Editore: Bompiani
Collana: Tascabili
Edizione: 9
Anno edizione: 2005
Formato: Tascabile
In commercio dal: 4 maggio 2005
Pagine: 189 p., Brossura
  • EAN: 9788845234446
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Descrizione
Un uomo apparentemente soddisfatto della sua vita cade da cavallo, e scopre di essere "perfettamente infelice". Una storia d'amore e di smarrimento, un convulso viaggio alla scoperta di se stessi.

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Recensioni dei clienti

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    mary

    25/02/2014 15:35:11

    L'ho letto in pochi giorni: questo libro intriso di "descrizioni di emozioni". Non lo nego.....è il mio scrittore italiano preferito e ho letto così tanto di lui che mi è capitato in queste pagine di anticipare quello che l'autore voleva dire! Mha....magia pura. I rapporti tra uomini e donne vengono sezionati come da un patologo, e ci si meraviglia di come vengono descritte in maniera così intima e a noi familiare. L'universo-amore viene osservato come si osserva lo spazio con un telescopio e ad ogni corpo celeste si tende a dare un nome. Una scrittura adatta a chi si ferma di fronte a sentimenti ritenuti forse troppo forti perchè non si riesce a scandagliarli e ad etichettarli. Forse in alcuni momenti ci sono righe prolisse, ma poi l'autore sa' come farsi perdonare........e sfido chiunque ad affermare di non aver mai avuto con nessuno il dialogo (più che umano!) dell'ultimo capitolo.

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    Attilio Alessandro

    13/12/2013 06:58:47

    Fra i peggiori libri che io abbia mai letto. Il continuo uso della congiunzione "e...e...e...e" è assolutamente fastidioso.

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    annalisa

    09/10/2012 13:54:09

    lettura scorrevole e piacevole, molto profondo. Consigliato

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    alex

    16/11/2010 14:31:26

    I romanzi di De Carlo letto uno, letti tutti. Banalissimo.

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    OskarSchell

    05/05/2009 15:22:03

    E' vero, De Carlo ha scritto di meglio, ma consiglio comuque la lettura di questo libro. Voto massimo per la stima verso l'autore.

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    gmb

    11/12/2008 08:38:55

    Sicuramente De Carlo ha scritto di meglio ma tutto sommato è un libro che si legge bene. Voto medio.

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    Kamade

    01/11/2006 18:53:59

    È la storia di uomo che si rende conto di non aver mai trovato la felicità ma di averne vissuto solo surrogati. La lettura è rapida e incalzante. De Carlo dipinge bene i volti delle donne, i loro pensieri, i turbamenti ma è ancor più abile nel tratteggiare, a tinta unica, l’uomo, l’egoismo, l’insoddisfazione, l’insicurezza. Il personaggio, dopo un impatto fisico violento, mette in discussione tutto sentimenti, scelte di vita, le stesse scelte che l’avevano un giorno messo di fronte ad un bivio e l’aver scelto una strada piuttosto che un’altra non l’ha aiutato, di certo, a raggiungere la felicità che ogni uomo auspica. Forse non esiste la felicità o forse esiste solo un “momento” di felicità ma… la vita cos’è se non un rincorrere un momento? Un momento che non si ripete. Luca è un immaturo che non accetta che la vita è responsabilità, Luca non sa vivere un rapporto di coppia, non sa che le cadute fanno parte della vita… Luca preferisce rinascere ogni volta, fallire ogni volta e giudicarsi senza alcun presupposto di mantenere issate le fondamenta che lui stesso ha costruito. Le donne di Luca sono donne che amano troppo ma donne che pur toccando il fondo ricominciano senza commettere gli stessi sbagli. Luca sa che le ragioni della sua infelicità derivano da lui stesso. Cade da cavallo e improvvisamente la vita che si è costruito accanto ad una donna, Anna, che a sua volta ha amato, non ha più senso, non ha più senso il suo lavoro, le sue abitudini. Si lascia trasportare da eventi e circostanze che in un altro momento della sua vita senza dubbio avrebbe saputo affrontare con quella gretta praticità che lo connotava. Alberta, Maria Chiara chi sono in questo momento della sua vita? Come uomo in mare, che incapace di affidarsi alla forza delle sue braccia per raggiungere la riva, si lascia trasportare da corde lente ma… lo fanno arrivare prima a destinazione anche se l’uomo sa benissimo di poterci riuscire da solo. Ma Luca ama veramente? Ritratto di un no-uomo. Schiavo schivo della normalità.

