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Antonio Gramsci

Curatore: G. Vacca
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2007
Formato: Tascabile
Pagine: XCIV-322 p. , Brossura
  • EAN: 9788806186500
Gli anniversari della morte di Gramsci costituiscono, con una cadenza decennale, un appuntamento obbligato per una riflessione critica sullo stato delle ricerche e sui paradigmi interpretativi di quello che ormai è considerato un "classico" non solo nel campo del pensiero politico, ma anche in svariati altri ambiti disciplinari. Il settantesimo anniversario, che cade quest'anno, non costituisce certo un'eccezione. A giudicare dal moltiplicarsi degli studi, degli incontri e convegni internazionali a lui dedicati, dall'accrescersi dell'interesse degli studiosi in Europa e ancor più al di fuori dell'Europa, nel mondo anglosassone e nei paesi emergenti (dall'India all'America Latina), nell'ambito delle scienze storico-politiche, dei cultural studies e di quelli postcoloniali, a partire dalle ricerche di Edward Said, sino al grido di allarme lanciato negli stessi ambienti neocons degli Stati Uniti, la fortuna di Gramsci nel mondo sembrerebbe in continua ascesa. Più complesso diviene il quadro se ci si riferisce all'Italia, dove, a una più che ventennale cancellazione nella cultura politica comunista e ancor più postcomunista dell'eredità di Gramsci, ha fatto riscontro un grande sviluppo delle ricerche che ha permesso, anche con il ricorso a nuove fonti in precedenza inesplorate, di ricostruire e di reinterpretare intere fasi della biografia gramsciana: si pensi al nodo del 1926, ma anche e soprattutto ad aspetti fondamentali della vicenda politica di Gramsci in carcere, dal significato complessivo delle riflessioni nei Quaderni ai rapporti con i familiari, con il Partito e con l'Internazionale, sino alle campagne e alle iniziative per la sua liberazione, e poi a tutte le questioni inerenti la pubblicazione postuma delle lettere e degli scritti.
L'antologia curata da Vacca rientra pienamente in quest'ultima ricchissima stagione di studi, che proprio nell'anno in corso è approdata alla pubblicazione del primo volume dell'edizione nazionale delle opere. Le ridotte dimensioni del libro hanno imposto la scelta di espungere l'intero epistolario di Gramsci, a cominciare da tutti gli aspetti relativi alla sfera privata e familiare, e senza escludere i carteggi di assoluta rilevanza politica relativi alla formazione del nuovo gruppo dirigente del PCdI nel 1923-24 e l'intero corpus delle lettere dal carcere. D'altra parte il curatore, anche nella selezione dei testi di Gramsci, ha scelto di privilegiare, più che gli aspetti più direttamente politici, quelli di maggiore spessore teorico in riferimento alle grandi questioni e alle trasformazioni epocali del suo tempo e al modo in cui egli le aveva vissute e interpretate: la Grande guerra, in primo luogo, e l'irrompere "di una inedita soggettività storica degli operai e dei contadini", e poi la Rivoluzione russa come nascita di una "nuova umanità" dalla catastrofe di un'intera civiltà e l'emergere di una "crisi organica" del sistema capitalistico, i cui esiti tendevano tuttavia a divenire sempre più incerti per il progressivo esaurirsi delle capacità espansive del modello sovietico e per la regressione "economico-corporativa" del movimento comunista che ne era derivata, ma anche per i processi di "rivoluzione-restaurazione" che interessavano gli Stati Uniti e l'Europa sotto l'impatto della "grande crisi" del '29.
Tale chiave di lettura sembra la più adatta per mettere in luce l'originalità e la ricchezza dell'elaborazione di Gramsci anche e soprattutto in riferimento all'involuzione teorica e politica determinatasi in Urss, nel comunismo internazionale, negli anni dello stalinismo e della politica "classe contro classe" e a seguito della rottura della "vecchia guardia" bolscevica dopo la morte di Lenin. Ciò che ne deriva è una prospettiva analitica attenta a evidenziare "sia i tratti di continuità del 'programma di ricerca' gramsciano prima e dopo l'arresto, sia le profonde innovazioni che ne caratterizzeranno i temi e l'apparato concettuale nei Quaderni". Riguardo al primo aspetto, nel saggio introduttivo Vacca sottolinea anzitutto il carattere antipositivistico e antideterministico del marxismo di Gramsci, e individua il filo rosso che unisce il celebre articolo La rivoluzione contro il Capitale (1917) alla critica all'economismo e al meccanicismo del marxismo-leninismo sovietico degli anni trenta. Il punto di approdo di tale elaborazione sarebbe stata nei Quaderni la ridefinizione della filosofia della praxis all'insegna dell'unità dialettica tra struttura e sovrastruttura e della teoria dell'egemonia, con un ritorno a Lenin e a Marx, ma anche con un loro superamento sulla base di una ben più complessa e sofisticata concezione dei rapporti tra società politica e società civile e del ruolo dello stato moderno del XX secolo.
