Editore: Mondadori
Anno edizione: 1999
Formato: Tascabile
  • EAN: 9788804473749
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recensioni di Perrella, S. L'Indice del 1999, n. 05

Giuseppe Montesano è emigrato infinite volte dal suo paese natale (Sant’Arpino, in provincia di Caserta), pur spostandosi da esso il meno possibile. Sono stati i libri a permettergli i viaggi più arditi e temerari. Egli è infatti un lettore accanito e famelico. Allo stesso tempo, però, è anche un uomo profondamente radicato nel luogo in cui è nato, nel suo humus più antico.

È soprattutto da queste due caratteristiche che nascono i libri scritti sinora da Montesano. Libri che rinverdiscono la ricca tradizione degli scrittori del contado. Ma il contado di oggi non è più né la verdeggiante Nofi di Domenico Rea, né la provincia addormentata di Michele Prisco; è piuttosto una sterminata e orrifica periferia, che ha il potere di lasciare ammutolito per ore Tommaso, la voce narrante che risuona nel Corpo di Napoli.

Da dove nasca questo silenzio è allo stesso tempo facile e difficile da immaginarsi. Le periferie infatti sono divenute universali e tutti sanno quanto siano destabilizzanti per chiunque abbia anche una piccolissima porzione di senso estetico. In bruttezza, però, le periferie campane sono davvero imbattibili. Figuriamoci cosa deve succedere nell’animo di Tommaso e dei suoi amici, così imbevuti di Rimbaud e di Nietzsche: "Quello che non riuscivo a capire, era come proprio io, io che volevo la bellezza più di ogni altra cosa, finivo sempre nel suo contrario".

A differenza dei loro genitori, Tommaso e Landrò e Morvo hanno studiato, anche se, già trentenni, si dimostrano riluttanti a laurearsi. Ma l’accumulo di letture estreme, e soprattutto il prenderle alla lettera, li distanzia abissalmente dai genitori. All’inizio del romanzo risuonano i colpi di bastone del padre di Landrò, intrecciati alla sua voce stridula che scandisce in dialetto: "A verità? ‘E ppatane so’ bbone cotte, è vero o no?" Questo delle "ppatane" sarà l’efficace refrain del libro, un po’ come l’interrogativo sul presepio in Natale in casa Cupiello di De Filippo.

Già con A capofitto (Sottotraccia, 1996; cfr. "L’Indice", 1996, n. 6), il suo libro d’esordio, Montesano si era rivelato uno straordinario talento satirico. Nel corpo di Napoli ha disciplinato questo suo talento, dando vita a un’opera fortemente compatta; compatta non solo strutturalmente, ma anche dal punto di vista linguistico. Questa volta ha anche fatto uso del dialetto napoletano, usato soprattutto come una spezia, e dunque comprendibile, tranne che per poche parole, anche ai non napoletani.

Questo nuovo romanzo di Montesano può essere letto anche come un viaggio d’iniziazione alla realtà, di cui non conosciamo l’esito finale. Un viaggio che ha tre tappe fondamentali, costituite dalle apparizioni successive di don Sossio Sesamo, ’O Tolomeo e Gerolamo Fulcaniello: un prete losco e reazionario, dai cui artigli i tre scappano presto, un ideatore di cimiteri e un misterioso sensitivo che si è messo in testa di scoprire nei sotterranei di Napoli il lume eterno scoperto dal principe di San Severo. È nell’incontro tra le farneticazioni letterarie di Tommaso, Landrò e Morvo e quelle di genere diverso (ma non esenti anche queste dalla letteratura) dei tre "maestri" che Montesano dispensa tutta la sua sapienza deformatrice, correndo però a volte qualche rischio di ripetitività.

