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«Non ci possiamo più permettere uno stato sociale». Falso!
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«Non ci possiamo più permettere uno stato sociale». Falso! 6 punti Premium Venditore: IBS
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«Non ci possiamo più permettere uno stato sociale». Falso! - Federico Rampini - ebook
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Molti si sono convinti che il nostro welfare è un lusso, che mantenendo certe conquiste sociali abbiamo 'vissuto al di sopra dei nostri mezzi', e che è ora di ridimensionarci.Ma siamo sicuri che sia l'unica alternativa possibile?Siamo davvero sicuri che l'Europa è in declino perché statalista e assistenziale?Chi lo ha detto che lo Stato sociale deve essere smantellato? Ascolta l'audio della puntata di Faharenheit su Radio 3 con Federico Rampini (18 settembre 2012) Federico Rampini partecipa a "8 e mezzo" su La 7 (19 settembre 2012) Guarda il video Ascolta l'audio della puntata di 28 minuti Radio 2 con Federico Rampini (20 settembre 2012) Presentazione del libro con Mario Monti e Antonio Martino (20 settembre 2012)
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Testo in italiano
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416,82 KB
XVI-110 p.
9788858105887

Valutazioni e recensioni

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Brando
Recensioni: 3/5

Il volume, a mio parere, è un buon libro con riferimenti e spunti interessanti anche se non molto inerenti al titolo. Viene rappresentato il sistema economico-finanziario statunitense, i suoi punti di crollo brevemente spiegati e analizzata la sua autoreferenzialità. Trattato marginalmente, invece, il tema dello stato sociale senza una vera dimostrazione dell'assunto proposto nel titolo, ma enunciando genericamente la solidità del welfare state europeo. Insomma un buon libro, ma solo per avere una leggerissima e veloce infarinatura sul grande tema dei mercati e della finanza americana fino al 2012 (anno di pubblicazione del testo).

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kael
Recensioni: 3/5

libro scritto nel 2012 ma ancora valido ,i capitoli spaziano notevolmente, si passa dal ruolo della Cina,a quello della Germania. Da approfondire la questione del ruolo della Germania ,il pensiero dell'autore è molto vicino a quello dell ex ministro delle finanze Greco GANIS VAROUFAKIS la dove ci fa intendere che in Europa ci vuole più Germania,una Germania diversa da quella dell austerità e dei continui nein

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Fabio
Recensioni: 4/5

Federico Rampini, saggista e giornalista pubblica questo saggio nel 2012. In un periodo storico dove i dettami degli economisti, sopratutto americani, dicevano chiaramente che l'unica cosa da fare per risanare i conti statali era tagliare il welfare. Il giornalista racconta la sua esperienza di cittadino italiano che paga le tasse negli USA, dicendo chiaramente che il modello europeo è migliore di quello statunitense. Infine auspica che la mentalità tedesca si trasferisca al più presto a quei popoli periferici dell'Europa che invece sono un po' più “allegri”.