Il secondo elemento di continuità appare l'inscindibilità del nesso nazionale-internazionale, sia come elemento strutturale della "crisi organica" (segnata dall'antinomia fra il cosmopolitismo dell'economia mondiale e il nazionalismo della politica degli stati), sia come punto di riferimento centrale della teoria e della tattica della rivoluzione mondiale. Sino all'esaurimento del "biennio rosso" prevalsero in Gramsci gli elementi "catastrofici" della crisi del capitalismo e il ruolo unificante dell'economia mondiale che era chiamata a svolgere la Russia dei Soviet insieme con il sistema internazionale dei Consigli, fondato sulla raggiunta "autonomia industriale" della classe operaia. Tuttavia, a partire dalla metà degli anni venti, e poi sotto l'impatto della "grande crisi", lo scenario da lui tracciato sarebbe divenuto sempre più complesso e sarebbe stato caratterizzato dalla sottolineatura delle differenze morfologiche tra Oriente e Occidente e del passaggio dalla "guerra manovrata" alla "guerra di posizione", così come dalla sopravvenuta incapacità dell'Urss staliniana e del movimento comunista di realizzare una nuova egemonia sia sul piano del modello di "costruzione del socialismo", sia sul piano internazionale. Al centro dell'attenzione di Gramsci si sarebbe a questo punto collocato il tema dell'americanismo come possibile forma di passaggio a un'"economia programmatica" e come premessa per la possibile restaurazione degli apparati egemonici delle forze dominanti e della riattivazione dei meccanismi dello sviluppo, sia attraverso una rifondazione dei sistemi democratici, sia attraverso la soluzione autoritaria e plebiscitaria rappresentata dal fascismo.
Fin qui la linea interpretativa, largamente condivisibile, che emerge da questa antologia. Ciò che sembra restare in ombra è tuttavia l'ambito nazionale del Partito comunista, la grande opera di rinnovamento del socialismo italiano avviata da Gramsci con il movimento dei Consigli di fabbrica a Torino e poi con il processo di costruzione del PCdI, approdato nel 1924-26 alla formazione del nuovo gruppo dirigente e al congresso di Lione, ma anche l'elaborazione di una nuova strategia politica che, nel contesto italiano, individuava nella rivoluzione antifascista la chiave di volta per la soluzione del problema storico della democrazia, con tutte le tensioni e le lacerazioni che ne sarebbero derivate con il Partito e l'Internazionale. Si potrebbe aggiungere che, nel clima politico e culturale dell'Italia del secondo dopoguerra, il senso più profondo della ricerca di Gramsci era incompatibile sia con l'eredità crociana, sia con l'orizzonte, consolidatosi nel movimento comunista degli anni trenta e ancora vivo, del marxismo-leninismo, del "ruolo guida" dell'Urss e della "crisi generale" del capitalismo, e che ciò può contribuire a spiegare dapprima la sua ricezione rigorosamente selettiva, attraverso la sapiente mediazione di Togliatti, e poi la sua "riscoperta" solo a vent'anni di distanza dalla prima pubblicazione delle opere, nel clima spirituale radicalmente mutato dei primi anni settanta e a seguito dell'edizione critica dei Quaderni del carcere.
Sarebbe infine interessante riflettere se Gramsci non possa parlare anche e soprattutto alla cultura politica delle sinistre di oggi. In particolare, se le sue categorie analitiche non possano ancora aiutarci a meglio comprendere il mondo contemporaneo e se il suo metodo non costituisca un lascito altrettanto prezioso: e cioè la tensione costante a salvaguardare l'autonomia politica e culturale dall'ideologia e dal senso comune dominante, a coniugare l'analisi più scrupolosa della realtà storicamente determinata con la critica dell'esistente, la "battaglia delle idee" con la progettazione del futuro. Non siamo entrati, a partire dagli anni ottanta, in un ciclo classico di "rivoluzione passiva"? E il problema del rapporto tra governanti e governati non riguarda un nodo centrale delle società complesse di oggi, in cui si intravedono derive oligarchiche che accentrano la sfera decisionale tra ristretti gruppi di potere e riducono la comunicazione e la ricerca del consenso alla ricezione passiva di messaggi sempre più vacui e semplificati? Basta guardarsi intorno per capire quanto sia ancora attuale la lezione di Gramsci.
  Claudio Natoli