe da dare alle fiamme.

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