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Eugenio Baroncelli

Collana: La memoria
Anno edizione: 2010
Pagine: 251 p. , Brossura
  • EAN: 9788838925115
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Più paradossale dell'impresa di scrivere biografie c'è solo la pretesa di possederne una. Eugenio Baroncelli ha fatto la sua scelta: ha affinato fino al virtuosismo l'arte della prima, e ha rinunciato con altrettanto impegno alla seconda. Dal laconico risvolto di copertina affiorano appena i tratti di un autentico outsider: una vita in provincia (a Ravenna), l'esordio tardivo, a più di sessant'anni, con l'ormai introvabile Outfolio. Storie scivolate da un quaderno durante un trasloco (Manni, 2005), il rilancio da parte di Sellerio, che gli ha pubblicato a distanza di due anni altrettanti libri splendidamente inattuali, nel 2008 Libro di candele. 267 vite in due o tre pose e pochi mesi fa Mosche d'inverno. 271 morti in due o tre pose. Per trovare, se non notizie, almeno qualche indizio supplementare su un autore che ha scelto di dissimulare la propria vita nelle vite (e nelle morti) degli altri, conviene rivolgersi a Mosche d'inverno e alle istantanee brucianti e perfette che in poche righe, al massimo una pagina, fissano gli ultimi istanti di una variegata galleria di spettri: imperatori bizantini riemersi da nebulose memorie scolastiche, scrittori celeberrimi e oscuri artefici di un solo libro, mistiche e guerrieri, filosofi e scienziati, attrici e pistoleri, chiamati alla ribalta secondo l'imparzialità dell'ordine alfabetico e con l'ironico rigore tassonomico che li cataloga in capitoli intitolati ciascuno a una causa di morte (Cari agli dei, Cuori infranti, Di cosa?, Di freddo, Di gioia, Di spada, Di un male, ecc.). Che cosa ci racconta, del suo autore, questo pantheon promiscuo ma solo apparentemente casuale? Che Baroncelli coltiva, come Jorge Luis Borges, un minuzioso furore enciclopedico e la propensione a identificare l'universo con la biblioteca. Che possiede, come l'insonne Emil Cioran e Nicolàs Gòmez Dàvila, "il genio della brevità". Che sa, come quest'ultimo, che ormai non si può scrivere se non "in margine a un testo implicito". E che, nel suo caso, il racconto della morte è la glossa in margine a quel testo implicito che sulla sua soglia estrema si rivela essere la vita. Baroncelli è uno scrittore minimo, ma non minimalista. Scrive poco, e sul quel poco si accanisce con le armi dello stile, ma nutre ambizioni quasi metafisiche, seppure temperate da un ironico understatement. Le sue "tanatografie" non nascono solo dall'erudizione, dal gusto della citazione colta o della clausola tagliente (una per tutte, in morte di Osip Mandel'štam: "Muore in un lager di transito, come si addice a chi è di questo mondo"); nascondono una scommessa sulla perennità della memoria e un gioco di specchi in cui l'uno si confonde col molteplice. Che racconti di Migduel de Cervantes o di Harold Robbins, di Jacques Anquetil o di Giordano Bruno, di Isadora Duncan o di Walter Benjamin, Baroncelli "squadra" i suoi soggetti come un pittore squadra il foglio prima di cominciare a disegnare: due linee parallele, due linee perpendicolari, come nel celebre quadro di Giulio Paolini di cui Italo Calvino ha scritto che è "il quadro che contiene tutti i quadri", "totalità a cui nulla si può aggiungere e insieme potenzialità che implica tutto il dipingibile". A Baroncelli basta la stessa manciata di tratti – un vizio, un'ossessione, una fatalità, un capriccio – per ottenere lo stesso effetto: una singola morte contiene tutte le morti, passate e future, in una vertigine temporale e analogica in cui Johann Joachim Winckelmann agonizzante "ha gli anni di Calamity Jane e il destino di Pier Paolo Pasolini" e Ippolito Nievo "senza volerlo fa la fine Hart Crane" – "perché in fondo le cose che capitano a un uomo capitano a tutti" e la morte è indubitabilmente una di queste. Ma dopo aver squadrato la vita e la morte, Baroncelli le inquadra: non a caso sia questo libro che il precedente parlano nel sottotitolo di pose. Sebbene il suo stile, dove le immagini si sciolgono immediatamente in musica, rifugga il mimetismo meccanico della fotografia, Baroncelli osserva i suoi soggetti come un fotografo in agguato dietro il minuscolo foro dell'obiettivo. Intento a cogliere, in ciascun ritratto, il dettaglio laterale o la ferita segreta che Roland Barthes ha chiamato il punctum e che costituisce di ogni singolo individuo "il supplemento intrattabile della verità". Così i suoi morituri fermati per sempre nell'atto del morire sono contemporaneamente se stessi e tutti gli altri, in una rete di corrispondenze, riprese ed echi interni che solo una lettura continuata permette di cogliere e che svela la natura, più che di enciclopedia, di smisurata preghiera laica del libro. E in mezzo a loro anche l'autore finisce per rifrangersi in uno, nessuno e centomila, avverando così il proprio oroscopo di scrittore che lui stesso ha tracciato in una pagina di Outfolio: "Da ragazzo, quando non ero nessuno, sognavo di essere qualcuno. Più avanti, quando ero stanco di essere qualcuno, sognavo di essere un altro. Quando ne avevo abbastanza di essere un altro, sognavo di ritornare nessuno. Adesso sogno di non svegliarmi più". Beatrice Manetti

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    Cheletta

    29/08/2012 16.28.44

    Necrologi poetici.

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