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    carlotta

    05/10/2006 12:50:26

    Premetto che spesso il giudizio dato ad un libro è intimamente legato al momento, appunto, in cui lo si legge. Ho letto questo breve romanzo 'interiore' di De Carlo questa estate, in un momento di vera rivoluzione interiore per me e non ho potuto sentire altro che una buona dose di fastidio per questo quarantenne infantile ed egoista, che riversa sul proprio figlio preadolescente le proprie frustrazioni, che non sa davvero amare le donne che incontra lungo il suo cammino, che spreca una occasione per ricostruirsi e 'centrarsi', finalmente, come uomo. Mi sono rimaste impresse alcune sincere ed intuitive descrizioni di rapporti sentimentali, di 'vibrazioni' ed emozioni; ma anche in questo caso De Carlo era molto più coinvolgente ed acuto in un libro che ho molto amato, il suo "Due di due", pieno di ben altra energia e vita. Mi sembra un racconto da 'occasione mancata': quella del protagonista che non prende davvero in mano la sua vita, rimane mediocre e confuso nonostante le macerie (una necessaria fase ditruttiva: ma dopo? Che rimane? Dove si è imparata la lezione di vita?) che si lascia alle spalle e quella di un autore che questa volta non trasmette nulla di veramente vitale e coinvolgente. La passione e la grande scrittura è altrove.

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    mauro

    11/11/2005 17:34:11

    Centra il nodo bruciante della generazione fra i 40 e i 50, dove la felicità inseguita somiglia al sogno di Werther. Romanticismo, nella misura in cui ogni vita sente di aver diritto, almeno una volta nella vita, di misurarsi con qualcosa di alto. Il protagonista, sebbene in età matura, non ha cominciato ancora a vergognarsi delle speranze giovanili. Esiste l'opportunità di fare tabula rasa e giocare carte diverse: arriva fatidico il "momento" sotto forma di attimo fuggente, un'angusta porta dove afferrare le sirene della felicità. L'evento che rompe la crosta di una spenta consuetudine, fa scoprire al protagonista il limite della vita che gli era stretta: segue un'eruzione di vitalità, flusso interiore con autoanalisi (in alcune pagine azzardo un confronto con lo "stream of consciousness" di Joyce); la conclusione ci lascia perplessi, autenticità o inettitudine della responsabilità adulta. Descrizione crisi identità, cambiare, fuggire, ricominciare daccapo, magari da un'altra parte, magari con un'altra persona prima che sia troppo tardi, prima che l'inerzia conduca le nostre vite giù per la china, fino in fondo, lungo binari prestabiliti senza passioni nè entusiasmi, tema ricorrente dei nostri anni dominati da dubbi, confusione, incertezze. Forse è l'eterno rifiuto dell'età adulta, tipico della società moderna. La vita va avanti da sola, amore, lavoro, amicizia, non più motivata da scelte di passione. Vi è la tendenza alla fuga, sia fisica (luoghi, persone) che psicologica. La scoperta della vita come un meccanismo che gira, va avanti e ci porta con sè. Poi vi sono momenti, che possono nascere da crisi, riflessioni, maturazioni, dove si realizza che si deve fermare tale meccanismo, scoprire il significato vero, che cosa cerchiamo, dov'è la passione, il vero interesse, la vera intensità. La necessità di trovare qualcuno (una persona, un libro) che ci traghetti oltre.

