Editore: Mondadori
Anno edizione: 1998
Formato: Tascabile
  • EAN: 9788804454151
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SPINOSA, ANTONIO, Ulisse. Libera immaginazione dell'Odissea

MALERBA, LUIGI, Itaca per sempre

DE CRESCENZO, LUCIANO, Nessuno. L'Odissea raccontata ai lettori d'oggi
(recensione pubblicata per l'edizione del 1997)

recensione di Boitani, P., L'Indice 1997, n. 9

"Ulisse non è un personaggio ma una mania", dichiara Luciano De Crescenzo al lettore in apertura del suo "Nessuno". Niente, oggi, potrebbe essere più vero.Negli Stati Uniti, la produzione Nbc dell'"Odissea" ha tenuto incollati al video milioni di telespettatori, e moltissimi ne ha invogliati ad acquistare una copia del poema tradotto da Robert Fagles, divenuto in poco tempo un bestseller nell'edizione Viking.Ulisse compare nella poesia e nel romanzo dei Caraibi, dell'America latina, dell'Africa, dell'India, dei paesi arabi.C'è chi sostiene che i percorsi descritti nell'"Odissea" sono memoria di un'antichissima circumnavigazione della Terra (Christine Pellech,"Odisseo", Ecig, 1992); chi invece argomenta che il mondo di Omero, e in particolare quello di Ulisse, è perfettamente identificabile nel Baltico (Felice Vince,"Homericus Nuncius", Solfanelli, 1993). In Italia, traduzioni, mostre, convegni, studi furoreggiano (cfr. "L'Indice", 1994, n.10 e 1996, n.6).Siamo ormai vicinissimi al 2001, anno in cui, secondo vaticini cinematografici, si compirà la fatale "Odissea nello spazio", e il 1997 ci consegna intanto ben tre volumi ulissiaci, due "riduzioni" per il lettore moderno e un romanzo.
Ri-scrivere l'"Odissea" non è impresa facile: non perché Omero sia da considerare in alcun modo sacro, ma perché è dannatamente bravo.Ha architettato una struttura, delle scene, personaggi, toni ed enigmi che rappresentano l'inizio della narrativa romanzesca dell'Occidente e ne condizionano tutti gli sviluppi futuri.In Italia, poi, c'è un altro scrittore dannatamente bravo che ha aggiunto alle avventure di Ulisse quella, fatale, dell'ultimo viaggio: Dante, nel canto XXVI dell'"Inferno".Riscrivere Omero e Dante non è impresa facile - è disperata.Una leggera forma di disperazione si prova infatti a leggere il "Nessuno" di De Crescenzo, versione scanzonata e modernizzata del poema omerico, con finale in cui Ulisse, seguendo la profezia diTiresia, riparte (diciamo alla Dante, ma il paragone più calzante è con Tennyson e Pascoli) alla ricerca della terra che non conosce il mare.Ci si attenderebbe da De Crescenzo la verve comico-erudita che lo contraddistingue e che tanto ci ha divertito in passato, un deciso imboccare la via del "Ciclope" di Euripide.Invece, l'impressione che si ha qui è che l'autore non sappia bene quale strada prendere tra il riassunto, il commento personale e la parodia.
Per esempio, il paragone iniziale fra il concilio degli dei olimpici e il Parlamento italiano, con Ares, dio della guerra, a Destra, ed Efesto, "Dio dei metalmeccanici", a Sinistra, promette bene nella direzione di una sorridente e irridente modernizzazione del poema.Purtroppo, però, né Ares né Efesto hanno nulla a che vedere col decreto-legge sul ritorno di Ulisse che quell'assemblea subisce da (Atena e) Zeus, e quel tono deve sterzare sul serioso un minuto dopo, quando De Crescenzo spiega il discorso di Zeus sul "libero arbitrio". Allo stesso modo, riferimenti, ricordi e commenti personali irrompono spesso nel tessuto del racconto, lacerandolo: l'evocazione del compagno ginnasiale di De Crescenzo, Mautone, il quale sosteneva che Ulisse si masturbasse alla vista delle ancelle nude di Nausicaa, spezza l'incanto di una delle scene più straordinarie perché più "silenziosamente" erotiche del poema.
Vi sono, poi, omissioni strane per un lettore attento e acuto qua-le De Crescenzo (la cui filologia dell'omerico-tamariano "andare dove ti porta il cuore" è, per dirne una, esilarante e inappuntabile).In "Nessuno" Nausicaa non dice addio a Ulisse prima che questi parta per Itaca: a De Crescenzo non interessa la "vergine candida e ingenua", ma la ragazza che perde la testa per l'eroe uscito dal mare e che gli fa subito una proposta di matrimonio. Bene: ma perché eliminare una scena tra le più brevi e suggestive della letteratura d'ogni tempo? Oppure: dei tre canti di Demodoco alla corte dei Feaci, ne rimangono soltanto due, quello su Efesto, Afrodite e Ares ("Isso, Essa e 'o Malamente"), e quello, richiesto da Ulisse medesimo, del cavallo di legno, che porta l'eroe a piangere e infine a rivelarsi.Ma già prima di Afrodite e Ares, Demodoco aveva, nell'"Odissea", narrato un altro episodio troiano, la lite tra Achille e Ulisse, che aveva fatto versare lacrime al protagonista.Perdere questa serie di tre significa mancare l'immenso pathos di una scena di riconoscimento (attraverso la memoria, diceva con fulminante intuizione preproustiana Aristotele) che dura per un canto intero.Ancora: Telemaco tende l'arco tre volte e tre volte è costretto a desistere. Ma nell'"Odissea" non ce n'era una quarta, in cui il figlio stava per riuscire e si fermava soltanto a un cenno del capo paterno? Può darsi che De Crescenzo l'abbia eliminata perché incongrua (se Telemaco tende l'arco, tutto il piano della vendetta salta in aria e Penelope rimane a casa col figlio). Ma quella apparente incongruenza rende la narrazione assai più drammatica ed evocativa, perché suggerisce che il figlio è (quasi) eguale al padre e perché fa speculare il lettore su cosa sarebbe successo se Telemaco fosse riuscito.
Insomma, non è facile fare il verso a Omero. Terminata la lettura di "Nessuno", ho a lungo rivolto nella mente l'interrogativo se questi appunti fossero quelli di un accademico pedante o un lettore che semplicemente non sopporta lo sgonfiamento dell'"Odissea". Poi, lo sguardo mi è caduto sulla copertina, nella quale figura un De Crescenzo incoronato di foglie dorate d'alloro, di bianca tunica vestito, con occhi socchiusi e aria di soave presa in giro, il volto e le mani posate sulla cetra. Allora ho capito il mio disagio: assomiglia, pensavo, a Qualcuno; non a Ulisse, né a Nessuno.Ma certo: a Nerone! Purtroppo, né a Omero né a Petrolini.