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La recensione di IBS

La classe non è acqua, dicono. Ma forse il popolare adagio non si riferisce alla classe media, che sembra essersi liquefatta come un ghiacciolo sotto il cielo plumbeo e soffocante del turbocapitalismo mondiale, e oggi non ci resta che star a rimpiangere le conquiste di sessant'anni di Stato sociale mentre queste evaporano davanti al nostro naso.
Il ritornello vola sulle note di un'aria ultimamente molto popolare, partita dagli Stati Uniti e che ha finito per imporsi dappertutto: il fallimento del modello europeo è sotto gli occhi di tutti; non possiamo più permetterci uno Stato sociale.
È falso! Risponde a chiare lettere Federico Rampini, e siccome Rampini è uomo di ottime letture e ancor più solida esperienza, varrà la pena ascoltare quel che ha da dire in merito alla questione. Tanto per cominciare, il dispaccio che il giornalista ci spedisce in forma di libro (e inaugurando con esso una nuova, benvenuta collana Laterza dal sapore fieramente pamphlettistico) arriva direttamente dal ventre della bestia, per così dire, e poggiando su dati freschissimi e di prima mano contribuisce a smantellare un bel po' di luoghi comuni dei quali - a quanto pare - siamo imbibiti ben bene.
Rampini, infatti, vive negli States da più di dieci anni, e a scanso di equivoci introduce immediatamente il lettore ad una comparazione "punto per punto" dei due opposti paradigmi di Welfare: quello americano - come vuole una vulgata di grande successo - è sicuramente un modello più efficiente di quello europeo, che in questi mesi drammatici sta mostrando la corda e confessa tutta la sua inadeguatezza di fronte alla Storia. La Storia maiuscola, quella che sono i vincitori a scrivere.
Ma ne siamo davvero sicuri, chiede Rampini? Perché a fronte di una pressione fiscale solo leggermente inferiore a quella cui siamo sottoposti noi europei, spiega il giornalista, moltissime sono le rinunce imposte al contribuente (e quindi al cittadino) americano. Sanità e istruzione su tutto, com'è noto (negli Stati Uniti una buona assicurazione privata per la sanità costa milleduecento dollari al mese, e sulle rette di un qualunque asilo a Manhattan sarà meglio tacere). Ma anche i trasporti, con una rete ferroviaria carissima e poco efficiente e - soprattutto - un sistema pensionistico drammaticamente inadeguato.
In generale, la frattura fra l'un per cento contro il quale puntano il dito i riottosi di Occupy Wall Street (... a proposito: buon compleanno, ragazzi!) e il resto del mondo sembra aumentare di giorno in giorno, e leggere delle ingerenze in politica con cui la famiglia Walton (proprietaria di Walmart, colosso della grande distribuzione) riesce ad influenzare l'agenda di un qualsiasi governo repubblicano, fa pensare e rabbrividire.
Plutonomia: governo dei ricchi. Una parola con la quale faremmo bene a familiarizzare, e che dovremmo imparare a temere.
Il libero mercato, nella sua accezione più intransigente e selvaggia, ha goduto di ottimi uffici stampa, negli ultimi trent'anni, ed è riuscito nell'intento di screditare qualsiasi modello che non si rifacesse al suo primo e più importante precetto: lo Stato è un vincolo fastidioso all'iniziativa dei privati.
In Europa, naturalmente, facciamo fatica a pensarla così, per aver vissuto storicamente in prima persona tutto il travaglio che ha portato alla nascita degli Stati e al loro consolidamento di istituzioni volte a regolare i rapporti, e ad offrire ammortizzatori per quelle parti di cittadinanza più esposte e vulnerabili. Già. Però oggi il mondo è cambiato, ci viene detto, e certamente c'è più di un seme di verità in questa constatazione. Ma - è ancora Rampini a suggerire - siamo sicuri che le risposte che stiamo fornendo a questo cambiamento siano quelle giuste?
L'analisi condotta dal giornalista è ampia e articolata, a dispetto delle esigue dimensioni del libro, e la forza della confutazione del pensiero unico dominante (quello riassunto nel titolo del libro) sta nel fatto che l'autore pone più domande che risposte, rivendicando però la fondamentale giustezza di un'intuizione sulla quale l'Europa ha immaginato sé stessa, e che è stata fin troppo pronta a rinnegare. Siamo ancora in tempo, ma non c'è tempo da perdere.

A cura di Wuz.it

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Conosci l'autore

Federico Rampini

1956, Genova

Scrittore e giornalista italiano, ha iniziato la sua attività giornalistica nel 1977 a «Città futura», settimanale della Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI), di cui era segretario generale Massimo D'Alema; dal 1979 scrive per «Rinascita», giornale che deve abbandonare nel 1982 dopo avervi pubblicato un'inchiesta sulla corruzione in seno al PCI. In seguito è stato prima vicedirettore de «Il Sole 24 Ore» poi capo della redazione milanese ed in seguito inviato del quotidiano «La Repubblica» a Parigi, Bruxelles e San Francisco. Come corrispondente ha raccontato dapprima le vicende della Silicon Valley; ha lasciato poi gli Stati Uniti per aprire l'ufficio di corrispondenza di Pechino. Ha insegnato alle Università...

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