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Christoph Ransmayr

Traduttore: C. Groff
Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2008
Pagine: 317 p. , Brossura
  • EAN: 9788807017667
Un'antica leggenda tibetana racconta di un tempo in cui le montagne non sovrastavano con la loro altezza la vita delle persone, ma volavano in loro aiuto, per proteggerle dalle intemperie. Intorno a questa storia, Christoph Ransmayr ha costruito la trama del suo ultimo libro, che è nello stesso tempo un romanzo, un resoconto di viaggio e un poema. Si tratta infatti di un testo scritto secondo quella che Ransmayr stesso definisce "composizione a bandiera" o "composizione volante": il procedimento (che i poeti vorrebbero arrogare a sé, ma che invece è proprio di tutti i narratori) in virtù del quale le parole si succedono in un ritmo libero, come i passi che si muovono durante una camminata.
Dopo romanzi come Gli orrori dei ghiacci e delle tenebre (1984; Feltrinelli, 2008), dedicato all'esplorazione delle regioni artiche, Il mondo estremo (1988; Feltrinelli, 2003), sull'esilio di Ovidio a Tomi, e Il morbo Kitahara (1995; Feltrinelli, 1997; cfr. "L'Indice", 1997, n. 5), ambientato nell'ipotetico scenario di una storia controfattuale, in cui l'Europa del dopoguerra cade nel caos, Ransmayr ambienta La montagna volante tra l'Irlanda e l'Himalaya. Il libro racconta infatti le vicende di due fratelli irlandesi, che partono per il Tibet con l'obiettivo conradiano di "colmare una lacuna sulla carta geografica". Rintracciare cioè il Phur-Ri: una vetta più alta dell'Everest, che è stata avvistata da un solo occidentale, ma che tutti i nomadi del luogo vedono almeno una volta nella loro vita.
Ransmayr descrive questa spedizione come percorso esistenziale e conoscitivo. La Bildung dei due fratelli non avviene però in positivo, come bagaglio di nuove conoscenze, ma in negativo, come alleggerimento dai pregiudizi della mentalità occidentale. Mentre Liam, il più calcolatore dei due, fatica a liberarsi dall'ossessione di raggiungere la meta, l'altro, che racconta la vicenda in prima persona, perde il suo scetticismo nei confronti dell'ascesa, dopo essersi innamorato di una nomade tibetana, Nyema, scampata alla violenza dell'occupazione cinese. Guardare la natura attraverso gli occhi di lei, infatti, gli fa scoprire che le montagne non sono lì per lui, ma vivono immerse in un tempo diverso da quello umano.
Camminare in questo "luogo senza sogni", inesplicabilmente "gravido di costellazioni anche di giorno", rivela ai due viaggiatori una saggezza che in Europa non avrebbero potuto nemmeno sospettare. "Ogni passo con cui ci allontanammo dalla superficie del mare per guadagnare in altezza", afferma il narratore, "ci portò sempre più profondamente dentro la nostra storia personale". Il viaggio è così un modo di differire la morte: "Il nostro tempo scorreva via", prosegue, "e noi lo inseguivamo, inseguivamo la vita che sfuggiva". Raccontare – sembra dirci Ransmayr – consente di continuare questo inseguimento dopo la fine del viaggio, poiché fa "tornare in vita dalla morte", evocando ricordi così indelebili da trasformare il passato in presente. Come il Phur-Ri, fantastica montagna volante che "a volte si sollevava e spariva" per giorni, ma che poi "tornava sempre".
Luigi Marfè