Diverso l'"Ulisse" di Spinosa. Non ci sono, qui, diseguaglianze di tono.La "libera immaginazione" si limita a scomporre e rimpastare le vicende dell'eroe fra "onde di mare e d'amore", invertendo la sequenza diTelemachia e Odissea, spezzando le avventure dei libri IX-XII in tanti racconti, e a essi aggiungendo ulteriori narrazioni (a Eolo e a Nausicaa, sulla guerra di Troia), in modo da fornire al lettore un panorama pressoché completo del mito e della facondia di Ulisse. Non che manchi, per via di questa ristrutturazione, qualche elemento superfluo o qualche incongruenza.Per esempio, il canto di Demodoco sul cavallo di Troia è assente dalla narrazione principale, dove Ulisse si rivela a una semplice richiesta di Arete, la regina deiFeaci, mentre compare più tardi, subito prima del racconto che l'eroe fa a Nausicaa della fine diTroia, dopo il memorabile saluto di lei. Questo stesso racconto non sembra avere alcuna funzione drammatica o narrativa: e infatti Nausicaa non ha, dinanzi a esso, nessuna reazione. Tuttavia, il disegno generale di "Ulisse" regge bene, forse proprio perché Spinosa vede il suo eroe come "sospinto da onde marine ora tenebrose ora sorridenti" e allo stesso tempo agitato dalle "onde amorose dai molti nomi e dalle molte facce".E del resto sono le figure femminili ad acquistare nel libro l'aura più affascinante: Nausicaa confusa, innocente e palpitante, Calipso "avvolgente",Circe lussuriosa, Ecuba trucidata, Penelope astuta e sapiente.
Da Penelope giunge la sorpresa (pre)finale del libro. Dopo la scena di riconoscimento al termine della strage dei Proci, la moglie interroga Ulisse, con insistenza, sulle donne "che venivano offerte come premio ai vincitori nelle battaglie". Non è giusto, pensa Penelope, che esse vengano trattate come oggetti, da usare e gettare.Mentre Ulisse, imbarazzato, finge uno stordimento da sonno, la moglie si lancia in una tirata profetica prefemminista: "Verrà pure un giorno in cui le donne andranno anch'esse per il vasto mare, e anche loro incontreranno avventure e genti diverse (...) Giorno verrà (...) in cui anche noi donne ci libereremo dalle angustie e dai timori.Alla pari di voialtri eroi, che brandite il ferro e sognate l'alloro, ci ergeremo contro il destino.Sfidandolo, come del resto abbiamo sempre fatto senza che ci fosse mai riconosciuto".Poi, la moglie si rivolge a Ulisse con la medesima furia: non astuto, ma soltanto furbo è Odisseo, "un trucco vivente, un gioco di parole, un'astuzia verbale", inesistente quando non inganna, Nessuno davvero. Ulisse replica accettando e, con la nota abilità retorica sospesa tra menzogna e verità, ribaltando la definizione: Odisseo, s", e Nessuno, perciò anche Tutti; nessun uomo, quindi simbolo, archetipo, forma, idea. Ma Penelope s'è addormentata: Ulisse ha parlato a nessuno e ora rabbrividisce.I suoi ultimi pensieri notturni sono amletici: restare a casa o imbarcarsi per il folle volo, "partire o non partire"?Il giorno dopo, si fa riconoscere dal padre e riprende il suo potere su Itaca. Lo vediamo, alla fine, con le dita intrecciate a quelle della moglie. Ma all'inquietante domanda della veglia non risponde mai.
Sembra che la rivalutazione e la protesta di Penelope facciano parte dello spirito del nostro tempo. Proprio da esse è ispirato Luigi Malerba nel suo "Itaca per sempre", che non è ri-scrittura dell'"Odissea", ma narrazione apocrifa nata da un nodo problematico del poema. Nel XIX libro infatti, Odisseo, ormai tornato a Itaca, ha un primo, lungo colloquio con Penelope. L'eroe appare come un vecchio mendicante coperto di stracci e, raccontando alla moglie una serie di "menzogne simili al vero", porta notizie verosimili dell'imminente ritorno di Ulisse. Pochi istanti più tardi, Penelope ancora presente, la nutrice Euriclea riconosce il padrone toccandogli, mentre lo lava, la celebre cicatrice. Fin dall'antichità si è pensato che in questa scena Penelope stessa non avrebbe potuto fare a meno di riconoscere il marito, e c'è chi ha sostenuto che proprio tale incongruenza dimostrerebbe come questi brani del XIX libro non facessero parte dell'"Odissea" originale.Malerba, stimolato da sua moglie e dal grande omerista Pietro Pucci, parte proprio da qui: Penelope riconosce Ulisse nei panni del mendico, si indispettisce perché il marito, non rivelandosi, mostra di non avere alcuna fiducia in lei, e gli tiene il broncio rifiutandosi di riconoscerlo come Ulisse anche dopo che egli ha sterminato i Proci ed esibito le "prove" della propria identità.
"Itaca per sempre" è costruito con grande abilità, attraverso una serie di monologhi interiori dei due protagonisti, dal momento del risveglio di Ulisse a Itaca fino allo scioglimento finale, con un serrato crescendo di scavo psicologico: del risentimento e della pena di lei, del dolore, dell'incomprensione e dell'incertezza di lui.Non è facile aggiungere qualcosa a Omero (e a Joyce).Malerba, però, c'è riuscito, ricamando sul tessuto dell'"Odissea" piccoli gesti vecchi e nuovi (la collana di lapislazzuli che, donata da uno dei Proci, Ctesippo, Penelope indossa per provocare Ulisse, è una delle molte belle invenzioni), reazioni contenute e furibonde.Delicatezza e incisività sono le caratteristiche di questa scrittura, che non conosce sbavi (salvo forse uno, i "tanti pensieri negativi" che Penelope vorrebbe rimuovere a p.126, al modo di uno psicoterapeuta o di un Berlusconi) e che raggiunge un culmine di furia nelle pagine in cui Penelope risponde ai "segni" con i quali Ulisse vuole provare la propria identità con implacabile ferocia logica, dimostrandosi argomentatrice superiore a lui; per precipitare poi, appropriatamente, nel pathos più straordinario quando, ridotto ormai Ulisse a Nessuno dal rifiuto della moglie, la sua decisione di ripartire provoca il disperato richiamo e l'abbraccio di lei. Con astuta sorpresa finale: Ulisse, sempre tentato di adempiere alla profezia di Tiresia (e alla scrittura dantesca) di un altro viaggio "nei paesi "dietro il sole"", compie invece il proprio destino restando in patria e mettendo a frutto la sua passione e la sua abilità nel narrare: affidato il governo a Telemaco e stimolato da Penelope, si dà a comporre, in collaborazione con il cantore Terpiade,Femio... l'"Iliade" e l'"Odissea". Cos", rimane con Penelope, e con noi, per sempre.