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"E ho pensato che forse le ragioni della mia infelicità erano dentro di me anziché fuori; che avevo continuato a disamorarmi di ogni donna e lavoro e storia appena accennava a perdere la sua magia iniziale solo perché non ero in grado di sostenere una responsabilità adulta né di interpretare in modo positivo i comportamenti evoluti della nostra specie."

Una caduta da cavallo, un momento di smarrimento del protagonista, Luca, il dolore fisico, ma (ben più importante) l'improvvisa illuminazione, la consapevolezza di una totale infelicità, la scontentezza di una vita che appare in tutta la sua crudezza: questo è l'avvio dell'ultimo romanzo di Andrea De Carlo e, forse, la conclusione di un itinerario narrativo che accompagna i personaggi di questo autore attraverso il passare degli anni, prima ventenni, poi trentenni in crisi, ora quarantenni non assimilati al sistema. Luca aveva compiuto una scelta di vita difficile, abbandonata una carriera di distributore cinematografico, ben avviata e piena di vantaggi economici, per noia e stanchezza (più volte nel romanzo ripeterà che quando una cosa non diverte più bisogna passare ad altro), separatosi dalla moglie per la stessa ragione, si era rifugiato nella campagna romana aprendo un maneggio "alternativo" e avviando un rapporto sentimentale con una giovane allieva, Anna.

Il romanzo si apre proprio quando sia l'attività professionale che la convivenza con Anna erano entrate a far parte di "ciò che non diverte più", "ciò che ha stufato", situazione di cui non c'è ancora piena consapevolezza, ma che appare invece chiarissima dopo l'evento choc, il trauma rivelatore: la caduta da cavallo. L'incontro casuale con una donna, Alberta, che raccoglie il malandato Luca dopo l'incidente e che inizia con lui una strana amicizia, renderà ancora più evidente il bisogno di fuga e di cambiamento del protagonista dalla campagna, dai cavalli, da Anna. Così Luca va a Roma, inseguendo la donna (la libertà). Qui incontra il figlio, ha con lui un dialogo faticoso e frustrante in cui cerca di spiegare al bambino se stesso e le sue scelte (in realtà cerca di mettere a fuoco la sua vita), ma la comunicazione è difficile, i bisogni del padre e del figlio diversi e lontani e questo incontro non aggiunge chiarezza, non apre nuove strade, ne chiude però di vecchie, di già percorse. E a Roma avviene anche l'incontro "fatale": accanto al corpo di Alberta, che ha appena tentato il suicidio, Luca vede Maria Chiara, la sorella dell'infelice amica e capisce come quello sia "il momento" della sua vita.

Nel giro di quarantotto ore decide di abbandonare tutto il suo passato, donna e cavalli, di tornare a vivere in città, di ricominciare da capo, ma soprattutto di amare quella che è, e per la prima volta ne ha la certezza, la donna della sua vita.

Chi conosce e ama la scrittura di Andrea De Carlo ritrova in questo ultimo romanzo i canoni stilistici fondamentali di questo autore. Dialoghi che in realtà sono più rivolti all'interno che al proprio interlocutore, forma semplice ed essenziale, comunicazione delle problematiche attraverso segni, accenni, sintomi, più che elaborazioni verbali e interventi dell'autore. Anche i personaggi appaiono l'evoluzione di quelli dei romanzi precedenti, più maturi, ma ugualmente non integrati e irrequieti, praticamente vari aspetti dello stesso autore che si specchia nelle sue creature letterarie, proiettandovi quelle difficoltà di adattamento all'età adulta e alla società competitiva odierna che di certo lo caratterizzano.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

