Il non-so-che e il quasi-niente

Vladimir Jankélévitch

Traduttore: C. A. Bonadies
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2011
In commercio dal: 8 marzo 2011
Pagine: XXXII-443 p., Brossura
  • EAN: 9788806206703
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Descrizione
Quando, alla fine degli anni Cinquanta, in una temperie storica ancora segnata dai terribili postumi della guerra, Vladimir Jankélévitch dette alle stampe Le Je-ne-sais-quoi et le Presque-rien, non furono in molti a cogliere la straordinaria forza d'impatto di un testo volutamente inattuale, perché diversamente orientato rispetto alle coordinate consolidate della riflessione filosofica. In un momento in cui gli astri di Hegel, Husserl e Heidegger rifulgevano nel firmamento della filosofia europea, Jankélévitch apriva un varco, inatteso e profondo, verso un altro orizzonte di pensiero. Nozioni apparentemente fuori del tempo come quelle di «grazia», «innocenza», «semplicità», o riferimenti desueti a Plotino, Juan de la Cruz, Graciàn o Brémond, restituiscono solo in parte la direzione di questo sguardo sagittale che taglia, con effetti ancora non del tutto sondati, il campo del sapere contemporaneo. Lontano dalle ultime filosofie della storia o dai nuovi gerghi dell'autenticità che in quella stagione ancora tenevano il campo, Jankélévitch cerca nel flusso dell'esperienza vivente il significato, e anche il mistero impalpabile, di un'esistenza esposta all'assoluta assenza di fondamenti, ma proprio perciò fermamente tenuta a un agire tanto più responsabile e vigile. Introduzione di Enrica Lisciani Petrini.

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    Cristiano Cant

    21/09/2015 12:56:14

    Impossibile addentrarsi coi poveri lumi di una sintesi anche efficace nelle meravigliose segrete di questo testo, nei suoi cunicoli più impervi, nella sua multipla essenza, tanto si resta impigliati nei suoi raggi, nelle sue fessure, nella sua rete, come in una scoperta sensibile che oltrepassa di molto i bordi dell'inatteso. Se la filosofia non fa i conti con l'irregolarità della vita, con le sue suole scivolose, i suoi tonfi improvvisi, gli espedienti e le imbeccate del caso, se niente si mette in conto del modo in cui l'imperfetto regola il suo mirino, allora si è e si rimarrà soltanto nell'arido terreno della sistematicità, dell'ordine, deserta materia senza altezza o sorprese. Basta scorrere l'indice del volume per scoprire come le pagine della vita siano voltate da interstizi tanto involontari quanto giganteschi, condizionamenti morali, tuffi interiori, innocue mosse che spiazzano un destino. Come registrare gli sviluppi di un malinteso, la corda saltata dell'equivoco, i gesti che può rovesciare un'occasione, l'ambiguità che si insinua nell'istante, il tratteggio illeggibile dell'intravvedere? Di questo e tanto altro parla quest'opera, rompicapo poetico e delizia dell'intelligenza dove già il titolo è un annuncio che tenta e spiazza la lettura in una persuasione che è promessa. Lasciamo la parola all'autore in un sigillo che è traccia dell'appena soffiato:"C'è qualcosa che costituisce, per così dire, la cattiva coscienza della buona coscienza razionalista e lo scrupolo estremo degli spiriti forti; qualcosa che protesta e non smette di mormorare dentro di noi contro l'esito felice delle imprese riduzioniste. Si può paragonare questo qualcosa,se non ai rimproveri della ragione al cospetto dell'evidenza oltraggiata, almeno agli intimi rimorsi dell'io, cioè al disagio di una coscienza insoddisfatta dinanzi a una verità incompleta. C'è qualcosa di indimostrabile da cui dipende il lato inesauribile delle totalità spirituali". Formidabile strepitoso libro.

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