Recensioni dei clienti

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    Giorgio

    14/09/2008 16:57:28

    Luciano De Crescenzo con “Nessuno l’Odissea raccontata ai giovani lettori”, ripropone ai giovani lettori uno dei classici della letteratura e ponendosi come estroso cantastorie, riesce in chiave ironica a raccontare i vari episodi del poema omerico con notazioni personali riuscendo a comunicare con i lettori in modo diretto. Con la sua vivacità riesce a fare rivivere l’incredibile avventura dell’ideatore del cavallo di legno che permise agli achei di sconfiggere troia. Ulisse, Odisseo per i greci, è un eroe coraggioso e bugiardo, intelligente e imbroglione, un uomo infedele ma molto amato dalle donne, amante dell’avventura tanto da lasciare, nella versione di De Crescenzo, la fedelissima moglie Penelope e il figlio Telemaco per ritornare sui mari dove tantissime nuove avventure lo aspettano. L’autore nella prima pagina del libro si rivolge al suo lettore e incoraggiandolo e dicendogli “L’importante è partire” e questo sarà quello che Ulisse dirà ai suoi compagni, ossia l’invito a buttarsi con entusiasmo nella vita, a viaggiare, almeno con l’immaginazione e la fantasia nel tempo e nello spazio. L’autore nell’ultima parte del libro ci fa rivivere una serie di malefatte di Ulisse che mettono in luce tutti i pregi e i difetti di un autentico uomo del nostro tempo probabilmente molto fortunato a cavarsela sempre… Giorgio Gian**** (2I lecce)

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