Uno

La mattina del cinque marzo sono uscito da solo e di umore sospeso perché il tempo era brutto e perché avevo una strana curva nei pensieri, e il cavallo mi ha preso la mano. Non era uno dei miei: un purosangue inglese scartato alle corse di nome Duane, mille volte più instabile dei meticci tozzi di campagna con cui mi ero messo in testa di ritrovare la naturalezza equina perduta. Aveva un muso tutto narici dilatate e occhi bianchi pazzi allontanato da un collo stretto e lungo, un corpo levrettato di ossa sottili e muscoli a fior di pelle e nervi tirati come corde di chitarra elettrica; potevo sentire attraverso le gambe e il bacino e le braccia la paura e il bisogno frustrato di movimento che gli passavano dentro come una corrente, lo facevano fremere e recalcitrare ogni pochi passi. Mi tornava il suono delle parole che io e Anna ci eravamo ribattuti a proposito dell'occuparci di cavalli e di proprietari di cavalli così diversi dalle nostre intenzioni originarie: il modo istantaneo in cui eravamo scomparsi nei nostri ruoli acquisiti, l'uomo non-realistico e la donna con i piedi per terra che si fronteggiano dietro barricate di ragioni. C'era un vento cattivo di nord-ovest, ci è arrivato addosso più forte quando abbiamo girato all'antico santuario diroccato. Duane muoveva le orecchie e scartava a ogni fruscio tra i rami del bosco; e credo che sentisse le mie tensioni irrisolte come io sentivo le sue, l'alfabeto di segnali cifrati.
Siamo scesi a sbuffi e strappi di redini e colpi di tallone per il tratto ripido che dal santuario porta giù alla valle; i ferri ogni tanto scivolavano sull'asfalto che un benefattore ignorante e devastatore aveva fatto colare lungo trecento metri di strada per il matrimonio di sua figlia. Mi tenevo leggero in sella, con le punte dei piedi che appena toccavano le staffe, pronto a bilanciare una perdita improvvisa di stabilità e anche a saltare giù se Duane avesse finito per cadere su un fianco o rovesciarsi zampe all'aria. Era uno degli aspetti dell'andare a cavallo che mi avevano affascinato fin dall'inizio: il dover stare in guardia ma non rigidi di tensione, attenti ai minimi segnali eppure parte di un equilibrio molto più ampio e mobile, dove nessun gesto può garantire effetti permanenti.
Quando siamo arrivati in piano abbiamo passato il cancello a gabbia per il bestiame e preso al trotto nervoso per la strada sterrata che attraversa la grande distesa di prati a onde. L'erba rasa dell'inverno aveva ricominciato a crescere da poco; i cavalli da carne dai posteriori deboli e le mucche bianche dalle grandi corna brucavano con accanimento intermittente, infastiditi anche loro dal vento. A ogni folata cartacce e sacchetti di plastica dei picnic della domenica prendevano il volo e facevano scartare Duane, ma per il resto era più o meno lo stesso paesaggio che mi aveva colpito molti anni prima, quando ero rimasto stupefatto all'idea di una porzione così estesa di valli e colline conservata quasi intatta a trenta chilometri dalla città.
Abbiamo passato anche il secondo cancello tra nuove impuntature e scantonamenti e abbiamo ripreso al trotto per i prati in pendenza, oltre il recinto del toro alla base della grande quercia. Pensavo a tutte le volte che avevo fatto in andata e ritorno lo stesso percorso da due ore, con i clienti inesperti aggrappati alle redini in fila indiana e i clienti che si consideravano esperti tutti presi nei loro giochi di posture. Mi venivano in mente le domande ricorrenti man mano che il paesaggio ci si apriva intorno, le risposte ricorrenti che davo: il senso di padronanza e di libertà, la soddisfazione quasi rabbiosa di aver trovato alla fine un lavoro e una vita che non mi facevano sentire chiuso in una gabbia o in una scatola arredata. Cercavo di richiamare queste sensazioni per sciogliermi e viaggiarci dentro, ma non ci riuscivo; non sapevo se per colpa dell'andatura di Duane o per colpa del vento del vento, per colpa delle grandi nuvole grigie che correvano nel cielo sopra le nostre teste.