mostri che ridono

Denis Johnson

Traduttore: S. Pareschi
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2016
In commercio dal: 31 ottobre 2016
Pagine: 222 p., Rilegato
  • EAN: 9788806224912
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Descrizione


Soldati, spie, amici e bugiardi: in passato hanno combattuto insieme e ne hanno viste di tutti i colori... ma un fulmine può cadere due volte nello stesso posto?

«Il Dio in cui voglio credere ha la voce e il senso dell'umorismo di Denis Johnson.»Jonathan Franzen

«Uno scrittore deve scrivere in un modo che nessuno possa ignorare il mondo in cui è immerso o credersi innocente, diceva Sartre: Johnson è quel tipo di scrittore.»The New York Times

Roland Nair è di origini danesi ma ha passaporto americano ed è capitano di un'agenzia di intelligence della Nato: dopo undici anni torna a Freetown, in Sierra Leone, chiamato da un vecchio amico e compagno d'armi, Michael Adriko. Adriko è un ugandese dal fascino magnetico e minaccioso, un soldato di ventura addestrato dagli israeliani, che ha combattuto tra l'Afghanistan e le tante guerre civili africane e che adesso è inseguito dall'esercito americano da cui ha disertato. Ma i berretti verdi non sono gli unici alle sue calcagna: russi, Mossad, trafficanti d'armi, tutti cercano Adriko, ma lui cosa cerca davvero? Il motivo per cui ha chiamato Nair sembra tanto pacifico quanto, conoscendo il tipo, assurdo: sta per sposarsi. La fortunata, se cosi si può dire, si chiama Davidia, una statuaria ragazza americana tanto sensuale quanto inconsapevole dell'inferno in cui sta per cacciarsi. I tre iniziano cosi un viaggio allucinante nel cuore dell'Africa equatoriale, tra Sierra Leone, Congo e Uganda, fino alle sorgenti del Nilo, per portare la nuova fidanzata nel paese d'origine di Adriko. Ma presto Nair capisce che i progetti di Adriko sono di tutt'altra natura e, se possibile, più letali di un matrimonio: o almeno è quello che si dice del traffico d'uranio. Ma anche Nair è lì per motivi tutt'altro che chiari: perché nel caos in cui il mondo precipita veloce come un aereo in picchiata, ogni doppio gioco ne nasconde altri tre.

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    Massimo F.

    01/05/2017 16:08:01

    Attribuisco un giudizio pessimo a questa crime-story on-the-road, non tanto perché, a mio avviso, è oggettivamente un libro mediocre, quanto per l’occasione persa. Lo spunto, i personaggi, l’ambientazione avrebbero potuto rappresentare un punto di forza per sviluppare una storia potente e avvincente (alla Don Winslow, per intenderci). Invece, il nulla: un plot sconclusionato (a anche un po’ noiosetto) tra sudore, sangue, sete polvere, elicotteri, CIA, uranio, amicizie, pseudo-amicizie, mercenari, stregonerie varie e chi più ne ha ne metta…

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Altro che James Bond: viaggi in prima classe, Martini shakerati non mescolati, donne bellissime che cadono ai suoi piedi, pantaloni che tengono la piega anche dopo un disastro aereo. La vita vera dell’agente segreto è molto lontana dall’immagine glamour che ci ha consegnato Hollywood. Lo racconta benissimo Mostri che ridono, ultimo romanzo di Denis Johnson, l’autore, tra gli altri, di Jesus’ Son (fenomenale raccolta di racconti, pubblicata in Italia nel 2000) e Albero di fumo (imponente romanzo sulla guerra in Vietnam, con cui Johnson ha vinto il National Book Award nel 2007).


Roland Nair, protagonista e narratore, atterra nell’aeroporto di Freetown, Sierra Leone, dopo un’assenza lunga un decennio. È un americano di origini scandinave, che lavora per un’agenzia di intelligence occidentale. È semialcolizzato: o almeno, lo è quando si trova in Africa. È stato inviato lì per rintracciare un ugandese di nome Michael Adriko, un suo vecchio contatto, ora in forze all’esercito americano, sospettato di traffici illeciti (uranio arricchito, per la precisione). E qui le cose si complicano: anche Nair ha qualcosa da vendere al miglior offerente: documenti classificati che contengono l’ubicazione della rete di comunicazioni della CIA nel continente africano. E Adriko – imprevedibile, umorale, sempre sopra le righe – è amico di Nair. Forse addirittura il suo migliore amico: se è mai possibile, per uomini del genere – per questi specialisti internazionali dei lavori sporchi – avere rapporti personali degni di questo nome. Adriko coinvolge Nair in un’impresa ancora più assurda del traffico di armi o d’informazioni: un road trip verso il suo villaggio d’origine, al confine tra Uganda e Congo, dove convolerà a nozze con l’affascinante fidanzata americana, Davidia St Claire; e Nair, ovviamente, farà da testimone, pur essendo a sua volta un po’ innamorato di Davidia. Per i motivi di cui sopra, il gruppetto ha già parecchia gente sulle loro tracce, ma per non farsi mancare nulla Adriko ha disertato l’unità delle forze speciali a cui era assegnato, e non solo: Davidia è la figlia del suo comandante, il Colonnello Marcus St Claire, non particolarmente favorevole a questa unione. “Seguiranno altre rivelazioni”, come ama ripetere Michael Adriko davanti alle crescenti perplessità di Nair.