E si capisce che la sua immaginazione ha un serio fondamento antropologico: gli basta dare una piccola spinta alle osservazioni tratte dalla quotidianità ed ecco che nascono le sue figure solo in apparenza paradossali e straniate. E con esse le loro abitudini, prima fra tutte quelle legate al cibo. In questo romanzo, infatti, si mangia fino a scoppiare e c’è anzi un personaggio che diventa l’emblema stesso degli effetti del cibo sul corpo: l’immensa e felliniana Zinaida, protagonista di una novella cena di Trimalcione.

È vero che Montesano i suoi personaggi li arrostisce al fuoco di un sarcasmo nero; in fondo, però, vive con loro, e anche per i loro aspetti più ributtanti prova affetto, forse perché, come lui, vogliono "evadere dalla trappola della realtà". È per questo che Nel corpo di Napoli può essere definito come un’indagine romanzescamente furibonda sullo statuto della realtà. Cos’è la realtà? Ed è necessario lavorare per vivere? Le domande di Tommaso, lo scrittore le ascolta con attenzione, tanto che all’ilarità dominante nel primo romanzo qui è stata messa una sordina. E si ha la sensazione che scrivendo questo libro Montesano abbia fatto un rogo di molte sue illusioni giovanili, anche per la curiosità di vedere cosa succedeva dopo la combustione. Il libro che ne è nato fa pensare al cinema di Ciprì e Maresco e al teatro di Leo De Berardinis, e arricchisce la nostra letteratura di un solido e paradossale e raro romanzo di idee.

(S.P.)

Recensioni dei clienti

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    miro

    15/11/2004 11:51:47

    Finalmente, Celine è sbarcato a Napoli. Un libro intriso di pietas, di tragedia e immune dal cliché grottesco della solita Napoli. Notevole.

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    Bartolomeo Di Monaco

    10/05/2003 14:25:37

    Giuseppe Montesano: "Nel corpo di Napoli". Mondadori, pagg. 258. Euro 7,80 Il romanzo si cala subito nell’attualità purtroppo assai penosa di un figlio, Landrò, che ha già trent’anni e non ha un lavoro. Passa il tempo speculando sui mali della nostra società e conversando con l’io narrante, Tommaso, che va a trovarlo in casa sua. Ma spesso arriva il padre, “un borghesuccio”, assai burbero e insofferente e, brontolando e agitando il bastone, rimprovera il figlio di essere un buono a nulla: “Tieni quasi trent’anni e non ti sei laureato, chesta è ‘a verità”, non avendo alcun riguardo per l’ospite che alla scena assiste ogni volta imbarazzato, ma in casa propria vive una condizione analoga, anche se non così violenta, e più subdola. Ci troviamo di fronte alla ricorrente, e si potrebbe anche dire perpetua, incomprensione tra due generazioni, come quasi sempre accade tra figli e genitori; però questa volta si tratta di personaggi che sono alla ricerca della verità: “La nostra principale preoccupazione in quel periodo era se avremmo potuto continuare a ‘cercare la verità’, e nello stesso tempo se dovevamo o no affrontare la realtà”. Il padre di Landrò scambia tutto ciò per un ozioso filosofeggiare, e il figlio non lo sopporta più e lo giudica un inetto e un incapace che, fissato sull’onestà a tutti i costi, non ha saputo arricchirsi quando gli altri lo hanno fatto senza porsi tanti scrupoli. Che tipo di ricerca ha in mente allora, questo Landrò? Ma non solo lui, visto che Tommaso, l’io narrante, seppure meno convinto, abbraccia il suo progetto, che è quello “di vivere alle spalle del padre” per il tempo necessario a studiare il modo migliore per “entrare nella vita”. Di sicuro, intanto, c’è che “doveva essere furbo, più intelligente di loro”. Il quadro in cui si muoverà la storia pare disegnato già sin da questo inizio, e fa presagire un impegno tutto giocato su di uno scontro torbidamente psicologico, e assai più che insidioso, con la realtà, portato da una gioventù che ha maturato una pregiudiziale di condanna ne

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