Il controllo del plot non è mai stata la principale abilità di Denis Johnson, e in Mostri che ridono, con l’evidente spaesamento (esistenziale, morale, e pure letterale) dei suoi personaggi, è ancora più evidente. Cosa ci fanno davvero questi personaggi in Africa? Che cosa li spinge a tornare li? A un certo punto, parlando di Adriko, Nair confessa: “[...] se voi, miei superiori, pensate che l’abbia raggiunto perché mi ci avete mandato voi, vi sbagliate. Sono tornato perché mi piace il caos. L’anarchia. La follia. Le cose che crollano. Michael mi ha fornito solo la scusa per ritornare”.


Come possono omogeneizzarsi tutti questi ingredienti? Mostri che ridono non è certo il lavoro più riuscito di Denis Johnson, e sarebbe paradossale che un nuovo lettore scoprisse un autore così interessante proprio con questo romanzo. Però non sono molti gli scrittori che avrebbero il fegato di mettersi a raccontare una storia così complessa, cosmopolita e cinematografica: immaginatevi un autore italiano alle prese con lo stesso soggetto, per esempio. Mostri che ridono è stato accostato a Cuore di tenebra di Joseph Conrad e alla elegante narrativa di spionaggio di Graham Greene. Ma il corrispettivo più calzante, forse, è il film Il salario della paura, capolavoro di William Friedkin del 1977: le disavventure al limite dell’horror di personaggi che odiano se stessi, immersi in una natura livida e ostile, spinti da qualcosa che credono essere brama di denaro, e invece è solo brama di morte. Il problema di tutti questi avventurieri, compresi quelli improbabili e un po’ abietti di questo romanzo, è che un giorno, nel loro passato, hanno smesso di dire la verità, anzi: la verità stessa ha smesso di avere senso, e il risultato è che niente può più essere preso sul serio. Alla lunga per il lettore è frustrante. Ma sembra la precisa intenzione di Denis Johnson: ritrarre questi cittadini del mondo nel loro habitat naturale. Peccato che questo mondo sia un mondo sbagliato, su cui la globalizzazione non ha distribuito ricchezza e ordine, ma ha soltanto generato mostri. E l’Africa è il playground perfetto per esercitare la cupa libertà di un tempo senza più regole, in cui nemmeno i giocatori abituati a muoversi nell’ombra ci capiscono più qualcosa. Ma, ormai lo sappiamo, seguiranno altre rivelazioni.

Voto 3/5

Recensione di Mario Bonaldi


Le prime frasi del romanzo

Uno


A undici anni dalla mia ultima visita l’aeroporto di Freetown era ancora una bolgia, uno di quei posti dove appoggiano una scaletta all’aereo e tu passi direttamente dalla climatizzazione europea al caldo soffocante dell’Africa occidentale. La navetta per il terminal non era male, ma non aveva l’aria condizionata.
All’interno dell’edificio, la solita folla di idioti. Scrutai le lustre facce nere, ma non vidi quella di Michael.
Un annuncio dagli altoparlanti. Si sentivano solo le vocali. Gridai sopra le teste in fila davanti al banco: – Ho sentito chiamare Mr Nair?
– No, signore. No, – gridò l’uomo in risposta.
– Mr Nair?
– Non risulta niente a quel nome.
Un uomo in abito scuro e cravatta disse: – Benvenuto in Sierra Leone, Mr Naylor –. Poi mi aiutò a uscire dal casino e chiacchierò con me mentre passavo la dogana, cosa che non richiese molto tempo perché sono un viaggiatore da bagaglio a mano. Mi condusse fuori, verso una macchina bianca pulita, una Honda Prelude. – E per me, – disse, con un sorriso ansioso, – duecento dollari –. Gli diedi un paio di monete da un euro. – Ma signore, – replicò, – non è abbastanza per oggi, signore, – e io gli dissi di tacere.
L’autista della Honda voleva qualcosa come un milione di dollari. Gli dissi: – Spensy mohnee! – e lui ci rimase male nel vedere che sapevo un po’ di krio. Ci accordammo per una dozzina. Più di così non poteva scendere perché il prezzo criminale della benzina, mi disse, gli aveva spezzato il cuore.
Al traghetto incontrammo dei disordini: una donna con un banchetto della frutta, poliziotti in uniforme celeste che le buttavano la merce nella baia mentre lei urlava come se le stessero annegando i figli. Ci vollero tre sbirri per trascinarla via, mentre la nostra macchina percorreva rumorosamente la passerella. Scesi e mi accostai al parapetto per respirare la brezza umida. A terra, le uniformi incrociarono le braccia. Uno di loro rovesciò con un calcio il banchetto ormai vuoto. La donna marciava avanti e indietro, urlando. La scena si rimpicciolì man mano che il traghetto s’inoltrava nella baia, e io attraversai il ponte per vedere Freetown venire verso di noi, un ammasso di edifici, molti dei quali cadenti, e tutto intorno una moltitudine di ombre e stracci fangosi che si trascinavano Dio sa dove, curvi sopra le loro pance vuote.